22 settembre 2026

La poesia composta e declamata da Francesco Andrea Maestri a tutela della lingua dialettale cremasca

La lettura di poesie dialettali da parte di autori cremaschi del passato e di oggi è stata offerta per anni a gruppi eterogenei (scolastici, istituzionali) da Lina Francesca Casalini e Francesco Maestri. I due poeti hanno prestato la loro voce anche a letture per presentazioni di libri di poesie, di testi premiati nei concorsi indetti nei vari Comuni, per lezioni agli adulti dell’Università della terza età. 

Biografia 

Francesco Andrea Maestri (1938-2023), che preferiva presentarsi come Franco, nasce a Caravaggio (BG) il 15 luglio da papà Martino e mamma Celestina Ardigò, persone semplici e laboriose: lui operaio specializzato alla Magneti Marelli e lei casalinga, con mansioni tuttofare: anche “levatrice” stimata e benvoluta. Franco ha la possibilità di completare gli studi fino alla Maturità Scientifica, presso l’Istituto Facchetti di Treviglio non in convitto, ma da esterno e con borse di studio annuali, fino a che la famiglia si traferisce a Vimodrone (MI).

Durante il periodo estivo Franco trascorre le vacanze dai nonni materni “ai Ronchi” di Offanengo. Lì nascono amicizie con le quali ha la possibilità di parlare il dialetto del territorio cremasco. Collabora con lo scrittore-giornalista Paolo Rumiz. Quando è in età lavorativa si impegna in una lunga carriera nel campo farmaceutico, con frequenti trasferte in tutta Italia e all’estero.

Cultore del Greco e del Latino (che sa tradurre ancora all’età di 85 anni), ha la passione sia per i classici che per la Poesia, per la fotografia nonché per le escursioni in montagna. È co-direttore dal 1994 al 2000 con la moglie, Lina Francesca Casalini, del Gruppo Teatrale “Insula Fulcheria” che regala alla città di Crema performance giudicate di “alto livello” dalla critica. Testi sacri sono presentati in “letture sceniche” in lingua italiana nel Duomo di Crema, nel Duomo di Monza e nel Duomo di Modena. Insieme si dedicano al recupero e alla salvaguardia della Poesia dialettale e alla Poesia in lingua, realizzando “letture sceniche” in dialetto o in lingua italiana, nelle Scuole, nelle Biblioteche, nei piccoli Teatri del circondario. 

Dirigono dal 2003 la “Pagina del dialetto” del Nuovo Torrazzo: la loro rubrica Al nòno dialèt, si inserisce nella tradizione del giornale di valorizzare la cultura del territorio, offrendo uno spazio stabile alla lingua come patrimonio identitario. Insieme qui si firmano I Cüntastòrie 

In un contesto in cui il dialetto rischia di diventare un residuo museale, Al nòno dialét svolge una funzione essenziale:

  • mantiene vivo un lessico che altrimenti scomparirebbe;
  • offre ai lettori un contatto settimanale con la loro storia linguistica;
  • crea un ponte tra generazioni;
  • continua il lavoro di recupero inserito nell’attività dei Cüntastòrie.

La coppia ha collaborato con don Pierluigi Ferrari, con don Marco Lunghi e con il Gruppo Teatrale “Le Quattro vie di Crema”, per la messa in scena di opere teatrali dialettali.

Sono stati entrambi docenti all’Università Uni-Crema per l’Antropologia, sezione dialetto cremasco.

Il volontariato culturale e socio-assistenziale, ha assorbito gran parte delle loro giornate.

Maestri, Poeta ma anche lettore scenico, dedica la sua produzione poetica alla salvaguardia della lingua e della memoria contadina locale. L’utilizzo della lingua dialettale diviene per lui una radice identitaria, con particolare attenzione ai sentimenti semplici e profondi. È una voce dialettale cremasca che ha fatto del vernacolo uno strumento di memoria collettiva, proponendo versi dialettali legati alla storia e alle usanze locali. 

 Proponiamo una traccia che abbiamo rilevato leggendo le sue creazioni:

  • i testi e le letture privilegiano immagini della vita rurale, del lavoro nei campi e delle pratiche domestiche, usate come archivio affettivo e storico. 
  • il dialetto cremasco è trattato come lingua di cultura e memoria, non solo come parlato quotidiano; la scelta del vernacolo è un atto di conservazione.  
  • la poesia è pratica sociale: letture in pubblico, partecipazione a club e associazioni e l’uso della parola per tenere insieme generazioni. 
  • Il lessico è quello quotidiano, immagini concrete e una sintassi lineare creano un lirismo accessibile, ma denso di memoria emotiva.

