18 febbraio 2026

Le guerre d’Italia, l’assedio di Crema e la battaglia di Ombriano

Il contesto storico

L’assedio di Crema del 1514, a cui fa da corollario finale la battaglia di Ombriano, è un evento bellico che si colloca nello scenario storico delle guerre d’Italia. Queste iniziano nel 1494, con la discesa in Italia del re Carlo VIII di Francia alla testa del suo esercito, e terminano nel 1559 con il trattato di Cateau-Cambrésis. L’assedio alla piazzaforte veneta di Crema viene effettuato, nella sua fase più significativa, tra il maggio e l’agosto del 1514 da parte delle milizie sforzesche, svizzere e spagnole nemiche della Serenissima. Tuttavia, già a partire dalla seconda metà del 1513, a seguito della battaglia di Novara (o dell’Ariotta) del giugno 1513, si verificano movimenti di truppe e scontri armati tra le formazioni di San Marco e quelle avversarie, intorno a Crema e nei pressi di alcuni paesi vicini. E questo già condiziona in parte l’autonomia di transito e di approvvigionamento del presidio cremasco. La battaglia di Ombriano costituisce il momento di epilogo dell’assedio di Crema, grazie al quale la città rompe l’accerchiamento nemico. Sono anni in cui, in questa parte più occidentale della Terraferma veneta, il territorio di Crema e i territori di Bergamo, Brescia e Cremona (che è veneta dal 1499 al 1509) vedono un continuo succedersi di spedizioni militari, assalti a città e villaggi, assedi e sortite, avanzamenti e ripiegamenti di milizie, capovolgimenti di fronte, scontri di truppe di cavalleria e fanteria, ritirate e contrattacchi, quasi sempre ad opera di formazioni mercenarie guidate da capitani di ventura.

Durante i sessantacinque anni delle guerre d’Italia, la nostra penisola, soprattutto nella sua parte settentrionale, è aspramente contesa tra gli eserciti francesi, spagnoli e imperiali, oltre che dalle formazioni dei mercenari svizzeri. Siamo in una situazione di campagne belliche condotte da forze militari straniere che combattono per accaparrarsi territori, popolazioni e risorse a scapito delle esistenti realtà politiche italiane. La cosiddetta Età moderna è iniziata con la scoperta e la conquista coloniale delle Americhe e, in Europa, con una situazione di continue devastazioni belliche, di cui le guerre d’Italia sono un esempio molto significativo. In Europa è arrivata l’epoca degli Stati unitari moderni, che esprimono una volontà di potenza sempre maggiore. Queste nuove formazioni statuali unificate sono dotate di notevoli estensioni territoriali, stabili istituzioni politiche, solidi ordinamenti giuridici e cospicue quantità di denaro per mobilitare forze belliche molto agguerrite.

Accade il contrario in Italia, dove si raggiungono mete di eccellenza umanistica e rinascimentale, con vette di cultura nelle arti figurative (pittura, scultura), nell’architettura, nella letteratura (poesia, narrativa) e nei più diversi campi dello scibile umano. Un’eccellenza e una primazia di civiltà forse mai più toccate successivamente. Tuttavia, a questa straordinaria egemonia culturale si accompagna una altrettanto straordinaria debolezza istituzionale e bellica. Il frazionamento politico e militare delle realtà italiane favorisce la loro vulnerabilità, ben presto sfruttata dalle nazioni europee più aggressive. Tra gli staterelli italiani continuano a verificarsi rivalità e conflitti. Nessun processo di unificazione nazionale, neppure parziale, avviene nella nostra penisola. Invece di reagire alle invasioni straniere facendo fronte comune, i piccoli Stati italiani restano divisi tra di loro e si limitano ad agire in via subordinata e in mutevole appoggio all’uno o all’altro conquistatore straniero.

La lezione storica per l’Italia sarà molto dura. Il danno provocato da questa frammentazione geografica, politica e militare, insieme ad altre concause, porterà a secoli di sudditanza alle nazioni straniere. E ciò fino al compimento del nostro processo risorgimentale, culminato nei fondamentali ventidue anni dal 1848 al 1870, che fanno dell’Italia una nazione unita e indipendente. Chi fin da allora capisce tutto è Niccolò Machiavelli (1469-1527). Nel “Principe”, soprattutto nel XXVI capitolo che contiene la “Esortazione a pigliare la Italia e liberarla dalle mani de’ barbari”, Machiavelli esamina con chiarezza e precisione la situazione italiana del tempo, indica le cause di questa “ruina” dell’Italia e suggerisce i possibili rimedi. L’opera, pubblicata postuma nel 1532, viene probabilmente composta nel 1513 o forse tra il 1513 e il 1514, quindi cronologicamente a ridosso dell’assedio di Crema. “A ognuno puzza questo barbaro dominio”, dice Machiavelli. E cita Tito Livio (IX, 1): “Iustum enim est bellum quibus necessarium, et pia arma, ubi nulla nisi in armis spes est” (“È giusta la guerra per coloro ai quali è necessaria; e sacre le armi quando l’unica speranza è riposta nelle armi”).

Come sempre nella Storia, quando ci si illude di poter contare, abbassando le proprie difese militari, su facili pacifismi e su utopistiche ipotesi di disarmo da parte degli altri, va a finire che la realtà dei fatti porta a gravi danni e a drammatici risvegli. È l’eterna illusione del disarmo unilaterale come soluzione all’ineliminabile violenza umana. Anche Francesco Guicciardini (1483-1540) analizza e valuta questa “calamità” storica, con considerazioni espresse soprattutto nella sua “Storia d’Italia”, composta tra il 1537 e il 1540, un’opera che tratta le vicende avvenute nel periodo delle guerre d’Italia fino a quel momento. Machiavelli e Guicciardini, in modo diverso, rivolgono ai propri contemporanei (e direi anche a noi posteri europei) forti moniti riguardo alle cause e ai danni arrecati da tale “ruina” e “calamità”, frutto delle divisioni politiche e dell’assenza di azioni diplomatiche e militari unificate.

Guerre, mercenari e pontefici combattenti

La posizione geografica di Crema rende la città strategicamente rilevante in quello scenario, animato da costanti contrapposizioni tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia. Dal 1449 Crema appartiene alla Serenissima ed è l’avamposto occidentale più avanzato della Terraferma veneta. Nei decenni delle guerre d’Italia Crema segue quindi le politiche istituzionali, diplomatiche e militari di Venezia (tranne che nel triennio francese degli anni 1509-1512). Essendo la città molto esposta sullo scacchiere bellico verso il Ducato di Milano, risente in modo drammatico del gioco continuo e altalenante di alleanze che in quel periodo anche la Repubblica di San Marco deve praticare. Sono infatti frequenti i cambi di alleanze e quindi i rovesciamenti di fronte e di schieramento militare tra gli Stati italiani che, da una parte o dall’altra, sono coinvolti nei conflitti tra le potenze straniere che si contendono i territori della penisola.

