23 giugno 2026

Questa notte quella delle streghe o di San Giovanni

E’ tutto pronto, in terra di Po, sull’una e sull’altra riva e, più in generale, nei nostri territori di pianura per una delle notti più affascinanti, misteriose e attese dell’anno, quella di San Giovanni che cade tra il 23 ed il 24 giugno. Un appuntamento che, come molte celebrazioni della religione cattolica, si innesta nel solco di ritualità antiche di origine pagana. Proprio pochi giorni fa si è verificato il  Solstizio d’Estate, un evento forse risalente alla tradizione celtica, le cui celebrazioni erano profondamente legate al mondo agricolo e ai ritmi della terra.

Dopo la giornata più lunga dell’anno le ore di luce iniziano a calare, forse per questo motivo nella cultura popolare il fuoco aveva un ruolo importante nelle celebrazioni del Solstizio d’Estate: venivano accesi falò per ravvivare e sorreggere il sole che iniziava a calare. Al pari del fuoco anche l’acqua aveva un ruolo importante, in quanto simbolo di fecondità e di rinascita; le donne si rotolavano nell’erba bagnata per favorire la fertilità e la rugiada raccolta durante la notte del Solstizio veniva considerata medicamentosa in quanto conteneva l’essenza dei raggi lunari. Quella che sta per arrivare è  conosciuta anche come Notte delle Streghe, in quanto si credeva che fosse uno dei momenti dell’anno in cui le streghe si radunavano per celebrare il Sabba, un convegno rituale in cui si officiavano ricorrenze e si facevano incantesimi. Fino al XIII il sabba era ritenuto l’incontro fra un gruppo di donne e una divinità femminile (spesso rappresentata dalla dea Diana), solo successivamente alla donna che officia il culto notturno si affianca la figura maschile di Satana che andrà poi a soppiantarla definitivamente nell’immaginario comune. Originariamente il Diavolo, inteso come spirito del male, non c’entrava nulla: questi riti erano infatti residui di culti pagani, celebrati di notte per sfuggire all’occhio inquisitore del cristianesimo. La presunta partecipazione ai sabba è stata uno dei principali capi di imputazione nei confronti delle donne accusate di stregoneria; per centinaia di anni questo è stato un modo per controllare e sottomettere le donne scomode per il potere costituito, non a caso lo storico Ronald Hutton in “Streghe” afferma “Il fatto che i processi per stregoneria in Europa si siano caratterizzati come una sorta di guerra degli uomini contro le donne si è fondato sul fatto innegabile che la figura della strega rimane uno dei pochi simboli di indipendenza femminile che la cultura occidentale tradizionale ha lasciato in eredità al presente.” In effetti i documenti storici e la tradizione orale ci raccontano di donne che vivevano ai margini della società, vedove o nubili, che curavano malanni e praticavano aborti esercitando autodeterminazione sui corpi femminili, donne sapienti che conoscevano le proprietà curative delle piante e dei cicli lunari. La conoscenza di queste donne, oltretutto povere, che non potevano accedere all’istruzione canonica, era vista come una prova ulteriore dei loro malaffari; la sapienza tramandata oralmente di generazione in generazione era confusa volontariamente con un patto diabolico per il sapere. Ma le competenze fitoterapiche di queste donne erano realtà, e nonostante il timore nell’avere a che fare con loro erano spesso interpellate per cure e consigli. Queste antiche erboriste erano depositarie dell’arte della cura e la loro sapienza entrò in contrapposizione con la nuova figura del medico, rigorosamente uomo e formato prima attraverso la dottrina religiosa e poi nelle Università, accessibili solo alle classi più ricche. Si è soliti pensare al Medioevo come a un periodo cupo, caratterizzato anche dalla caccia alle streghe, ma in realtà la grande persecuzione avvenne più tardi, anzi, in questo periodo le donne svolgevano lavori di immaginario tipicamente maschile ed erano associate a varie corporazioni. Fu tra il XIV e il XVIII secolo che avvenne la lunga ondata di persecuzioni e omicidi e le vittime in Europa, secondo la storica Marina Montesano, furono circa 30000; inoltre i maggiori responsabili delle accuse non furono le autorità cattoliche ma le autorità civili nel mondo protestante del centro e nord Europa. In Italia vi furono accuse di stregoneria ma il fenomeno non ebbe grande diffusione se non sulle Alpi, dove per altro era più radicata la credenza delle masche, termine con cui si indica la strega nel folclore piemontese. Altri nomi per indicare le streghe sono stria e striga: parole che derivano dal termine greco strix ossia ‘stridere’, da cui proviene anche l’origine di Strigiformi, termine con cui si indicano i rapaci notturni, da sempre associati alla notte e alle streghe.  In terra di fiume le streghe non mancano.  Su tutte  la Borda, una delle streghe più popolari delle terre del Grande fiume.  Fra stagni e paludi, canali, lanche e bodri,  in certi giorni d’autunno e d’inverno la nebbia diventa la protagonista incontrastata, ed ecco che torna d’attualità la leggenda della mostruosa “Borda”: una strega acquatica, del tutto spettrale che appariva, durante le giornate di bruma  emergendo dalle acque delle paludi e delle lanche, bendata e dall’orribile aspetto. Si narra che ogni forma umana che incontrasse venisse uccisa. Ma questo essere era tanto orribile quanto era grande la paura per le zone paludose, stagni e canali. Un mostro che veniva nominato dagli adulti per incutere timore ai bambini e convincerli quindi a stare lontani dai luoghi pericolosi. Una strega autunnale ed invernale che, tuttavia, potrebbe fare anche la sua “comparsa” per la Notte di San Giovanni.