 

La memoria che lascia è fatta di letture, di iniziative culturali e di una pratica poetica che ha tenuto vivo il dialetto cremasco nelle piazze e nei Circoli. La commemorazione pubblica e le iniziative in sua memoria, confermano il valore culturale riconosciuto a questa voce dialettale. 

Molto attento agli ambiti del sociale e della cultura, partecipa all’attività del Lions Club Crema Host (di cui è stato anche presidente) e nella Direzione dell’Associazione Diabetici del Territorio Cremasco, promuovendo iniziative e diffondendo ovunque, compreso nelle scuole, lo stile della prevenzione. Il suo impegno nei Lions e nell’Associazione Diabetici mostra come la parola poetica possa essere intrecciata a un più ampio volontariato civico. 

Il Babbo Natale amato dai bimbi

Franco è stato per anni, Babbo Natale: con la sua barba bianca – che tra l’altro non era posticcia , tanto che i bambini rimanevano a bocca aperta quando gliela toccavano – è entrato negli asili e nelle scuole regalando, con semplicità e affetto paterno, tutta la magia che faceva brillare di stupore gli occhi dei più piccoli.

Bibliografia

Le pubblicazioni di Franco Maestri sono associate alla produzione con la moglie Lina Francesca Casalini.

L. F. Casalini, F. A. Maestri, Due maschere per volare, edizione privata, presso Trezzi, Crema, 2002, pp. non numerate, 2005 (II edizione).

L. F. Casalini, F. A. Maestri, Gocce d’acqua figlie della neve, Trezzi ediz. Crema, 2005.

L. F. Casalini, F. A. Maestri, Nel ventre… il cielo, Trezzi ediz, Crema, 2007,2008 (II edizione).

L. F. Casalini, F. A. Maestri L’operaio degli ulivi (un diario nel vento), tipografiaTrezzi a Crema 2009.

(a cura di) L. F. Casalini, F. A. Maestri, Al principe picén an dialèt cremàsch, tipolitografia Fantigrafica S.r.l., Cremona, Novembre 2023. Il volume è stato presentato nella sala Pietro da Cemmo del Museo Civico di Crema. alla presenza delle alunne e degli alunni, autori del libro e degli insegnanti coinvolti nel progetto.

Autoprodotte sono poi sillogi a circolazione numerata che secondo le informazioni raccolte sono almeno 15 dal 2003 a oggi.

Poesie

L’autore torna alla sua terra non per guardarla, ma per sentirla. La terra è un luogo fisico, certo, ma soprattutto è un luogo emotivo: è memoria, è origine, è ciò che resta quando tutto il resto si è consumato. La poesia è un atto d’amore verso la propria terra, ma non è un ritorno pacificato: è il riconoscimento che ciò che si è cercato altrove, non ha mai davvero sostituito ciò che si era lasciato. È una nostalgia non idealizzata, è concreta, fatta di polvere, nebbia, fatica, ragnatele e proprio per questo autentica: l’identità radicata nella terra, come unica certezza che non tradisce.

‘N da la mé tèra

Tùrne spès ‘n da la mé tèra 

lasàda ‘n dé per truà fürtüna 

gh’è póche pèrgule piantàde

sa sént amò cantà la lüna

‘Ntant che pià a pià

ma culma la tenerèsa

la ment la sa scunfund

ricòrde ‘na carèsa

Ché ma bàza ‘l magù…

ché ‘n mès a i teré aràt

suspés sóta ‘n cél da piùmb

da fadìga apena sumenàt

Ma riède ‘n chèsta zént

schìa l‘éra e sincéra 

che per sentìla e capìla bé 

ocór fa l’amór co’ la tèra.

Tùrne spès sö le mé ‘èce strade 

pèrse per cór adré a la lüna…

ché póche talamóre ‘ncruziàde 

le scùnd sògn e fürtüna.

 

Nella mia terra - Torno spesso alla mia terra / lasciata un giorno per trovar fortuna/ ci sono pochi pergolati piantati/ si sente ancora cantare la luna. // Intanto che piano piano/ mi riempie la tenerezza/ la mente si confonde/ ricordo una carezza. // Qui mi bacia la commozione… / qui in mezzo ai terreni arati/ sospesi sotto un cielo di piombo/ di fatica appena seminati. // Mi rivedo in questa gente schiva vera e sincera/ che per sentirla e capirla a fondo/ bisogna far l’amore con la terra. // Torno spesso sulle mie vecchie strade/ perse per correre dietro alla luna… / qui poche ragnatele incrociate/ nascondono sogni e fortuna.