Oltre a patire le sciagure del frazionamento politico e della debolezza militare, gli Stati italiani subiscono anche le politiche destabilizzanti del “divide et impera” attuate dai pontefici del tempo. Per evidenti ragioni di opportunità e di vantaggio per il proprio potere temporale, questi pontefici temono la formazione di realtà statuali italiane più forti e quindi dotate di un potere unificante. Alessandro VI, Giulio II (Pio III resta in carica solo ventisei giorni), Leone X, Adriano VI, Clemente VII, Paolo III, Giulio III e Paolo IV (Marcello II resta in carica solo ventidue giorni), che sono in sequenza cronologica i sovrani a capo di quel potere temporale dal 1492 al 1559, sono personaggi diversi tra di loro ma praticano tutti attivamente questa politica: non appena uno Stato italiano sembra diventare troppo forte, ecco che il pontefice organizza un’alleanza, una lega, un’intesa diplomatica tra gli altri Stati per combatterlo e ridimensionarlo. Purtroppo, in queste alleanze entrano anche gli Stati stranieri con i loro eserciti, chi da una parte e chi dall’altra. Così gli amici di ieri diventano i nemici di oggi. E viceversa. Poi il gioco diplomatico e quindi militare ricomincia. Questo schema si ripete molte volte.

Ne derivano gravi conseguenze per le popolazioni e i territori coinvolti in queste guerre, che sono costantemente oggetto di violenze, saccheggi e devastazioni. I belligeranti, sia stranieri che italiani, fanno un uso massiccio di formazioni mercenarie. Si tratta di contingenti di cavalleria (pesante o leggera), di fanteria e di artiglieria posti al soldo di specifici condottieri. Sono milizie violente e brutali, contro il nemico ma anche nei confronti degli abitanti dei luoghi attraversati e occupati. È abitudine diffusa, quando la corresponsione del soldo alle truppe mercenarie si fa difficoltosa per carenza di denaro, considerare le razzie e le depredazioni in danno dei civili come una normale compensazione economica. Le regole di ingaggio, le tariffe con i compensi di guerra e le pattuizioni operative sono stipulate con i condottieri e i capitani di queste milizie, non con le istituzioni politiche committenti. La mancanza di efficaci sistemi di coscrizione e di leva rende necessario questo utilizzo delle forze mercenarie.

I combattenti mercenari più ricercati sono i fanti svizzeri, armati di picche, alabarde e archibugi sia “da posta” che “maneschi”, in sostituzione delle precedenti “bombardelle”. Le artiglierie, sia fisse che portatili, sono infatti in fase di rapida evoluzione e costante perfezionamento tecnico. Per un certo periodo il Ducato di Milano ha formalmente alla propria guida il duca Massimiliano Sforza ma, nei fatti, il Ducato è messo sotto tutela dalle formazioni mercenarie svizzere, che ne sono l’effettivo braccio armato. Altri mercenari molto apprezzati sono i tedeschi Landsknechte (lanzichenecchi), anche loro armati di picche, alabarde e archibugi. Il sacco di Roma del 1527, il nono e ultimo saccheggio di Roma (il primo è quello operato dai Galli Senoni guidati da Brenno nel 390 a.C.) li vede protagonisti di razzie, violenze e devastazioni insieme alle altre truppe tedesche, spagnole e italiane inviate da Carlo V contro Clemente VII. In generale, buoni mercenari si trovano in tutti i paesi europei. Le tipologie sono varie, per provenienza, armamenti e tecniche di combattimento. Questi mercenari si arruolano sia singolarmente che in “masnade”, unite da specifici interessi e comuni consuetudini. Il “mestiere delle armi” offre alla gioventù del tempo denaro, sfoghi e avventure. E molti rischi. Ma l’epoca, la demografia e i profili attitudinali sono tali da facilitare la scelta di essere “venturiero”.

Anche sui fattori pregiudizievoli del “divide et impera” papale e del massiccio utilizzo di mercenari, Machiavelli muove censure e suggerisce contromisure. Lo fa nel “Principe”, nel XII capitolo intitolato “Di quante ragioni sia la milizia e de’ soldati mercenari”, dove critica l’uso eccessivo di truppe mercenarie, dovendosi invece ricorrere (XIII capitolo) a “l’armi proprie”, “che sono composte o di sudditi o di cittadini o di creati tuoi”. E lo fa nella sua opera “Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio”, dove chiarisce come la Chiesa cattolica continui a fare di tutto per mantenere l’Italia divisa e i suoi principati in perenne conflitto tra di loro, per i propri fini di potere temporale. Pubblicato postumo nel 1531, questo testo è composto tra il 1513 e il 1519. “La Chiesa ha tenuto e tiene questa provincia (intende l’Italia) divisa”, dice Machiavelli, ed “è nata tanta disunione e debolezza che la si è condotta a essere stata preda, non solamente de’ barbari potenti, ma di qualunque l’assalta” (Libro primo, Capitolo XII). Le argomentazioni svolte da Machiavelli su questo ruolo dannoso della Chiesa per l’Italia si trovano anche in altri suoi scritti. Il “Principe” è posto all’Indice dei libri proibiti a partire dal 1559, sotto il pontificato di Paolo IV.

Dalla battaglia di Agnadello alla battaglia di Novara

Dopo circa una quindicina d’anni di guerre d’Italia, alcuni Stati italiani subiscono modifiche istituzionali e indebolimenti dei loro assetti. Il Ducato di Milano è divenuto conquista francese, con il re Luigi XII. A Firenze, dopo la cacciata di Piero II de’ Medici, c’è un governo repubblicano. I vari staterelli italiani a reggimento ducale e marchionale continuano a perseguire il loro “particulare” politico, per dirla con Guicciardini. Solo la Repubblica di Venezia, sia pure a fatica, sembra riuscire a mantenere significativi possedimenti territoriali, istituzioni politiche stabili e relazioni diplomatiche efficaci. Leonardo Loredan mantiene il Dogado per vent’anni, dal 1501 al 1521, assicurando a Venezia una guida autorevole e capace di gestire al meglio le difficili situazioni storiche in cui si viene a trovare. La Serenissima è dotata da questo Doge di una forza militare adeguata, sia per mare che per terra. Forse Venezia potrebbe giocare un ruolo importante sullo scacchiere italiano. Crema è da una sessantina d’anni veneziana, con sua buona soddisfazione per questa appartenenza. Ecco che Venezia incorre nell’avversione pontificia, secondo il copione papale. Infatti Giuliano della Rovere, papa dal 1503 col nome di Giulio II, si adopera per la costituzione della Lega di Cambrai nel dicembre 1508, essenzialmente in funzione anti-veneziana. Contro Venezia, insieme allo Stato della Chiesa, si schierano l’imperatore Massimiliano I d’Asburgo, il re di Francia Luigi XII, il re di Spagna Ferdinando II, i Ducati di Ferrara e Savoia, il Marchesato di Mantova, persino il re d’Ungheria Ladislao II, che mira alla Dalmazia veneta. Giulio II è uno dei principali artefici del predetto “divide et impera” in Italia. È un papa guerriero e spesso guerrafondaio. Viene ben descritto nel testo satirico del contemporaneo Erasmo da Rotterdam, in cui si racconta il suo tentativo di entrare in paradiso (si veda “Giulio”, Einaudi 2014, a cura di Silvana Seidel Menchi).