E se non incontrerete la Borda ecco che all’improvviso potrebbe comparire la Giubiana, un fantoccio, che rappresenta un’altra strega, magra e dalle gambe lunghe che si muove di albero in albero facendo spaventare soprattutto i bambini. La tradizione della Giubiana, nel mondo agricolo ha un’origine molto antica e, come noto, l’anno è sempre stato scandito da ricorrenze periodiche, che accompagnavano i ritmi delle stagioni e che in qualche modo permettevano, di sentirsi partecipi dei cicli della natura. Attraverso feste e ricorrenze, erano quindi rivissuti simbolicamente i cicli della natura, in particolare il passaggio tra le stagioni morte e quelle del risveglio primaverile. Nei secoli passati la narrazione popolare ha creato svariate leggende, e così Giubiana  é diventata una figura femminile, da scacciare simbolicamente insieme ai rigori dell’inverno. Ma tra un albero e l’altro, tra lanche e sterrati potrebbe comparire la Palpastriga che, secondo la narrazione popolare, spaventa e disturba coloro che incontra avvolgendoli in ragnatele oppure potrebbe presentarsi la Castracagna, figura storica e semi-leggendaria accusata di stregoneria che avrebbero provocato inondazioni del Po. E’ sufficiente lasciarsi accompagnare dall’atmosfera del fiume, anche quando tutto sembra nascosto, per tornare all’essenziale, immergersi nei profumi di un tempo e vivere in un tempo sospeso tra realtà e fantasia, specie in una notte densa di misteri come quella di San Giovanni. 

Nelle campagne piemontesi, lombarde ed emiliane, molti erano i riti propiziatori, caduti ormai in disuso; ad esempio i sacerdoti in Piemonte solevano benedire i fuochi accesi dai contadini, immagine del sole, atti a propiziare i raccolti e la buona salute. Di tale vecchia e suggestiva tradizione troviamo tracce anche nella letteratura, come nella famosa opera letteraria di Cesare Pavese “La luna e i falò”. Altra credenza vuole che una talea di geranio legata ad un manico di scopa, strumento che accompagna sempre le streghe, esposta alla rugiada, fiorisca per tutta l’estate senza bisogno di terra o di acqua Alcune tradizioni  legate alla Notte di San Giovanni  hanno attraversato i secoli e sono arrivate fino a noi, ed una di queste è senza dubbio l’Acqua di San Giovanni. Nella notte tra il 23 e il 24 giugno è ancora viva l’usanza di raccogliere erbe aromatiche e fiori spontanei, metterli a mollo in una ciotola e il mattino successivo utilizzare l’acqua per lavarsi in un augurio di buona fortuna e prosperità. dell’acqua di San Giovanni: una preparazione semplice e profumata, carica di significati che affondano le radici in un passato molto più antico del santo che oggi le dà il nome. Si tratta di un infuso ottenuto lasciando macerare per una notte intera, all’aperto, fiori ed erbe spontanee in un contenitore d’acqua. Al mattino del 24 giugno l’acqua si presenta colorata e profumata, e secondo la tradizione va usata per bagnare viso e mani: ci si “purifica” con l’acqua impregnata della rugiada notturna, la cosiddetta guazza, a cui la cultura contadina attribuiva la capacità di portare salute, bellezza, fortuna e protezione per tutto l’anno. La data non è casuale. Il 24 giugno cade pochi giorni dopo il solstizio d’estate, quando la luce raggiunge il suo apice prima di iniziare lentamente a calare. Le civiltà pre-cristiane celebravano questo passaggio con riti legati al fuoco, all’acqua e alla fertilità, convinte che in questa notte la natura sprigionasse il massimo della propria forza.