Strada ècia è un esempio di come l’autore sappia trasformare la nostalgia in paesaggio, e la malinconia in narrazione. Non c’è autocommiserazione, non c’è retorica: c’è la verità di un uomo che torna sui propri passi e scopre che il tempo ha cambiato tutto, anche gli alberi. Se la strada che sta percorrendo è la stessa. non lo è più lui, che torna a ripercorrerla. Il tempo della gioventù è lontano e la natura gli fa da specchio, perché il tempo si deposita anche su di lei: rende tutto indistinto, anche i ricordi. Un vecchio salice che piange nasconde un segreto condiviso solo con l’autore: il lettore saprà riconoscere anche in questo, la vicinanza con il Poeta.

Stràda ècia

Sö ‘na stràda da quand sìe gióen

là ‘n fùnd

ndóe murìa al pàis

‘n mès a la pulver che nasìa

gh’éra an sàles bianch

 

co’ i ràm an pé drèc

cumè sentinèle ‘éste da fianch

Mé pasàe an biciclèta

curie ‘ncùntra a la me èta

bèl da ‘na giuentü

che le mé mà

le stànta adès a ritruà

Ma capita amò da pasà 

sempre püsé da ràr

la nebia l’è culur d’i mé caèi

la quàta töt... sa ‘èt póch bé

la cùla zó da i bròch

 cumè ‘n lament da sèner

 

Sö ‘na stràda da quand sìe gióen

là ‘n fund gh’è ‘n sàles vèc

al g’à i ràm zó 

pié da strachèsa

al piàns a pià 

sensa fa mastì  

 

Sultànt mé ‘l só.....

perché e pèr chi.

 

Strada vecchia - Su una strada di quando ero giovane proprio là in fond/ dove moriva il paese/ in mezzo alla polvere che nasceva/ c’era un salice bianco/ con i rami in piedi diritti/ come sentinelle viste di fianco. // Io passavo in bicicletta/ correvo incontro alla mia vita/ bello di una gioventù/ che le mie mani/ stentano adesso a ritrovare. // Mi capita ancora di passare/ sempre più di rado/ la nebbia ha il colore dei miei capelli/ copre tutto… si vede ben poco/ cola giù dai rami/ come un lamento di cenere. // Su una strada di quando ero giovane/ là in fondo c’è un salice vecchio/ ha i rami in giù/ pieni di stanchezza/ piange piano/ senza far rumore/ Soltanto io so… perché e per chi.

 

Il Poeta costruisce nella poesia Se bàla le ràne… un piccolo teatro notturno dove il reale e il fantastico si toccano senza mai fondersi del tutto. Il risultato è straniante e proprio per questo efficace: sembra una scena che non dovrebbe esistere e invece, nel suo linguaggio, trova una sua logica interna. Gli elementi iniziali appartengono a un mondo sospeso, fiabesco vissuto in un tempo lontano, dove irrompe l’elemento immaginario e originale: rane e lumache pronte a ballare, coerenti con la logica del sogno. Vederle “vestite a festa” significa ribaltare la gerarchia del mondo: ciò che è piccolo, trascurato e notturno diventa protagonista. Così la notte dà voce a ciò che di giorno non esiste o non conta, rivelando uno sguardo infantile e incantato su un mondo dove la realtà si incrina quel tanto che basta per far emergere un sentimento di malinconia.

Se bàla le ràne e le lümàghe…

Quàn rìa séra 

ma s’ampésa dadré d’i òc

‘na vècia löm a petròle

 

Le mé ùs da déntre

le s’andurménta

e le spèta

a ‘st’ùra la piàsa la sa óda

i va éa coi sò banchèt i frutarói

i muléta, i pulirói

chèi da le umbrèle

da ‘n bòt però

da la funtàna

chèla che stà pròpe ‘n mès

vé fóra ‘n fìla dópia

ràne e lümàghe

vestìde a fèsta

prùnte a balà ‘n da la nòt

sùra da töt 

rèsta ‘n cél 

che püsé blö sa pól mia

fèrme cumè ‘n tapé da ruzàda

‘nciudàt apéna

da ‘na stèla rüzinénta

 

Se ballano le rane e le lumache - Quando arriva sera/ mi si accende dietro agli occhi/ un vecchio lume a petrolio. / Le mie voci dentro/ si addormentano/ e aspettano. // A quest’ora la piazza si svuota/ portano via i loro banchetti i fruttivendoli/ gli arrotini, i pollivendoli/ i venditori di ombrelli // a un tratto però/ dalla fontana/ quella che sta in mezzo/ escono in doppia fila/ rane e lumache/ vestite a festa/ pronte a ballare nella notte. // Sopra il tutto/ resta un cielo/ che più blu non si può/ immobile come un tappeto di rugiada/ inchiodato appena/ da una stella arrugginita 