Tutti contro Venezia, quindi. Nel 1509, con la battaglia di Agnadello, le forze veneziane sono sconfitte da quelle della Lega di Cambrai. La Serenissima perde alcuni territori ma non si arriva alle drastiche spartizioni previste dagli alleati al momento della costituzione della Lega. Tra i territori ceduti a Luigi XII c’è anche Crema, che nel triennio 1509-1512 è occupata dai francesi. La sfera d’influenza della Francia in Italia si fa però eccessiva, almeno secondo Giulio II, che indice nell’ottobre del 1511 la Lega Santa. Stavolta il nemico è la Francia, contro la quale si alleano, oltre allo Stato della Chiesa, la Spagna, di fatto i Cantoni svizzeri, poi l’Inghilterra e pure Venezia. Più tardi anche l’imperatore Massimiliano I d’Asburgo entra nell’alleanza. Nel 1512, nella battaglia di Ravenna, i francesi risultano vincitori ma il loro esercito viene ritirato dall’Italia per proteggere la Francia dalla temuta invasione inglese di Enrico VIII e dagli attacchi della Spagna di Ferdinando II, oltre che per altre ragioni militari, come la morte del generale Gaston de Foix. Seguono modificazioni politiche in alcuni Stati italiani. A Milano viene insediato il duca Massimiliano Sforza, che come si è detto si trova però sotto la tutela delle truppe svizzere. A Firenze ha termine il governo repubblicano e tornano i Medici. Crema nel 1512 torna veneziana e da allora resta tale ininterrottamente fino al 1797, quando col trattato di Campoformio la Repubblica di Venezia finisce di esistere.

Nel 1513 Massimiliano I d’Asburgo avanza pretese territoriali in danno di Venezia. Pur essendo sia l’Impero che la Serenissima alleati nella Lega Santa, queste pretese piuttosto esorbitanti vengono reiterate in modo minaccioso. Venezia si rivolge a Giulio II, chiedendo di facilitare una composizione ragionevole nell’ambito dell’alleanza. Il pontefice, che muore poco tempo dopo, avalla invece le richieste imperiali. Venezia esce allora dalla Lega Santa e si allea con la Francia (trattato di Blois del 1513). Le precedenti alleanze cedono quindi a una nuova situazione, che vede schierate Venezia e la Francia, da un lato, e il nuovo pontefice Giovanni de’ Medici, papa col nome di Leone X, la Spagna, l’Asburgo, lo Sforza e gli svizzeri dall’altro lato. In realtà, sui terreni di guerra italiani si fronteggiano soprattutto i contingenti francesi e veneziani contro quelli svizzeri e spagnoli. Nella battaglia di Novara (o dell’Ariotta) le formazioni svizzere prevalgono su quelle francesi. La ritirata dell’esercito francese lascia Venezia in balia dell’avanzata verso levante delle truppe spagnole, sforzesche e svizzere. Cadono in mano nemica Bergamo e Brescia, poi molte città del Veneto. Nel quadrante lombardo-orientale solo Crema resiste, difesa da una guarnigione guidata da Renzo degli Anguillara, noto anche come Lorenzo Orsini o Renzo da Ceri. Si arriva così ai fatti di guerra dell’assedio di Crema e della battaglia di Ombriano.

L’assedio di Crema

Questo assedio e questa battaglia costituiscono un argomento trattato spesso dalla nostra storiografia locale, mentre a livello nazionale alcuni storici e diaristi vi hanno dedicato soltanto alcuni cenni nelle loro opere di carattere più generale. La risalente base storiografica è la “Historia di Crema” di Pietro Terni (o da Terno), contemporaneo di quelle vicende. Da qui ha origine gran parte delle notizie poi riprese da altri. L’opera tratta gli avvenimenti accaduti dalle origini di Crema nel 570 fino all’elezione del Doge Marcantonio Trevisan nel 1553. Secondo Francesco Sforza Benvenuti (nel suo “Dizionario Biografico Cremasco”, edito nel 1888), Pietro Terni è vissuto tra il 1476 e il 1553. Si veda, tra le edizioni della “Historia”, quella del 1964 a cura di Corrado Verga e Maria Bandirali, libro decimo, pp. 285-303. Qui i due curatori indicano come ultima annotazione del Terni quella eseguita nel 1557. Il frontespizio di questa edizione è sottotitolato con la specificazione degli anni “570-1557”. Il che si pone in contraddizione con la data di morte del 1553 indicata da Benvenuti. Anche Alemanio Fino, nato in data non nota e morto nel 1584, tratta l’argomento nella sua “Historia di Crema Raccolta per Alemanio Fino da gli Annali di M. Pietro Terni”, un compendio in sette capitoli che sunteggia l’opera di Pietro Terni. Il testo è pubblicato nel 1566. Ulteriori capitoli vengono poi aggiunti dall’autore. Si veda, tra le varie edizioni, quella originaria edita in Venezia da Domenico Farri, al settimo capitolo e alle pp. 75-83, con il sonetto finale “Sopra il giorno di San Zeferino”. Tra le opere principali della nostra storiografia locale che trattano questi temi c’è anche la “Storia di Crema” di Francesco Sforza Benvenuti (1822-1888), edita in due volumi nel 1859. La parte riferita all’assedio di Crema e alla battaglia di Ombriano si trova nel primo volume, nel capitolo decimoprimo, pp. 341-359.

Altre informazioni su quei fatti si possono ricavare dai “Diarii” di Marino Sanuto, detto anche Marin Sanudo il Giovane (1466-1536), un’opera in 58 volumi riferita agli anni dal 1496 al 1533. Alcuni cenni si trovano nella già citata “Storia d’Italia” di Francesco Guicciardini. Si veda, tra le varie edizioni, quella del 1832 a Parigi presso Baudry, a cura di Giovanni Rosini e con prefazione di Carlo Botta, tomo quarto, libro duodecimo, capitolo secondo, pp. 131-132. Anche Ludovico Antonio Muratori (1672-1750) dedica qualche cenno a quegli avvenimenti nei suoi “Annali d’Italia”, editi a Milano tra il 1744 e il 1749, nel tomo decimo, annale 1514, pp. 105-106. La prima edizione originale è agevolmente consultabile in rete, come pure le altre successive. Nel complesso, la storiografia nazionale non ha indugiato molto sull’assedio di Crema e sulla battaglia di Ombriano. Invece, sulla scorta delle predette opere di Pietro Terni e di Benvenuti (meno di Alemanio Fino, vista la natura di compendio propria del suo testo precitato), si sono sviluppati a livello locale momenti di ripresa e valorizzazione di quegli avvenimenti. Una produzione piuttosto eterogenea di eventi, incontri e iniziative ha così caratterizzato, anche di recente, il panorama culturale cremasco su questi temi.