Con il cristianesimo la ricorrenza venne ricondotta alla nascita di San Giovanni Battista, il santo dell’acqua e del battesimo, sovrapponendo il calendario liturgico all’antico ciclo solare. Da qui la convivenza, ancora oggi percepibile, tra elemento religioso e suggestione magica: la notte di San Giovanni è anche conosciuta come la “notte delle streghe”, quando, si racconta, le erbe raccolte hanno il potere più forte. Non esiste una ricetta unica: ogni territorio e ogni famiglia ha la propria. La regola di fondo è raccogliere il maggior numero possibile di specie spontanee, possibilmente in fiore. Tra le più ricorrenti ci sono l’iperico, non a caso chiamato erba di San Giovanni, la lavanda, il rosmarino, la salvia e la menta, la malva, la camomilla, l’achillea, l’assenzio, i petali di rosa e i fiori di sambuco, l’artemisia, l’elicriso e il finocchio selvatico, la verbena e la passiflora. La raccolta, idealmente, va fatta nel tardo pomeriggio o alla sera del 23 giugno, quando le piante sono ancora cariche dei profumi della giornata. La preparazione è alla portata di tutti. Si dispongono i fiori e le erbe in una bacinella ampia e bassa riempita d’acqua e si lascia il recipiente all’aperto per tutta la notte, su un balcone, un davanzale o in giardino, così che acqua e petali si impregnino della rugiada e, secondo la tradizione, della luce di luna e stelle. Al mattino del 24 giugno l’acqua sarà colorata e profumata, pronta per lavarsi viso e mani come gesto di buon auspicio. Il risultato non è solo simbolico: il contatto prolungato di petali ed erbe rilascia oli essenziali e pigmenti che tingono delicatamente l’acqua e le regalano un aroma fresco e vegetale. Fondamentale in questa preparazione è indubbiamente l’iperico, detto anche “Erba di San Giovanni” o “caccia diavoli”. Tra i componenti dell’ iperico, abbiamo un’ olio essenziale e dei derivati fenolici, tra cui un pigmento di colorazione rossa chiamato ipericina. Da esso deriva il nome di erba di San Giovanni, in quanto il colore rosso ricorda il sangue versato dal santo quando fu fatto decapitare da Salomé. Nome scientifico Hypericum perforatum, era la pianta utilizzata per curare le ferite, usata dai Cavalieri di Gerusalemme, che secondo la “dottrina dei segni” utilizzavano piante dalla forma simile alle infermità da guarire. Era anche l’erba che nell’antichità scacciava gli spiriti del male e che ancora oggi è portatrice di buonumore, grazie ad una sostanza attiva che in Germania è tra gli antidepressivi più prescritti. Durante le crociate, i Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme erano soliti curare le ferite dei combattenti con questa pianta. Lo facevano basandosi sulla “dottrina dei segni”, secondo cui le infermità d’una qualsiasi parte del corpo possono essere curate con una pianta che di quella parte riproponga la forma. H.perforatum non sembra somigliare esteriormente a nessun organo del corpo umano: se, però, si osserva una della sue foglie controluce, essa apparirà costellata di ghiandole trasparenti simili a perforazioni, cioè a “ferite”. Secondo la citata “dottrina”, poiché la foglia sembrava perforata, poteva curare le ferite, specie quelle riportate in battaglia. H.perforatum era ritenuto utile anche per scacciare i demoni e gli spiriti del male. Nel Medioevo, veniva appeso alle finestre e sulle porte per impedire a Satana e ai suoi emissari di penetrare nelle case. Quando una donna si riteneva impossessata dal demonio, e quando nemmeno le preghiere degli esorcisti erano riuscite a liberarla, non doveva far altro che mettersi in seno alcune foglie della pianta e sparpagliarne altre nella sua abitazione. Diversamente da H.humifusum, H perforatum non predilige i terreni ricchi di calcare.

