Quando la libertà diventa privilegio: l’8 marzo non basta
Per chi scrive dalla parte più fortunata del mondo, oggi più che mai, ogni parola è un privilegio. Ogni privilegio comporta una responsabilità: quella di non sprecare la voce, di non usare la libertà come un’abitudine distratta, di non ridurre i diritti a slogan stagionali.
Ogni anno, l’8 marzo torna puntuale con i suoi rituali. Discorsi già ascoltati, parole ricorrenti: uguaglianza, emancipazione, lotta. Indossiamo scarpette rosse, inauguriamo panchine rosse, ci scambiamo la mimosa e condividiamo frasi che per ventiquattro ore riempiono le coscienze e alleggeriscono le omissioni. Molti gesti, molte parole. Ma, se siamo onesti, non basta.
In un mondo sempre più disorientato, immerso nel caos delle contraddizioni, oggi sento il bisogno di rivendicare una parola semplice e potente: donna. La rivendico prima ancora che come categoria sociale, come essere umano.
Essere donna ha mille sfaccettature. Dipende da dove nasci, e il luogo in cui nasci può segnare il confine tra possibilità e condanna. Dipende da come cresci, dall’età che hai, dallo stato civile che troppo spesso finisce per definirti più di quanto dovrebbe. Dipende se sei madre o se non lo sei. Se non puoi esserlo. Se non vuoi esserlo. Dipende se studi, se lavori, se guadagni, se scegli una professione che qualcuno continua a definire “maschile”.
Già questo dovrebbe farci riflettere: perché mai un mestiere dovrebbe avere un genere?
La verità è che il punto di partenza non è lo stesso per tutte. Il “dove” fa la differenza. Sempre.
Essere donna è impegnativo. Ma è anche straordinariamente affascinante. È intensità, intuizione, determinazione. È attraversare la vita con profondità.
Penso a una figura controversa ma indiscutibilmente libera come Oriana Fallaci. Nel 1979 riuscì a ottenere un’intervista con l’ayatollah Khomeini. Per incontrarlo dovette accettare una lunga serie di prescrizioni formali. Tra queste, l’obbligo di indossare il chador. Durante quell’intervista il confronto fu duro, quasi uno scontro tra due visioni del mondo. La Fallaci incalzò il leader iraniano sui diritti delle donne, sui maltrattamenti, su quel velo che – disse – ne immobilizzava la libertà. A un certo punto, con un gesto destinato a restare nella storia del giornalismo, si tolse il chador davanti a lui.
Un gesto semplice, ma carico di significato. Perché la libertà non si eredita: si conquista.
Essere donna significa spesso proprio questo: coraggio. Il coraggio di parlare quando sarebbe più comodo tacere. Di restare in piedi quando la cultura ti vorrebbe piegata. Di difendere diritti che dovrebbero essere ovvi, ma che ovvi non sono mai abbastanza.
La vera sfida non è celebrare le conquiste. È non arrendersi. È ribaltare stereotipi, smontare linguaggi sessisti, scardinare quella mentalità – ancora diffusa in molte parti del mondo, compresa la nostra anche se con modalità differenti – che continua a collocare la donna un gradino sotto l’uomo.
Ma la libertà non è una gara tra sessi. La libertà è delle persone.
Non possiamo dire che la violenza sulle donne sia un tabù nella nostra società. Se ne parla, si discute, si interviene. Eppure i numeri continuano a inquietare: la violenza non diminuisce, in alcuni casi aumenta.
Viviamo in un tempo segnato da una cultura della violenza diffusa. Violenza fisica, certo. Ma anche verbale. Violenza nell’arroganza, nella mancanza di rispetto, nell’assenza di limite. È un tempo in cui si urla molto e si ascolta poco.
Mentre in Europa – pur tra mille contraddizioni – le donne hanno conquistato spazi e diritti, altrove il tempo sembra tornare indietro.
Penso a Teheran.
Penso a Doha.
Penso a Gaza.
Penso alla Siria.
Penso a Kiev.
Penso a tutti i luoghi attraversati dai conflitti che, purtroppo, richiederebbe un elenco troppo lungo. Un mondo che brucia.
Ma penso soprattutto all’Afghanistan, dove dal 2021, con il ritorno al potere dei talebani, alle ragazze è stato proibito frequentare le scuole superiori e l’università. Donne escluse dalla vita educativa, culturale e pubblica. Donne rese invisibili per decreto.
Mentre l’attenzione mediatica si sposta continuamente su nuovi fronti di guerra, nel silenzio si consumano arretramenti drammatici dei diritti umani. Norme che arrivano perfino a regolamentare la violenza domestica con criteri che offendono la dignità prima ancora del diritto. Sanzioni simboliche per aggressioni che, in qualsiasi Stato di diritto, comporterebbero condanne severe. Donne private della voce, private del volto, private della scelta.
L’indifferenza è il peggior nemico della libertà. E la libertà non ha genere. Non è femminile. Non è maschile. È umana.
Difendere la libertà delle donne non significa rivendicare un privilegio. Significa difendere il principio stesso di civiltà. Perché ogni volta che una donna viene zittita, esclusa o umiliata, non si ferisce solo lei: si incrina l’idea stessa di società. La libertà è di tutti ma esiste davvero solo quando è garantita a ciascuno. Finché, in qualche parte del mondo, nascere donna significherà nascere con meno diritti, nessuno potrà dirsi davvero libero.
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