Si inserisce in tale contesto la pubblicazione del libro “La battaglia di Ombriano” di Valeriano Poloni, edito nel 2025. Il territorio di Ombriano di allora, i suoi due distinti nuclei abitativi, le campagne circostanti e la zona del Moso sono descritti compiutamente in quest’opera. L’autore può infatti contare su una cognizione precisa dei luoghi e delle modificazioni che nel tempo tali luoghi hanno subito. L’esattezza del dettaglio non toglie respiro all’esposizione delle vicende narrate ma ne accresce l’intendimento. Il corretto particolare è sempre finalizzato al senso generale. La piazzaforte di Crema è descritta nei suoi sistemi difensivi, con la cinta delle mura, le porte, le fosse e le difese esterne. Tra queste c’è l’avamposto del santuario di Santa Maria della Croce, trasformato in presidio militare. Nel testo si esamina anche l’assetto viario “extra moenia”. Si indicano le violenze e le ruberie operate dalle milizie di stanza a Crema. Si considerano i gravi effetti della peste, che in quel periodo infierisce sulla popolazione.

Nell’anno dell’assedio e della battaglia, il 1514, sono da poco terminati i lavori per la nuova cinta muraria. “Il Podestà Bernardo Barbarigo (in carica nel 1487-1488) dà inizio ai lavori che, con alterne vicende, in accelerazione e sospensione sotto altri tredici Podestà, troveranno la loro conclusione nel 1509 con Nicolò Pesaro: le nuove mura si presentano ad andamento pressoché ellittico, con un perimetro di m. 2.720 che chiude una terra di 50 ettari” (da Tino Moruzzi, “Echi di storia delle fortificazioni e derivate urbanistiche nella città di Crema”, Editrice Turris, Cremona 1986, s.n.p.). Le mura sono circondate da un ampio fossato ripieno di acqua perenne, con una controscarpa. All’interno è addossato un terrapieno. La cinta comprende dodici cortine con otto torrioni, dei quali tre muniti di rivellini. Nel 1526 viene aggiunto il baluardo al Castello di porta Serio.

È questa la nuova cinta fortificata entro la quale Renzo da Ceri difende la città dall’assedio nemico. I contingenti che attuano il blocco della piazzaforte sono distribuiti intorno a queste mura cittadine. A levante ci sono le truppe guidate da Prospero Colonna, attestate sulla strada verso Offanengo. A ponente ci sono le milizie sforzesche e svizzere comandate da Silvio Savelli, dislocate a Ombriano. A tramontana ci sono altri reparti di armati accampati tra Pianengo e Santa Maria della Croce, capeggiati da Cesare Fieramosca (detto anche Ferramosca). A mezzogiorno si trova un presidio di armigeri con compiti di vigilanza sulla strada tra Crema e Montodine. Le principali vie di comunicazione sono quindi sorvegliate dalle formazioni avversarie, che nel frattempo compiono scorrerie e razzie intorno alla città.

La peste, le “petacchie”, le forze dei difensori e degli assedianti

La peste continua a falcidiare la popolazione con effetti drammatici, sia all’interno delle mura, sia nel contado circostante. Le truppe venete assoldate come mercenarie non hanno ricevuto i compensi pattuiti per mancanza di denaro. Questo fatto e la penuria di derrate alimentari provocano da parte loro lamentele e minacce di intemperanze. È a questo punto che vengono prelevati gli argenti dal Monte di Pietà e dal santuario di Santa Maria della Croce, per una loro fusione in lamine e per la coniazione di monete del valore di 15 soldi milanesi ciascuna, le cosiddette “petacchie”. Ciò può consentire di pagare le truppe. Se Crema viene abbandonata da quelle formazioni, la milizia civile non è in grado da sola di impedire la capitolazione. Renzo da Ceri e il podestà e capitano di Crema Bartolomeo Contarini ricorrono a questa soluzione di necessità, che ha il vantaggio di fornire pezzi di un argento di buona qualità, anche se coniati alla meno peggio. Sono di foggia non univoca e vengono coniati su un solo lato. Per questo sono definite “petacchie”. Dice infatti il Terni che “per la rude et puoco solennigiata forma, Petachie erano dimandate” (op. cit., p. 298).

Valeriano Poloni descrive nel suo volume l’entità e la tipologia delle forze militari che si fronteggiano. Le milizie poste a difesa di Crema sono divise in cavalleria pesante, cavalleria leggera e fanteria. Le formazioni sono distinte a seconda del capitano a cui rispondono, ad esempio Alessandro Donato, Mariano da Prato, Mapheo Cagnolo, Silvestro da Perossa, Antonio da Pietra Sancta, Andreacio, Christophoro Albanese, Savasto da Narni, Baldessare de Rumano, Andrea dela Matrice. I nominativi sono qui indicati come riportati da Pietro Terni (op. cit., p. 285). Molti di questi capitani hanno una buona rinomanza come comandanti e compaiono nelle cronache italiane del tempo per le imprese compiute al servizio di vari committenti, sia pure con diverse grafie del loro nome. Altri autori, come ad esempio Francesco Sforza Benvenuti, omettono alcuni capitani e ne citano altri. L’entità di queste truppe varia a seconda delle fonti. L’autore stima che si tratti di un totale di poco inferiore ai 2.100 effettivi, comprendendo sia le milizie professionali, sia le truppe civili di fanteria del territorio cremasco, in contingenti definiti di “terrazzani” o di “bifolchi”. Di tutti questi armati, poco più di 1.500 prendono effettivamente parte alla battaglia di Ombriano e poco più di 500 rimangono a difesa della città.

Anche sull’entità delle formazioni nemiche accampate intorno alla città le fonti sono discordanti. La divisione in cavalleria pesante, cavalleria leggera e fanteria vale anche per queste truppe. Ha rilievo qui la distinzione territoriale, a seconda della dislocazione intorno a Crema. Le forze principali sono attestate a levante (Prospero Colonna) e a ponente (Silvio Savelli), mentre le forze di presidio a tramontana (Cesare Fieramosca) e a mezzogiorno sono molto meno numerose. L’autore stima che in totale si tratti di circa 5.500 effettivi. I ducali e gli svizzeri accampati a Ombriano sono distribuiti in un acquartieramento principale e in altri due presidi minori. L’area quadrilatera scelta dal comandante Silvio Savelli per la base principale delle sue milizie consente agli sforzeschi un ampio attendamento campale ben difeso da barriere difensive naturali, costituite soprattutto dalle rogge che attraversano Ombriano. Nei mesi di occupazione di quest’area si viene a creare l’equivalente di un piccolo villaggio fortificato, ben strutturato e funzionale. Oltre al campo principale, posizionato militarmente in una posizione di cosiddetta “retroguardia”, ci sono a Ombriano altri due accampamenti minori. Uno di questi, la cosiddetta “battaglia”, è contiguo al campo trincerato principale ed è posto a difesa del ponte sull’Alchina. È occupato dai mercenari svizzeri, che fanno presidio militare a parte. Un altro si trova invece in una posizione di “avanguardia”, nella zona di San Lorenzo. Questo presidio non è quindi a Ombriano ma nella zona dei Sabbioni.