L’ Hypericum perforatum, più noto col nome popolare di “erba di San Giovanni” perché i suoi fiori giallo-oro sbocciano a fine di giugno in coincidenza con la festa del santo, contiene una sostanza attiva, l’ipericina, che ha un’azione psicoattiva di rasserenamento dell’umore. Indicato esclusivamente, l’hypericum agisce a livello cerebrale in modo simile ai più diffusi farmaci antidepressivi di sintesi, rallentando la distruzione di alcuni neurotrasmettitori, tra cui la serotonina e dopamina. In Germania, dove la fitoterapia è particolarmente seguita, oggi l’erba di San Giovanni è l’antidepressivo più prescritto, e anche negli Stati Unito si va diffondendo a macchia d’olio, aiutata dal fatto che è in vendita come prodotto da banco senza ricetta”. L’iperico è da ritenersi indispensabile nella preparazione dell’acqua di San Giovanni  poiché si pensa abbia la capacità di scacciare gli spiriti malvagi. La mattina successiva (24 giugno) è usanza utilizzare l’acqua di San Giovanni per lavare mani e viso, un segno di buona sorte per il domani che viene. Passando più strettamente al cremonese, Luciano Dacquati in quella “pietra miliare” di storia delle nostre terre che è il libro “Ròbe de na vòolta – Cinque secoli di tradizioni, usanze, proverbi cremonesi” uscito nel 1960 ma sempre attuale, le immagini più popolari e tradizionali del santo lo raffigurano mentre battezza, quindi mentre purifica gli animi bagnando le persone. Ecco quindi che il passaggio alle tradizioni popolari è rapido. In sostanza la rugiada della “nòt de San Giuan”  (quella fra il 23 ed il 24 giugno) veniva considerata miracolosa e dotata di particolari poteri curativi. Al mattino i contadini si recavano di buon ora nei campi cospergendosi con la rugiada braccia e gambe al fine di fare scomparire la scabbia ed altre malattie della pelle mentre altri camminavano a lungo, a piedi nudi e nell’erba bagnata, convinti che questo li avrebbe potuti guarire da  dolori artritici e reumatici. Sempre la mattina del 24 (ma nel Cremasco questo accadeva prima) le donne uscivano di casa all’alba per fare provvista di rugiada raccogliendone il più possibile attraverso vari sistemi: tra i più comuni quello di fazzoletti distesi sull’erba bagnata e poi strizzati in qualche recipiente oppure scuotendo i mazzetti d’erba in tazze e recipienti. Quindi la rugiada veniva posizionata negli angoli più umidi della casa in modo che non evaporasse, per poi essere utilizzata nel corso dell’anno per guarire i vari malanni che si presentavano. Altra usanza, della quale da tempo si è purtroppo perso anche il significato  se non la memoria era quella di accendere falò nelle campagne (come accade ad esempio il 17 gennaio per Sant’Antonio Abate). E’ noto che il fuoco viene spesso utilizzato come elemento rituale e, in questo caso, sembra che si trattasse di richiami amorosi destinati a favorire i “fidanzamenti rusticani” tra i giovani. La ricorrenza di San Giovanni Battista era celebrata con particolare solennità anche in città, a Cremona; infatti il 23, all’una di notte, nel Seicento il Castello di Santa Croce di via Ghinaglia (di cui sono rimasti solo poveri resti) sparava numerosi colpi di cannone “per segno d’allegrezza” e, dopo il suono dell’Ave Maria, in una strada presso il castello stesso dove esisteva una immagine del santo “s’accendono gran quantità di lumi e si vedono fontane quali durano fino alle tre di notte”. A questa festa popolare accorrevano molte persone proprio per vedere tutta queste devozione. Anche in  città, già nel Seicento, di buon ora si raccoglieva la rugiada e si preparavano ghirlande con l’erba detta “di san Giovanni”. Altra usanza (questa ancora abbastanza in voga) era poi quella di raccogliere di notte, o al mattino presto, le noci ancora verdi, e quindi acerbe, bagnate di rugiada notturna per  preparare il celebre nocino, liquore molto diffuso che avrebbe, così si dice, anche il potere di rimediare ai guai dello stomaco.  Molti sono poi  i proverbi dialettali legati alla vita contadina del nostro paese, tra cui: “Se piove al dì de San Zuane se suga le fontane” (Veneto); “Par San Giuàn as cave li sigòli e l’ai” (Bassa padana), “Chi compra ai dè d’San Zvan è pùvratt tot l’an” (Bologna). Secondo un’antica credenza nella notte del 21 (solstizio d’estate) la luna si sposa con il sole e da questo sposalizio si riversano energie benefiche sulla terra e secondo tutte le antiche tradizioni la notte tra il 23 e il 24 giugno tutte le piante e le erbe sulla terra vengono bagnate dalla rugiada del santo e intrise da una potenza nuova. Da qui  La tradizione, che si perde nella notte dei tempi, che vuole  che la sera del 23 giugno, dopo il tramonto, si raccolga una misticanza di erbe e fiori nei campi. Il raccolto va poi inserito in una bacinella da lasciare all’esterno per tutta la notte in modo da assorbire la rugiada del mattino. La mattina  del 24 giugno, l’acqua di San Giovanni viene quindi utilizzata per lavare mani e viso, come rituale propiziatorio e di purificazione. La tradizione narra che l’acqua abbia proprietà curative e protettive, porta salute, fortuna e prosperità, allontana malattie e calamità e protegge i raccolti dei campi. In tavola, infine, questa sera e anche il giorno di San Giovanni sono del tutto tipici, in terra di fiume e non solo, i tortelli d’erbette, da gustare in serata in attesa di una notte magica e piena di storia. 

Eremita del Po

 

 

 

Paolo Panni


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