Nel solco della scuola cremonese: Daniele Scolari si racconta tra bottega, modelli ed esperienza nell’insegnamento
Daniele Scolari è considerato uno dei più autorevoli custodi della tradizione liutaria cremonese contemporanea. Diplomato nel 1979 alla Scuola Internazionale di Liuteria di Cremona sotto la guida di Giobatta Morassi, da oltre quarant’anni costruisce violini, viole e violoncelli ispirati ai modelli classici della tradizione, lavorando dal 1982 nello stesso laboratorio del fratello Giorgio.
Nell’intervista racconta la propria formazione, il legame tra liuteria e musica e l’importanza del dialogo con i musicisti, sottolineando come il suono resti sempre l’obiettivo principale nella costruzione di uno strumento. Riflette inoltre sull’evoluzione dei modelli utilizzati nel suo lavoro, sull’esperienza internazionale dei suoi strumenti e sul ruolo dell’insegnamento, che svolge dal 1996 alla Scuola di Liuteria di Cremona, dove trasmette agli studenti il metodo classico cremonese.
Guardando al futuro, esprime fiducia nelle nuove generazioni di liutai, auspicando che continuino a coltivare questa tradizione con passione e dedizione.
Lei si è formato alla Scuola Internazionale di Liuteria di Cremona sotto la guida di Giobatta Morassi. Che ricordi ha di quel periodo?
Nel mio periodo iniziale, quando ho cominciato la scuola, ero molto giovane: avevo appena quattordici anni. Non ero ancora davvero consapevole di quello che mi aspettava. Però mi è sempre piaciuta molto la musica e mio fratello Giorgio era già liutaio – ha dieci anni più di me – quindi in qualche modo ho voluto seguire le sue orme.
Ho iniziato proprio con il maestro Giobatta Morassi, e a scuola ho avuto anche l’occasione di studiare per un anno con il maestro Bissolotti. Mio fratello era stato allievo di Morassi, quindi in famiglia abbiamo preso un po’ tutti quella strada.
Dal 1982 lavora insieme a suo fratello Giorgio. Che tipo di collaborazione avete costruito nel tempo?
È una collaborazione particolare, perché in realtà siamo due botteghe ben separate: la sua e la mia. All’inizio, naturalmente, io ho imparato da lui, perché ero molto giovane e volevo un po’ seguire il suo esempio. Non era neanche troppo entusiasta dell’idea, a dire il vero, anche perché la scuola in quegli anni non era ancora organizzata come oggi.
Dopo il diploma ho iniziato subito a lavorare nel laboratorio dove ancora oggi siamo insieme. All’inizio era più un rapporto di apprendistato; adesso, dopo oltre quarant’anni di professione, è diventato un vero rapporto tra colleghi. Ci confrontiamo, scambiamo opinioni, discutiamo delle scelte di lavoro.
E poi il dialogo non riguarda solo la liuteria: entrambi abbiamo la musica come grande passione.
Infatti siete entrambi molto attivi anche musicalmente. In che modo questa attività influenza il lavoro di liutaio?
Secondo me un liutaio deve conoscere la musica. È fondamentale. Poi può suonare il violino oppure un altro strumento, ma l’importante è capire la musica e ascoltarla.
Io ho dei colleghi che sono anche violinisti professionisti – penso per esempio a Marcello Villa, che è un caro amico – e da questo punto di vista sono ancora più fortunati. Però, in generale, il liutaio deve sapere che cosa costruisce e per quale scopo. Violini, viole e violoncelli sono strumenti fatti a mano, ma sono fatti soprattutto per essere suonati.
L’aspetto estetico è importante, certo, ma la finalità è il suono. Per questo per me è importantissimo ascoltare musica. Dirigo da molti anni un coro e a volte collaboriamo anche con piccoli gruppi strumentali, sempre a livello amatoriale. Tutto questo aiuta a capire meglio lo strumento: la sua estensione, il suo ruolo, se si tratta di un violino moderno o barocco, e così via.
Intervista completa a questo link sulla rivista Il Suono e l'Arte.
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