Prima della battaglia di Ombriano, le milizie della guarnigione di Crema compiono alcune sortite fuori città e incursioni contro varie località nemiche. Si tratta di spedizioni condotte anche a diverse miglia da Crema, come quelle guidate da Renzo da Ceri a Calcinate, a Quinzano e a Trigolo, tra la fine del 1513 e gli inizi del 1514. Un’altra azione offensiva è condotta da Agostino Benvenuti, che assalta il borgo di Castiglione d’Adda. A un certo punto, Renzo da Ceri decide di non continuare a subire l’assedio ma di attaccare gli avversari per sconfiggerli in battaglia e ribaltare così la situazione. Vista la capacità dimostrata nelle precedenti sortite aggressive contro le forze nemiche, Renzo da Ceri ritiene di poter osare un rovesciamento strategico della situazione, passando al contrattacco. Lo scopo è di far levare le tende alle formazioni avversarie intorno a Crema. È la decisione chiave di tutta la vicenda. La scelta è di non affrontare le truppe di Prospero Colonna ma gli sforzeschi e gli svizzeri. Il campo principale di Ombriano e i due vicini campi minori sono gli obiettivi. L’offensiva avviene in base al piano studiato da Renzo da Ceri. L’idea fondamentale è di aggirare gli sforzeschi piombando di sorpresa alle loro spalle dopo aver attraversato la bassura del Moso di levante, ancora a tratti impaludata, con una marcia notturna rischiosa ma non prevedibile dagli avversari. Andrea della Matrice compie prima in incognito un’incursione nel campo sforzesco per svolgere una vera e propria azione di spionaggio. “Andrea dila Matrice, Capitanio de Fanti, travestito da villano”, per citare Pietro Terni, esamina lo stato dei luoghi, valuta la dislocazione degli armati e carpisce le parole d’ordine da dare alle sentinelle che si trovano a ponente del campo principale, per poterle neutralizzare di sorpresa e quindi assaltare col favore delle tenebre gli sforzeschi nel sonno.

La battaglia di Ombriano

Renzo da Ceri non guida personalmente l’incursione, che è posta al comando di Andrea della Matrice e di altri capitani, con incarichi specifici. Resta infatti a difesa della città con Bartolomeo Contarini, per respingere eventuali controffensive nemiche. Le forze militari scelte per l’impresa comprendono sia milizie venete che specificamente cremasche. Si fissa un tragitto principale di avvicinamento, con successive diversificazioni dei percorsi per i distinti attacchi al campo principale, al ponte sull’Alchina e nella zona di San Lorenzo. Secondo l’autore non si sarebbe trattato dell’aggiramento dell’intera area del Moso ma solo dell’attraversamento di una sua parte, per giungere in seguito alla strada per Lodi, poco a ponente del campo principale. Gli armamenti degli aggressori comprendono degli esplosivi da usare per creare il maggior scompiglio possibile nel campo avversario. Sono “balle di fuoco artificiate”, “pentole di terra o pignatte artificiate” munite di “nomboli”, “trombe di legno artificiate” e via dicendo. Il materiale esplodente è una mistura di ingredienti pirici come polvere da sparo, zolfo, pece e altre sostanze detonanti. Gli effetti sono, in misura ovviamente commisurata ai tempi e ai mezzi, paragonabili a quelli degli attuali lanciafiamme e delle bombe molotov. Tutto è ben considerato: le tempistiche per percorrere i vari tratti di terreno, le congiunture lunari per la visibilità notturna, le modalità di trasporto delle armi e degli ordigni esplodenti. Il rischio di impantanare parecchie centinaia di combattenti con i loro armamenti nella bassura del Moso è di sicuro ben presente a Renzo da Ceri, che però decide di rischiare e di agire secondo questo piano.

Andrea della Matrice, che è l’artefice principale di questa operazione di sortita e di contrattacco sul campo, e i vari capitani coinvolti con le loro truppe nell’impresa (Maffeo Cagnolo, Antonio Pietrasanta, Baldassarre da Romano e altri) guidano la spedizione, partendo dalla città intorno alle ore 22 del 25 agosto secondo l’attuale misurazione oraria. Per circa tre ore seguono il percorso di aggiramento del nemico attraverso le paludi del Moso. Poco dopo l’una di notte arrivano sulla strada per Lodi e poi neutralizzano in sequenza tre posti di blocco con sentinelle. L’attacco di sorpresa al campo principale sforzesco, con ordigni esplosivi e scontri molto cruenti tra le milizie degli incursori e quelle avversarie, è violento e micidiale. Le forze sforzesche sono sgominate. Anche gli svizzeri vengono attaccati all’Alchina. Si difendono con forza e cedono solo dopo un duro combattimento. Infine si attacca il presidio in zona San Lorenzo, riuscendo anche qui ad avere la meglio. L’autore stima che tutte le forze dei tre presidi sforzeschi di Ombriano assommassero a circa 2.500 armati. Nel testo sono poi analizzate le situazioni riguardanti il mancato intervento nella battaglia di Prospero Colonna, di Cesare Fieramosca e delle loro milizie stanziate intorno a Crema. Seguono i saccheggi dei vincitori e della popolazione cremasca nel campo degli sconfitti e le violenze contro gli svizzeri fuggitivi per le campagne. La vittoria è celebrata con manifestazioni di giubilo cittadino e con l’esposizione in Duomo dei cannoni e degli stendardi presi agli avversari. Successivamente tutte le forze nemiche cessano l’assedio della città e si ritirano. Nel frattempo, la peste ha iniziato a perdere la propria virulenza. Crema è libera dal nemico e sempre meno appestata. Venezia esulta.

Dare conto delle perdite umane patite dai belligeranti nella battaglia di Ombriano non è facile. Vi sono infatti le usuali enfatizzazioni o minimizzazioni delle parti in causa, che incidono sulle diverse fonti storiche. L’autore tenta comunque questa operazione di “necro-aritmetica” per entrambi i contendenti. Passando in rassegna le fonti discordanti e svolgendo le proprie considerazioni in proposito, giunge a una quantificazione complessiva intorno ai 1.200 caduti per lo schieramento sforzesco e svizzero. La quantificazione delle perdite per la parte dei vincitori sembrerebbe molto inferiore. Si ipotizza infatti un centinaio circa di caduti. La sproporzione appare notevole. Questa risulta essere però la stima dell’autore, da lui motivata nel testo. Complessivamente, avuto riguardo alla breve durata della battaglia (circa tre ore) e alla ridotta superficie territoriale su cui sono avvenuti gli scontri, si tratta di un tributo di sangue notevole. Non è stata una scaramuccia ma una vera e propria battaglia. 