 

La poesia Le mà da mé pàdre, è un congedo dolce e senza retorica. Le espressioni scelte dall’autore costruiscono un linguaggio di leggerezza, di aria, di trasparenza, come se il corpo si stesse dissolvendo in qualcosa di più grande. Le mani del padre sono descritte attraverso una progressiva smaterializzazione: “senza calli/ senza rughe/ senza mali”. La triplice anafora del “senza” è una scelta espressiva che svuota, alleggerisce, toglie peso. È come se il corpo si stesse preparando a diventare altro, a passare di là: il lessico accompagna il lettore verso una dimensione quasi spirituale. È una poesia che non piange, ma accompagna, con una tenerezza che non ha bisogno di alzare la voce. L’ ultimo gesto di stringere una preghiera nobilita la materia, pur conservandone l’immaterialità. 

Le mà da mé pàdre

Le mà da mé pàdre

i è urmài 

sénsa cài

sénsa rüghe 

sensa mai

 

biànche smòrte

legére cumè àle

celèste sultànt le éne 

le trèma pö cumè 

vùl da rundàne

 

mà che le g’à piegàt 

saràt  

strenzìt

tiràt da ràspa 

mà stràche

da pudìn pö

 

mà che póch témp fa

gulàa cumè pàsere sö la néf

a caresàm al có…

‘na bufàda d’ària legéra 

sö i mé caèi biànch

 

le mà da mé pàdre 

trasparénte cumè védre 

le tègn adès 

strèta

l’ültima urasiù

déta 

sulamént per lü 

 

Le mani di mio padre - Le mani di mio padre/ sono ormai/senza calli/senza rughe/ senza dolori// bianche pallide/ leggere come ali/celesti solo le vene non tremano più/ come volo di rondini// mani che hanno piegato/ chiuso/ stretto/ tirato di raspa/ mani stanche/ da non poterne più// mani che poco tempo fa/ volavano come passeri sulla neve/ a carezzarmi il capo… / un soffio di aria leggera/ sui miei capelli bianchi// Le mani di mio padre/ trasparenti come vetro/ tengono adesso/ stretta/ l’ultima preghiera/ detta solamente per lui 

 

Nel testo di Lüs da mama, dedicata al ricordo della madre, il tempo si ribalta: la madre resta giovane per sempre, il figlio invece invecchia.

Il Poeta, come se non volesse spiegare la sua emozione, ma farcela sentire, usa delle espressioni che oscillano tra la concretezza del lavoro contadino e la visionarietà quasi onirica. La candela, il sambuco senza fiori, la tramontana: sono immagini di fine, di passaggio. Eppure la poesia non è cupa, anzi è piena di apparizioni: le Orse che tramontano, i campi bagnati, la volpe che ride vicino al pollaio squarciato. Sono immagini quasi da fiaba, ma una fiaba dura, dove la natura non consola: Franco usa lo stile poetico che predilige: non quello che descrive, ma che evoca.

Lüs da mama

Se g’aaro chèl dé

amò fàm da éta

- quand saró riàt là 

 töt al sarà finìt -

capesaró da ‘ès nasìt

‘ntant che i sumenàa

co’ la lüs che finìa mài

‘n dal sògn da ‘na bagàia

 

Gh’éra ‘l temp da l’aradüra

-vizì al canàl söt

 i lampiù ròt da le sasàde-

déte al giardì d’i siur

töte le sò ugiàde

 

Fàce scüre da fadìga

mai pèrsa

fàce ‘n da l’ùmbra

prim che nasìa ‘l sùl

le fàa tremà da pùra

le màce dóre d’i furmént

 

Sultant ‘na spiga zèrba

la animàa ‘l silensio

unda fòrta e nóa

sö chèle vèce dal temp

 

Tramuntàa le Urse 

sö i téré bagnàt

ghignàa la bènula

vizì al pulér squerciàt

 

Se g’aaró amò ‘n dé

tanta fàm da éta

là ‘ndóe càla ‘l sùl

 

al samböch sensa pö fiór

al bazarà la tramuntàna

ga sarà la lüs da ‘na candéla

la lüs gióina da me mama

cercaró ‘na funtàna

 

