Vivere le beatitudini è la naturale conseguenza che proviene dall’accoglienza del Signore Gesù nella propria vita
In questa domenica e nelle prossime due, leggeremo una parte del primo dei cinque discorsi che si trovano nel Vangelo secondo Matteo. Si tratta oggi dell’inizio del “discorso della montagna”, così chiamato perché l’Evangelista ci dice che Gesù lo pronuncia stando seduto dopo essere salito su di un monte, nell’atteggiamento del maestro che insegna con autorità in un luogo che richiama il rapporto dell’uomo con Dio.
Questo discorso inizia con le “beatitudini”: otto affermazioni che dichiarano la felicità per alcune categorie di persone, più un’ultima che si rivolge direttamente agli ascoltatori di Gesù, a quei “voi” di allora e ai “noi” di oggi che leggiamo il Vangelo. Quest’ultima beatitudine riguarda il momento della persecuzione che avverrà quando nominare il nome di Gesù sarà pericoloso e sconveniente, una situazione che sarebbe da evitare se si vuole salvare la propria vita.
Accogliere molti degli atteggiamenti e dei comportamenti che Gesù dichiara come occasione di beatitudine, di felicità si potrebbe anche dire, è difficile, persino insensato se le si scegliesse come realtà volute a tavolino, desiderate in sé e per sé, circostanze nelle quali ci si butta volontariamente, per libera decisione. Nessuno sceglie di avere fame, di essere perseguitato, di essere nel pianto. Spesso è difficile anche voler essere puri di cuore, miti, operatori di pace nella società in cui ci si trova, accanto a tante persone che ci circondano, perché, come si sa, non è bello per nessuno trovarsi ad essere “un vaso di terracotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro” (Promessi sposi, cap. I), e ancor più difficile è scegliere di diventarlo.
Eppure mi sembra che la paradossalità delle beatitudini trovi un suo senso se questi atteggiamenti si vivono non per volontà diretta, ma per conseguenza di un’altra scelta. Nessuno desidera trascorrere le sue notti in bianco, eppure a tantissimi genitori capita e non ne sono troppo rattristati (anche se preferirebbero certamente dormire un po’ di più); nessuno sceglie di passare ore e ore rinchiuso in una stanza, chino sui libri o a risolvere problemi astratti che non sembrano aver nulla a che fare con la realtà, eppure molti scelgono di iscriversi all’università e di trascorrere così buona parte del loro tempo per qualche anno; nessuno aspira a trascorrere molto tempo a faticare, sudando sotto il sole o lasciandosi bagnare dalla pioggia, eppure molti lo fanno per essere pronti per una gara che li attende.
C’è un fine che dà senso a ciò che sarebbe insensato se scelto direttamente e direttamente voluto.
Con la proclamazione delle beatitudini, Gesù inizia a dare corpo al suo annuncio del Regno, alla certezza della vicinanza di Dio a cui invita a credere decidendosi per la conversione (cfr. Mt 4,17). Con le beatitudini Gesù traccia la figura del suo “stile” di profeta e di messia che giungerà a donare la vita sul Calvario: uomo mite, ricercatore di giustizia, puro di cuore, perseguitato, operatore di pace e per questo crocifisso, ma per questo anche “beato”, gioioso, perché affidato sempre al Padre, anche all’interno di una situazione drammatica e dolorosissima.
Oggi la parola del Signore non ci consegna l’invito ad una scelta masochistica di penitenza fine a se stessa, ma ci apre alla consapevolezza che seguire il Cristo significa accogliere la logica della croce affidandosi al Padre, per ricevere da Lui, nel futuro del Regno che viene, la felicità che si ricerca. Anche nella croce accolta e affidata alle mani del Padre, ci rassicura Gesù, brilla la beatitudine: nell’ombra del calvario, attraverso il segno dei chiodi e del costato squarciato dalla lancia, ferite che restano aperte anche oltre il mattino di Pasqua.
Il cristiano non è tale perché sceglie la sofferenza, come fosse misura della sua fede; il cristiano è tale perché accoglie la sofferenza quando gli viene addosso, soprattutto se questa avviene come conseguenza della sua fede in Gesù. Nessuno può dirsi cristiano se al nome di Gesù, a causa del quale si può e si vuole essere puri di cuore, affamati e assetati di giustizia, perseguitati, misericordiosi e miti, si preferiscono altre logiche che prevaricano sull’uomo e sono contro l’uomo, che misconoscono la dignità degli esseri umani in virtù di un qualche idolo la cui effige viene collocata nel cuore al posto di Dio, si chiami esso sicurezza pubblica, diritto di difesa preventiva, volontà di autodeterminazione del momento della morte, decisione sul proprio corpo perché “mi appartiene”, logica della violenza per affrontare punti di vista differenti.
Vivere le beatitudini è la naturale conseguenza che proviene dall’accoglienza del Signore Gesù nella propria vita; è la conseguenza che scaturisce quando si lascia che sia veramente Lui il Maestro che ispira i pensieri e le azioni; è la situazione in cui si trova chi ogni giorno, come hanno fatto i discepoli, vuole avvicinarsi al Cristo Signore per lasciarsi istruire dalle Sue parole.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
commenti