Aspetti controversi: assedio o non assedio?

Il libro di Valeriano Poloni ha diversi meriti. Se ne citano qui solo alcuni. Il primo merito è quello di costituire un lavoro storico cospicuo e ben compiuto. L’esposizione è logicamente lineare, nell’ambito di un impianto narrativo puntuale e rigoroso, senza infarcimenti aneddotici e noterelle di costume. L’impostazione e i contenuti vogliono essere quelli di un libro di Storia, non di intrattenimento storico. Il testo è corredato da un apparato iconografico che integra utilmente la lettura. Le mappe e le ricostruzioni grafiche dei luoghi facilitano la comprensione delle dinamiche di quelle vicende belliche. La situazione dell’assedio e della battaglia è riportata con costante riferimento alle fonti storiche. Lo sviluppo delle azioni sul campo è rappresentato in modo coinvolgente. Il percorso notturno nel Moso, la messa fuori combattimento delle sentinelle, la sequenza delle aggressioni a sorpresa e delle carneficine all’accampamento principale nemico e poi all’Alchina e a San Lorenzo hanno un taglio cinematografico. Ritengo che un bravo regista potrebbe ricavarne un buon film.

Un secondo merito di Valeriano Poloni è quello di aver raccolto in un’opera complessiva le varie tematiche che, dopo Pietro Terni e Benvenuti, sono rimaste a lungo sparse in articoli, relazioni, testi editoriali e iniziative culturali lodevoli ma in genere attinenti a rappresentazioni e narrazioni abbastanza parziali di quegli avvenimenti. In questo libro non tutto viene trattato e approfondito riguardo all’assedio di Crema e alla battaglia di Ombriano, né forse tale impresa sarebbe stata possibile in un solo volume. Però sono encomiabili lo sforzo di esaustività e l’impegno di questo autore nel dare rilievo e ampio perimetro a tutti quei fatti storici, così spesso rappresentati, anche di recente, in maniera parziale, settoriale e a volte piuttosto decontestualizzata. È quindi giustificato l’auspicio che questo buon lavoro possa costituire motivo di ulteriori contributi qualificati su tali tematiche.

Un terzo merito è quello di aver evidenziato alcune questioni ancora aperte riguardo all’assedio di Crema e alla battaglia di Ombriano. Infatti, a seconda degli autori che si sono interessati a tali argomenti, e quindi a seconda del contesto storico e dell’ambiente culturale in cui essi hanno redatto le loro ricostruzioni, questi eventi sono stati rappresentati in maniera a volte differente, ad esempio enfatizzando oppure tentando di sminuire determinati aspetti di quella vicenda. Ed è risaputo quanto la temperie culturale di un’epoca possa incidere persino sull’opera degli storici più capaci e rigorosi. Nel corso del tempo, sull’assedio e sulla battaglia si sono quindi aperti alcuni punti di dibattito nel contesto locale. E si sono manifestate nel merito posizioni e discussioni su alcuni degli elementi più controversi di quelle vicende. Valeriano Poloni coglie alcuni di questi aspetti e li sviluppa in base a quanto è risultato dalle sue ricerche. È probabile che questo volume muova considerazioni e confronti interessanti a proposito di taluni di questi elementi ancora aperti nei dibattiti locali. Se ne citano qui di seguito solamente tre, probabilmente i più rilevanti.

Il primo aspetto controverso è quello della “ossidionalità” o meno dell’accerchiamento militare realizzato allora intorno alla piazzaforte di Crema. Valeriano Poloni ritiene che non si sia trattato di un vero e proprio assedio. La sua è una tesi divergente rispetto alla storiografia precedente, che si riferisce quasi sempre a un “assedio di Crema”. Si tratterebbe invece di “un accerchiamento sui generis”. Sino a oggi si è definito come “assedio”, dice l’autore, quello che invece è stato “un assedio mai avvenuto”. Anche Luigi Benvenuti avrebbe a suo tempo espresso perplessità in merito alle interpretazioni “ossidionali” di questo accerchiamento nemico. Per Pietro Terni invece fu un vero “assedio”. Anche Alemanio Fino parla esplicitamente di “assedio” (op. cit., p. 78). Guicciardini fa lo stesso, dicendo che Crema era “vessata dentro dalla peste e dalla carestia; e di fuora dall’assedio degli inimici” (op. cit., p. 131). Pure Muratori utilizza, nell’annale 1513, il termine “assedio”, dicendo che “Prospero Colonna, divenuto generale dell’esercito del Duca di Milano, andò a mettere l’assedio a Crema”. Nell’annale 1514, usa però un’espressione diversa, dicendo che intorno a Crema “fu in quest’anno fatta una specie di blocco dall’armi del duca di Milano”. È interessante in proposito il passaggio nell’annale 1515 in cui si dice che “fu dato principio di nuovo all’assedio di Brescia”, aggiungendo poi che “queste traversie, e il verno che sopravveniva, costrinsero il campo gallo-veneto a convertire l’assedio in blocco”. Si lascia agli esegeti muratoriani interpretare questa modifica lessicale da “assedio” a “blocco”. In ogni caso, anche Muratori non si discosta molto dall’interpretazione generale dei suoi predecessori, che ritengono quello di Crema un vero e proprio assedio.

Benvenuti è un convinto sostenitore dell’esistenza di un “assedio” in piena regola. Ripete infatti questo termine diverse volte nel testo dedicato a quei fatti (op. cit., pp. 341-359). Addirittura, alle pp. 357-358 svolge il suo celebre parallelismo tra questo assedio del 1514 e quello del 1159-1160, con il successivo discorso sulle “virtù militari” e su “l’ardimento e il valore” della “nostra popolazione”. Sono espressioni che vanno ben contestualizzate storicamente, culturalmente e quindi anche storiograficamente. L’Ottocento è stato il secolo del romanticismo e del patriottismo, delle passioni civili e degli eroismi militari, dell’edificazione di nazioni, istituzioni e ordinamenti. Benvenuti è figlio del suo secolo. Noialtri, in maggioranza, proveniamo dal Novecento, un secolo ben diverso, nel quale siamo cresciuti fra tutt’altre coordinate culturali. Oggi il tema della pace viene inserito in ogni testo che parli di guerre e battaglie e in ogni celebrazione pubblica di anniversari bellici, abbinando quasi sempre al ricordo di un fatto d’armi o di una vittoria militare qualche frase di rito, per cui va bene commemorare quei fatti, però ciò sia di monito perché mai più … eccetera eccetera. Fatto sta che in Europa la guerra è tornata. E non la potremo di certo affrontare opponendo ai droni bombardieri le giaculatorie. Insomma, certe espressioni guerresche di Benvenuti, che peraltro nulla tolgono al suo valore di storico, vanno capite e contestualizzate. Ogni epoca fa impugnare alla propria gioventù cose diverse, che si tratti della “buona carabina” raccomandata allora da Garibaldi oppure della bandiera pacifista arcobaleno sventolata oggi nei cortei.

