17 gennaio 2026

Sicurezza urbana, certezza della pena e legittima difesa: quando la paura diventa cronaca

L’episodio avvenuto tra Varese e il Milanese continua a interrogare l’opinione pubblica su sicurezza, certezza della pena e legittima difesa. Una vicenda che, arricchendosi di nuovi particolari emersi dalle indagini, restituisce tutta la complessità di un fatto che non può essere ridotto a una semplice contrapposizione tra “buoni” e “cattivi”.

Il ladro ferito è Adamo Massa, 37 anni, residente in un campo nomade torinese, alle spalle avrebbe una lunga lista di precedenti, in particolare per reati contro il patrimonio. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri di Varese, intorno alle 11, Massa si sarebbe introdotto, insieme a un complice, in una villetta di Lonato Pozzuolo dopo aver scassinato la porta d’ingresso.

All’interno dell’abitazione era presente il proprietario, Jonathan Maria Rivolta, 33 anni, ricercatore universitario, che vive a casa dei genitori. Insospettito dai rumori, l’uomo avrebbe sorpreso i due intrusi. Ne sarebbe nata una violenta colluttazione: Rivolta sarebbe stato colpito più volte al volto, fino a sbattere la testa contro lo stipite della porta. Durante lo scontro, uno dei due rapinatori, Massa, è stato colpito al torace con un coltello impugnato dal padrone di casa.

Il coltello, come emerso, faceva parte di un kit di sopravvivenza da trekking. Agli inquirenti Rivolta ha raccontato: «Ho alzato istintivamente la mano in cui avevo il coltello». Un’esposizione che è apparsa coerente e compatibile con una reazione istintiva in una situazione di pericolo imminente. Al momento, in attesa di ulteriori accertamenti, l’unico fascicolo aperto in procura è per tentata rapina.

Gravemente ferito, Massa sarebbe stato abbandonato dai complici davanti all’ospedale di Magenta, lasciato in fin di vita. Anche il proprietario di casa è finito in ospedale per le ferite riportate. All’esterno della struttura sanitaria si sarebbe poi radunato un numeroso gruppo di amici del ladro, creando tensioni e difficoltà per il personale medico.

Il caso di Lonato Pozzuolo si inserisce in un contesto più ampio. In queste settimane anche Cremona è interessata da un’ondata di furti che ha spinto le forze dell’ordine a intensificare i controlli sul territorio. Quando un cittadino si trova faccia a faccia con dei ladri nella propria abitazione la paura prende il sopravvento ed ogni riflessione razionale lascia spazio all’istinto di sopravvivenza.

È qui che entra in gioco il tema delicatissimo della legittima difesa. La legge italiana la riconosce, ma ne delimita con precisione i confini: deve esserci proporzionalità tra offesa e difesa e una situazione di pericolo attuale. Nella pratica, però, valutare questi elementi a posteriori non è semplice. Chi subisce un’aggressione in casa propria difficilmente ha il tempo di misurare i gesti o calcolare le conseguenze: reagisce per paura, per proteggere sé stesso e i propri affetti.

Accanto alla legittima difesa, resta aperta la grande questione della certezza della pena. In Italia è spesso percepita come un obiettivo lontano, schiacciato tra il sovraffollamento carcerario, il garantismo costituzionale e la funzione rieducativa della pena. Un equilibrio difficile, che però non può ignorare il diritto dei cittadini a sentirsi sicuri.

Nel frattempo si delinque, e le forze dell’ordine si trovano a operare in un contesto sempre più complesso, chiamate a tutelare la legalità e la sicurezza senza oltrepassare limiti che la legge impone loro.

La vicenda di Varese non è solo un fatto di cronaca nera: è il simbolo di una frattura profonda. Senza sicurezza non c’è libertà, ma senza una giustizia credibile e una riflessione seria sulla legittima difesa, il rischio è che la paura continui a entrare nelle case, lasciando i cittadini soli di fronte alle proprie scelte, spesso drammatiche.

Può essere utile, allora, spingersi oltre la ricostruzione dei fatti e interrogarsi senza ipocrisie su ciò che accade davvero quando un estraneo entra con la forza in una casa. È difficile, se non impossibile, confondere un ladro vestito di nero, magari con un passamontagna in testa, con un gentiluomo capitato per caso all’interno della propria abitazione. Ed è altrettanto difficile pretendere che una persona comune, sorpresa nella propria casa, riesca a valutare lucidamente quale reazione sia “giusta” o “proporzionata”.

La verità è che l’istinto di sopravvivenza non si improvvisa. È qualcosa che si impara a conoscere solo attraverso addestramenti specifici, come accade a militari o forze dell’ordine. I cittadini comuni non sono individui addestrati a gestire situazioni di pericolo estremo. E allora la domanda, inevitabile e provocatoria, si impone: sarà forse necessario un addestramento specifico per imparare a vivere alla mercé dei ladri?

Ancora più inquietante è chiedersi quali sarebbero state le conseguenze se al posto di Jonathan Rivolta ci fosse stata una persona anziana, sola, o con problemi di salute, magari debole di cuore. In uno scenario simile, staremmo ancora parlando del ladro come di una vittima? O saremmo costretti ad affrontare l’ennesima tragedia annunciata, consumata nel silenzio di una casa violata?

Sono domande scomode, ma inevitabili. Ed è proprio per questo che il tema della legittima difesa non può essere affrontato solo nelle aule dei tribunali, quando il danno è ormai fatto. Serve una riflessione seria, profonda, che tenga conto della realtà quotidiana, delle paure concrete delle persone e dei limiti umani di chi si trova improvvisamente sotto minaccia.

Da qui discende la necessità non più rinviabile di un piano credibile e strutturato per la sicurezza del territorio: prevenzione, controllo, rapidità della giustizia e certezza della pena. Perché uno Stato che chiede ai cittadini di non farsi giustizia da soli deve, allo stesso tempo, dimostrare di essere presente, efficace e in grado di proteggere. Altrimenti il rischio è che la linea sottile tra difesa e tragedia venga superata sempre più spesso, lasciando dietro di sé solo paura, rabbia e divisioni.

Beatrice Ponzoni


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