Iran, la storia che ritorna e il coraggio di disobbedire
La storia dell’Iran non è una linea retta: è un cerchio che sembra chiudersi sempre nello stesso punto. La storia dell’Iran è una storia che ritorna. Cambiano i volti, non il meccanismo del potere. Nel 1979 la Rivoluzione islamica promise libertà e giustizia, ma consegnò il Paese a una teocrazia che fece della religione uno strumento di controllo e della paura una forma di governo. Oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, l’Iran è di nuovo in fiamme perché quella promessa non è mai stata mantenuta.
È impossibile osservare ciò che accade senza tornare con la memoria a quell’intervista che nel 1979 fece il giro del mondo. Oriana Fallaci davanti all’ayatollah Khomeini, sola, senza mediazioni. Quando si tolse il chador, denunciando il fanatismo religioso e l’oppressione delle donne, non stava solo sfidando un uomo, ma un’idea di potere che pretendeva obbedienza assoluta. Khomeini non replicò con argomenti: reagì con l’arroganza di chi sa che il potere, quando è armato di fede, non ha bisogno di giustificarsi. Quel gesto, allora giudicato eccessivo da molti, oggi appare profetico.
Perché la condizione delle donne è rimasta il punto più fragile e più rivelatore del sistema iraniano. Donne che non possono scegliere come vestirsi, studiare, amare, vivere. Donne ridotte a simbolo da controllare, a corpo da disciplinare. E proprio da lì, dal corpo e dalla libertà negata, nasce la ribellione più potente.
Da due settimane l’Iran è attraversato da una protesta che non ha leader né bandiere, ma ha un prezzo altissimo. Le ONG parlano di 648 morti identificati, ma sanno — e lo sappiamo — che il numero reale è probabilmente di migliaia. Da cinque giorni il blackout totale di internet e delle comunicazioni avvolge le città iraniane. È il silenzio imposto dai regimi quando la verità diventa troppo pericolosa per essere vista.
Eppure, nonostante il buio, qualche storia riesce a emergere. Perché non stiamo parlando di statistiche, ma di vite. Di ragazzi e ragazze che lottano per diritti che altrove diamo per scontati.
Ho letto la storia di Rubina. Rubina non lanciava pietre, non imbracciava armi. Disobbediva in modo pacifico. Non indossava il velo, si vestiva alla moda, sognava una vita libera. Scrivo da persona, da donna che ama la libertà: il suo modo di resistere era semplice e rivoluzionario allo stesso tempo. Per questo è stata uccisa. Le hanno sparato alla nuca, di spalle. Un’esecuzione. Così il regime risponde ai sogni: spezzandoli.
E mentre Rubina muore, il mondo discute. Analizza. Calcola. È la fortuna — e la colpa — di nascere dalla parte “giusta” del mondo: possiamo permetterci di filosofeggiare sulla libertà perché non dobbiamo morire per esercitarla.
Sul piano globale, il quadro è altrettanto inquietante. La guerra tra Russia e Ucraina continua, Kiev viene colpita da ondate di droni russi, mentre il conflitto europeo resta aperto e logorante. L’asse tra Mosca e Teheran si rafforza, dimostrando che le crisi non sono isolate, ma comunicanti.
In questo scenario si muove Donald Trump, con una politica estera che oscilla tra minaccia e provocazione. Da un lato l’Iran, definito nemico ma anche possibile interlocutore; dall’altro la NATO messa in discussione e le mire sulla Groenlandia, territorio strategico che Trump considera un asset da acquisire più che una realtà politica da rispettare. È una visione del mondo che riduce la geopolitica a una partita di forza e territori, dove i diritti umani diventano variabili secondarie.
Ed è qui che tutto si tiene. L’Iran che reprime, la Russia che bombarda, l’Occidente che vacilla, l’America che riconsidera alleanze e confini come fossero proprietà immobiliari. In questo mondo, la libertà torna a essere fragile. E sempre più spesso, a pagare sono i più giovani, le donne, chi osa disobbedire.
L’Iran oggi non è solo una crisi che appartiene ad una realtà che vediamo lontana rispetto alla straordinaria fortunata di essere in un altro luogo. La domanda non è solo cosa accadrà in Iran. La vera domanda è se il mondo è ancora in grado di governare le proprie crisi senza trasformarle in incendi globali. Perché quando un Paese brucia al centro delle mappe strategiche, le fiamme non restano mai confinate entro i suoi confini.
Nelle foto la rivoluzione iraniana del 1979 e la rivoluzione in Iran di questi giorni
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