Ovviamente, gli storici sopra elencati potrebbero avere tutti torto riguardo a questo aspetto della “ossidionalità”. Tra l’altro, non sappiamo di preciso, per ciascuno di questi autori del passato, quali fossero le loro nozioni e definizioni di “assedio”. Una ricostruzione del genere, etimologica e semantica, non è facile. Non saprei in quanti la saprebbero svolgere con effettiva cognizione di causa. Per cui, il rischio è di discutere, per così dire, su bersagli lessicali mobili nel corso dei secoli. In ogni caso, secondo Valeriano Poloni nel 1514 non si è verificata intorno alla nostra città una pressione militare così stringente da consentire una definizione di assedio. Questo autore sottolinea come rilevante questa sua presa di posizione rispetto a quanto sostenuto da altri in passato, ritenendo significativa questa presa di distanza dalla precedente storiografia.

In effetti, leggendo Pietro Terni, un vero e proprio isolamento totale della città non c’era. In entrata e in uscita si assisteva a un certo via vai di persone e di merci, anche se a volte il blocco si faceva più severo e quindi più limitante di questi movimenti. D’altra parte, una città può essere pesantemente messa sotto pressione anche da forme di assedio non del tutto sigillanti ma comunque molto gravose. Se intorno a una piazzaforte i nemici bruciano e devastano tutto, case, campi, frutti della terra e la popolazione residente non può far altro che guardare dagli spalti questi scempi; se le principali vie di entrata e di uscita sono presidiate dal nemico; se per entrare e uscire bisogna corrompere le persone giuste tra gli assedianti; se le eventuali fughe dalla città possono avvenire solo col buio e per viottoli campestri, ebbene in tutti questi casi si può o non si può parlare di assedio? Il rischio è che si possa rispondere solo con una parola: dipende. Le limitazioni alla libertà di movimento e di transito possono essere infatti di diverso grado e cogenza. Stabilire quando e in base a quali fattori queste limitazioni personali e logistiche in genere siano tali da consentire una definizione precisa di “assedio”, di “blocco”, di “accerchiamento” o di altro ancora, implica una preventiva e sicura condivisione lessicale delle parole e dei significati.

Sarebbe quindi utile capire quanto in ciò possa avere rilievo soprattutto una questione terminologica. A volte è necessario intendersi precisamente sul significato delle parole e solo successivamente applicare le definizioni alla realtà delle cose. Ad esempio, il vocabolario Devoto-Oli (edizione 2019) definisce l’assedio un “insieme di operazioni che vengono svolte intorno a una piazzaforte per causarne la resa mediante l’accerchiamento (e il conseguente isolamento) o per mezzo di opportuni attacchi diretti”. Anche il vocabolario Treccani (ultima versione in rete), nella sua definizione di assedio, indica la componente dell’accerchiamento. Pare quindi che il fattore di un certo “isolamento” abbia un determinato peso. In quale misura, non è facile a dirsi. Se c’è una cosa sicura, è che un isolamento particolarmente stringente allora non c’era. Se facciamo un passo indietro nel tempo, vediamo che le definizioni dei vocabolari cambiano. Ad esempio, il vocabolario Zingarelli del 1970 definisce l’assedio come un “complesso delle operazioni svolte da un esercito attorno a un luogo fortificato per impadronirsene con la forza”. Nessun accenno ad isolamenti più o meno stringenti, anche se è nella logica delle cose che durante un assedio la gente non vada a spasso fuori città a proprio piacimento. Facciamo un ulteriore passo indietro in senso cronologico. Ad esempio, il Palazzi del 1939 definisce l’assedio come “l’accamparsi che fa un esercito intorno a un luogo fortificato a fine di espugnarlo con la forza o di averlo per fame”. In modo simile, lo Zingarelli del 1941 definisce l’assedio come un “campo stabilito intorno a una piazzaforte per espugnarla con le armi o con la fame”. Anche in questi casi, nessuna necessità di chiusure sigillanti e tali da non lasciar mai passare, in specifiche circostanze, persone e merci. Qui ci si ferma sull’aspetto della “ossidionalità” o meno dell’accerchiamento attuato intorno a Crema nel 1514, lasciando ai lettori del volume di Valeriano Poloni il piacere di formarsi in proposito una propria opinione, anche sulla scorta delle osservazioni e considerazioni dell’autore.

Aspetti controversi: le “petacchie”, la citazione di Benvenuti da Muratori

Il secondo aspetto controverso è quello delle “petacchie”, fatte coniare in quel periodo di carenza di denaro per pagare il soldo alle truppe di presidio. Un primo punto è se tale coniazione sia avvenuta oppure no. In ciò la questione è semplice. O crediamo a Pietro Terni (op. cit., p. 298) o non gli crediamo. Non credergli significa non credere anche a tutti coloro che sinora gli hanno creduto, compresi Alemanio Fino (op. cit., p. 80) e Benvenuti (op. cit., p. 351). Il che potrebbe anche essere possibile. Però abbisognerebbe di argomentazioni molto convincenti. Valeriano Poloni non nega esplicitamente questa coniazione nel suo libro. Anzi, alle pp. 124-125 pare confermarla. Tuttavia, nella nota 40 a p. 129 fa una precisazione. Afferma che a Bartolomeo Contarini non sarebbe giunta, da Venezia, alcuna autorizzazione a battere moneta. In effetti, noi oggi non possediamo alcun documento in tal senso. E Marino Sanuto non ne fa cenno nei suoi “Diarii”. Ritengo però che, considerata la drammatica situazione generale creatasi per Venezia dopo la battaglia di Novara, vista l’importanza strategica del mantenimento dell’avamposto di Crema sotto le insegne di San Marco, il Doge Leonardo Loredan avrebbe autorizzato in quei frangenti ben altro che tale coniazione. Senza questi compensi le truppe mercenarie avrebbero infatti lasciato la città in balia del nemico, causandone la resa. Direi quindi che, su questo primo punto riguardante le “petacchie”, la questione sulla loro effettiva coniazione appare alquanto peregrina. Per cui, in proposito, a mio parere, “nulla quaestio”.

