Tutti per un posto, un posto per tutti
L’insegnamento di Gesù sulla scelta del posto più umile per essere successivamente promossi ad una collocazione di maggior prestigio dal padrone di casa che ci ha rivolto l’invito al banchetto, più che una pagina di vangelo sembra un tranquillo consiglio di bon ton o di galateo. Fa sempre piacere sentirsi dire da qualcuno: “passa più avanti”, ed è estremamente umiliante, invece, ricevere la richiesta di cedere il posto perché ci si è messi là dove non si doveva stare. Ai matrimoni risolviamo gli inconvenienti indicando il posto degli invitati: mettiamo vicine persone che si conoscono e che si ritiene abbiano qualcosa da dirsi per il tempo del ricevimento ed evitiamo che si trovino fianco a fianco persone che non si conoscono o che magari non si parlano e non si guardano da anni, cercando così di non rovinare la giornata a loro e agli sposi che li hanno invitati.
Se consideriamo l’immagine del banchetto come una metafora della vita, anche in questo caso l’insegnamento di Gesù è utile e saggio. Ci sono persone che si credono di essere il centro del mondo, bramano di raggiungere posizioni di prestigio, ma non valgono per quel posto che desiderano occupare. All’opposto ci sono persone dalle grandi qualità che si defilano, si accontentano di stare dietro le quinte, eppure meriterebbero molta più considerazione di quella che si danno. Una storia molto bella che parla di una persona così, è narrata in L’eleganza del riccio, un libro di Muriel Barbery, da cui è stato tratto anche un film, Il Riccio (2010).
Tuttavia al Maestro che insegna in casa del fariseo che lo ha invitato, una piccola obiezione mi piacerebbe presentarla: la vita non è sempre giusta come il padrone di casa di cui parla Gesù. Ci sono persone che bramano i primi posti, e pur non avendo molte qualità, i primi posti li ottengono e nessuno da lì li rimuove. Ci sono persone che si mettono nelle retrovie e nessuno viene a dire lor di passare avanti. Di fronte a queste situazioni le parole di Gesù suonano più come un’utopia che come un buon consiglio. La vita dei profeti, dentro e fuori la Bibbia, testimonia proprio questo. Ci sono uomini e donne che nella storia, ma anche nel mondo contemporaneo, dentro e fuori la Chiesa, avrebbero meritato e meriterebbero molto più credito di quello che viene loro riconosciuto. La democrazia non è una scienza e le umane istituzioni non sono mai le portavoce di Dio e della giustizia. Sorge quindi una domanda: “perché occupare l’ultimo posto per scelta, se poi nessuno verrà a offrirci un posto migliore?”.
Forse la chiave di lettura per capire tutta questa pagina evangelica non è tanto nella riflessione “da galateo” su cui finora ci siamo fermati. Per capire l’insegnamento di Gesù, dobbiamo prendere sul serio quel suggerimento che Gesù rivolge al padrone di casa circa le persone a cui rivolgere gli inviti: “invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti” (Lc 14,13-14).
A guidare le nostre azioni e le nostre scelte c’è spesso un interesse di fondo: la ricerca di un riscontro economico, di un riconoscimento personale, del prestigio che ci viene per aver fatto bene qualcosa. Un “grazie” ci fa sempre piacere, ma talvolta non ci limitiamo ad accoglierlo, lo pretendiamo, come occupando l’ultimo posto ci aspettiamo di essere promossi al primo, come invitando qualcuno attendiamo che poi ci inviti a casa sua e ci immetta nei suoi circoli di conoscenze e di relazioni.
Tutt’altro avviene frequentando gli esclusi, gli ultimi, quelli considerati persino inadatti al culto e ad offrire preghiere e sacrifici a Dio (così erano considerate le categorie di persone che Gesù elenca). Mettersi in compagnia degli ultimi, stando al posto che la società riserva loro, senza attendere che qualcuno da lì ci sollevi; stare lì semplicemente sapendo che quel che si fa è utile e produce quel silenzioso rumore di rinnovamento e di rivoluzione di cui il mondo ha sempre bisogno, è forse questo quel che Gesù chiede di vivere.
Forse è questo che Gesù ci propone invitando ciascuno ad umiliarsi. Liberarsi dalla pretesa del primo posto, perché quando il posto è unico non c’è altra possibilità che la lotta per conquistarlo. Convertire la nostra mentalità e invece di cercare l’unico posto, lavorare perché tutti i posti siano “di prestigio”, perché tutte le persone, ovunque si siedono nel banchetto dell’esistenza, abbiano accesso a salute, istruzione, abitazione, pari opportunità, salario per vivere dignitosamente, senza la pretesa di costruire il paradiso in terra, perché chi ha voluto farlo ha prodotto i peggiori inferni, tanto a destra quanto a sinistra. Non preoccuparsi solo di noi stessi, ma anche con coraggio e generosità, degli altri.
Se facessimo nostro tutto ciò, magari attorno a noi avremmo meno politicanti e più politici; ci sarebbero meno tuttologi e più volontari che si rimboccano le maniche; incontreremmo e saremmo meno superbi, che Dio disperde nei pensieri del loro cuore, e più sinceramente umili, che da Dio solo vogliono essere esaltati, senza curarci troppo dei pensieri e dei giudizi umani che “gli altri” possono avere di noi.
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