1 gennaio 2026

Sicurezza globale e locale: quando la guerra entra nelle nostre piazze

Il 2025 verrà ricordato come un anno in cui una parola, più di ogni altra, ha dominato il lessico politico, mediatico e persino quotidiano: guerra. Una parola ripetuta fino a perdere peso, ma mai conseguenze. Guerra in Ucraina, guerra in Medio Oriente, guerra nel Sud Sudan. Conflitti diversi per storia e geografia ma uniti da un filo comune: l’incapacità dell’umanità di imparare da sé stessa.

Accanto alla parola guerra, si continua a pronunciare anche quella di pace. La si usa nei discorsi ufficiali, nei comunicati, nei post sui social. Spesso resta un esercizio retorico. Perché, paradossalmente, anche chi si dichiara contro la guerra finisce per minacciarla, giustificarla o praticarla attraverso la violenza. Come se combattere fosse diventato inevitabile, necessario, persino normale. Come se la guerra fosse l’unico linguaggio rimasto.

Nel frattempo, il concetto stesso di sicurezza si è fatto fragile. Non riguarda più soltanto i confini degli Stati o le mappe geopolitiche, ma entra nelle nostre città, nei quartieri, nelle piazze. In Italia, e non solo nelle grandi metropoli, il tema della sicurezza è tornato centrale. I fatti di cronaca raccontano un clima teso, una soglia di tolleranza sempre più bassa, una crescente difficoltà nel distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.

Un esempio emblematico arriva, come ogni anno, dalla notte di Capodanno. I botti, da tradizione popolare e festosa, si sono trasformati sempre più spesso in vere e proprie azioni di guerriglia urbana. Ordigni artigianali, esplosioni incontrollate, feriti, animali terrorizzati, interventi continui delle forze dell’ordine. È accaduto in molte città italiane ed anche a Cremona, dove la notte che dovrebbe celebrare un nuovo inizio si è caricata di paura, rumore e rischio inutile.

Viene da chiedersi: per cosa? Cosa si festeggia quando si mette in pericolo la vita propria e altrui? Che direzione sta prendendo la nostra società se persino un momento simbolico di passaggio e speranza diventa uno sfogo violento?

La cosa forse più inquietante è che l’appello al buon senso viene spesso percepito come una fastidiosa predica, una “noiosa rottura di scatole”. Si deride chi invita alla responsabilità, salvo poi disperarsi davanti alle conseguenze. Cosa sta accadendo? Me lo chiedo spesso. La risposta che ritorna è amara: non abbiamo imparato nulla dalla storia.

Nazionalismo ed imperialismo, che credevamo archiviati come errori del passato, sono vivi più che mai. L’impero americano, forte di un potere militare diffuso attraverso basi in tutto il mondo e di un’egemonia tecnologica senza precedenti, divide oggi la leadership globale con Russia e Cina, in un equilibrio sempre più instabile. L’Europa, invece, continua a frammentarsi in inutili brandelli, inseguendo l’illusione di piccoli staterelli in cerca di favori e protezioni, dimenticando che il sistema feudale è fallito da secoli.

In questo scenario, il vero bene comune sembra scomparso dall’orizzonte. Servirebbe riportarlo al centro, come bussola per uscire da questo lento declino. Ma la sete di potere, visibilità e consenso immediato ha accecato lo sguardo collettivo.

Il 2026 si apre così, carico di incognite ma anche di responsabilità. Perché la sicurezza non è solo controllo e repressione: è cultura, educazione, memoria storica, rispetto dei limiti. Senza questi elementi, la guerra continuerà a insinuarsi ovunque, persino nei gesti che chiamiamo festa.

Buon 2026. Che sia, almeno, l’anno in cui torniamo a farci le domande giuste.

Beatrice Ponzoni


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