Un secondo punto riferito alle “petacchie” è fatto rilevare da Valeriano Poloni nella medesima nota 40 a p. 129 del suo volume. E questo è un elemento che si può effettivamente considerare controverso. Non si tratta di una divergenza di opinioni riguardante i fatti di allora ma un fatto recente. Alcuni anni fa alcune monete ritenute di quell’epoca sono state date in comodato d’uso al Museo Civico di Crema e del Cremasco. Tra queste ci sarebbe stata una “petacchia” derivante da quella coniazione del 1514. Anche qui, la questione è semplice: si tratta di esemplari autentici o di falsi? Pare che le monete siano state pagate dagli acquirenti come autentiche. Forti dubbi sono stati espressi in proposito. In questa nota 40 l’autore si limita a sintetiche considerazioni su questa “petacchia” (da lui definita “presunta” a p. 124), che attualmente si trova esposta come autentica al nostro Museo. In questa sede si preferisce non entrare in una “querelle” locale che non abbisogna certo di ulteriori polemiche. Basti qui dire quanto segue. Innanzitutto la provenienza di questo oggetto, non quella più immediata ma quella più risalente, meriterebbe tracciamenti precisi e sicuri. È possibile che determinati cimeli, veri o falsi che possano essere, siano stati originariamente messi sul mercato antiquario da famiglie cremasche munite di solide tradizioni, se non anche di determinati titoli. Inoltre, sarebbe interessante accertare l’esistenza o meno di perizie svolte in merito all’autenticità o meno di tale “petacchia”. Infine, sarebbe opportuno dire ai cremaschi, in modo chiaro e sicuro, se la “petacchia” esposta al loro Museo è autentica oppure falsa. Anche su tale aspetto ci si ferma qui, senza aggiungere altre considerazioni e rinviando pure in questo caso il lettore al testo di Valeriano Poloni per farsi un’opinione nel merito.

Il terzo aspetto controverso è quello della citazione fatta da Benvenuti (op. cit., p. 357) richiamando gli “Annali” di Muratori. Nella sua Introduzione al volume, a p. 17, Valeriano Poloni riporta tale citazione, considerandola senza fondamento. Benvenuti afferma che “la battaglia di Ombriano è il più clamoroso fatto d’armi che segnalasse in Italia l’anno 1514”. Questa frase ha un richiamo in nota, che riporta: “Muratori, Annali d’Italia”. Nella nota non è specificato in quale annale si trova la frase attribuita a Muratori. Ebbene, nell’annale 1514 non c’è alcuna frase del genere. Smentire uno storico come Benvenuti, cogliendolo in fallo non su una interpretazione discrezionale della Storia ma addirittura su una citazione falsa, non è cosa da poco. Anche perché di interpretazioni molto discrezionali, soprattutto riguardo alle contese politiche ed elettorali del suo tempo, Benvenuti ne ha fornite parecchie. Però è sempre stato accurato e rigoroso nella verifica delle fonti e nelle sue citazioni (anche se il fratello Matteo, nella “Cronaca Grigia”, qualche appunto in proposito glielo muove). D’altra parte, la contestazione di Valeriano Poloni appare ineccepibile. Non solo Muratori non scrive quella frase nell’annale 1514, ma non la scrive neppure nell’annale precedente e negli annali di poco successivi.

Personalmente non mi sono letto tutte le opere di Muratori, compresi i suoi “Annali”. Quindi non posso escludere che Muratori abbia scritto quella frase in una sede diversa. Questa ipotesi mi sembra però abbastanza singolare, anche se non del tutto impossibile. Nel suo libro, nella precitata pagina 17 dell’Introduzione, Valeriano Poloni utilizza, per definire questa falsa citazione di Benvenuti, la locuzione “bugia bianca”. Forse in questo modo ha voluto attenuare l’effetto di tale rivelazione e nuocere il meno possibile alla memoria di Benvenuti. Il quale è stato per tutto il Novecento un “ipse dixit” per parecchi cremaschi. Sarebbe quindi comprensibile questa scelta di “derubricazione cromatica”. Per quanto mi riguarda, la faccenda mi sembra strana. Mi piacerebbe molto scoprire perché Benvenuti ha messo in nota quella frase. Perché avrebbe dovuto mentire? Forse in qualche archivio c’è la risposta.

Conclusioni

In conclusione, mi permetto alcune riflessioni complessive sull’assedio di Crema e sulla battaglia di Ombriano. Il momento conclusivo dell’assedio è innegabilmente costituito dalla battaglia avvenuta nei territori di Ombriano e dei Sabbioni. Il fatto che una effettiva “ossidionalità” ci sia stata oppure no, nulla toglie alla rilevanza di tutti gli altri avvenimenti, dentro e fuori le mura, avvenuti durante i mesi dell’assedio di Crema. L’assedio e la battaglia vanno intesi come una fattispecie storica omogenea, nella quale entrano tutte le vicende riguardanti la città assediata. Quindi anche i combattimenti alla basilica di Santa Maria, le spedizioni militari contro i paesi vicini, la demolizione del monastero di San Bernardino subito dopo la partenza di Prospero Colonna e quant’altro avvenuto intorno a Crema. La battaglia di Ombriano costituisce certamente un episodio rilevante in tale contesto, però non tale da dover spiccare nella sua rilevanza a detrimento dell’importanza di tutte le altre vicende riferite all’assedio di Crema. La piazzaforte di Crema, strategicamente fondamentale per Venezia, viene liberata dall’assedio (comunque lo si voglia definire) grazie a un contrattacco in sortita attuato con combattimenti svolti dalla guarnigione di Crema, che comprende truppe cremasche. Assedio e battaglia sono storicamente uniti da un unico plesso di persone, fatti, dinamiche e, soprattutto, di cause e di effetti.

Il libro di Valeriano Poloni dà conto di questa fattispecie storica omogenea, nella quale la battaglia di Ombriano costituisce fondamentalmente l’epilogo e dunque il corollario finale di tutte le vicende descritte in precedenza. Per cui, si può dire che l’autore si mantenga, in buona sostanza, in una posizione interpretativa di quei fatti equilibrata e non viziata da compiacimenti localistici. Valeriano Poloni è consapevole, e lo dimostra nel testo, di riportare avvenimenti che vanno ben oltre il perimetro ombrianese, riuscendo a correlare la valorizzazione del suo territorio d’origine con un più ampio respiro storiografico generale. Ciò posto, diventa poi più che spiegabile come il volume, che in realtà contiene cospicue parti sulla piazzaforte di Crema, sull’inquadramento storico generale, sulle forze militari dei difensori e degli assedianti e su molto altro ancora, sia dall’autore intitolato alla conclusiva battaglia di Ombriano. Ed è più che comprensibile, da parte di Valeriano Poloni, una certa focalizzazione su Ombriano e una valorizzazione di quei luoghi in questo suo progetto editoriale.

Dopo i precedenti volumi “I morti delle tre bocche a Ombriano” (2011) e “Correva l’anno 1768” (2017), l’autore completa con questo libro un’interessante “trilogia ombrianese”, offrendo al pubblico in generale, e in particolare a quello della sua località di origine, un regalo apprezzabile e di sicuro interesse. Tra l’altro, è previsto che il ricavato del libro sia devoluto a favore della “piccola patria” dell’autore, essendo destinato ai lavori di riordino del tempietto dei Morti delle Tre Bocche, in previsione della realizzazione della pista ciclo-pedonale Crema-Lodi, ancora mancante nel nostro tratto provinciale.

Nell’immagine, “Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo”, incisione di Albrecht Dürer, 1513.

 

Pietro Martini


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