Luce di mamma - Se avrò quel giorno/ ancora fame di vita/ - quando sarò giunto là - tutto sarà terminato - capirò di essere nato intanto che seminavano/ con la luce che non finiva mai/ nel sogno di una ragazza// C’era il tempo dell’aratura/ - vicino al canale asciutto/ i lampioni rotti dalle sassate - nel giardino dei ricchi/ tutte i suoi sguardi// Facce scure di fatica, mai persa/ facce in ombra/ prima del sorgere del sole/ le facevano tremare di paura/ le macchie dorate dei frumenti// Soltanto una spiga acerba/ dava senso al silenzio/ onda forte e nuova su quelle vecchie da tempo// Tramontavano le Orse/ sui campi bagnati/ rideva la volpe/ vicino al pollaio squarciato// Se avrò ancora un giorno/ tanta fame di vita/ là dove tramonta il sole/ il sambuco senza più fiori/ bacerà la tramontana/ ci sarà la luce di una candela/ la luce giovane di mia madre/ cercherò una fontana. 

 

Il testo Per tutto… grazie, è una lode che non ha nulla di solenne o liturgico: è una preghiera fatta di corpo, di emozioni, di desideri che non si sono ancora spenti. L’autore ringrazia il Signore attraverso di essa. È una preghiera che non sale verso l’alto: rimane sulla terra, tra vene che bruciano, cieli che arrossiscono, parole che si cercano. Il tempo non è più una linea che scorre: è uno spazio che si dilata, che permette di respirare, di sentire, di vivere.  Franco Maestri raggiunge uno dei suoi vertici espressivi: nel tramonto diventa un atto d’amore, un incontro sensuale tra cielo e sera, un’immagine che unisce eros e natura, spiritualità e desiderio. La scelta di “far meglio l’amore” è audace, tenera, profondamente umana. E nella chiusa ciò che non muore è una dichiarazione di identità: un verso che commuove perché è umile e orgoglioso insieme: finché c’è poesia, c’è vita e finché c’è vita, c’è gratitudine.

Per töt… gràsie

Per chèi dé che ma tróe da matìna

- i è póch bé a pensàga-

an zenòc a pregà

 

per chèi mumént

che ‘l témp al sa sgrànda

e ‘l dèrf töte le pòrte 

 

per quand al cór 

al rüza a fòrsa ‘l sànch

per l’emusiù da ‘n bazì

 

per chèl cél che ‘l móla ‘l celèst 

per fas vestì da rós

e fa mèi l’amór con la séra

 

per le ‘ene ca ma brüza sö la pèl 

e le salta cumè nèrf da caàl

ogni ólta ca ta ède 

per quand sa cérchem

dadré a le paròle

prima amò da dìle e sentìs bé

dize gràsie… Signór…

gh’è amò per mé

i sògn da bagài

i ricòrde ca ma ‘é

chèl póch da puezìa 

che déntre… 

‘n fùnt

la ma mór mia….

 

Per tutto… grazie - Per quei giorni che mi trovo di mattina/ -a pensarci sono ben pochi- / in ginocchio a pregare// per quei momenti/ che il tempo si allarga/ e apre tutte le porte// per quando il cuore/ spinge con forza il sangue/ per l’emozione di un bacio// per quel cielo che lascia l’azzurro/ per farsi vestire di rosso/ e far meglio l’amore con la sera// per le vene che mi bruciano sulla pelle/ e saltano come nervi di cavallo/ ogni volta che ti vedo// per quando ci cerchiamo/ dietro alle parole/ prima ancora di dirle e sentirci bene// dico grazie… Signore… ci sono ancora per me/ i sogni di ragazzo/i ricordi che mi vengono// quel poco di poesia/ che dentro…. in fondo/ non mi muore…

Da un momento di pausa, durante il lavoro nei campi,  Franco ci offre una scena semplice ma concreta, che si apre poi a un significato più ampio: la quotidianità diventa metafora della vita, della giovinezza e della trasmissione collettiva e il raccolto diviene immagine del tempo che passa, occasione per far nascere nuove storie. Il ritmo frammentato e le pause («e allora…. // su fame e giù pane») ricordano il parlato popolare o il canto di lavoro. Questo registro crea intimità e immediatezza, come se il testo fosse una testimonianza orale.

Témp da regòi

Quànt che ‘l sùl al ciòca 

püsé da püsé

sa ‘ncréca ‘l seghès

n dal furmént an pé 

  

l’è ùra da pusà ‘n pó 

prìm da südà amò 

 

e alùra… 

sö fàm e zó pà

sö sìt e zó ‘ì

töt sùra ‘na quèrta da lì

 

pò tra le piéghe

vé fóra da sóta ‘na quai spìga

e ‘n pó da stóbia

 

ogni mumént lè bù

per fà nàs ‘n’altra stòria

 

sümelèga zó a la bàsa

“… ‘n frèsa bagài 

 

l’è amò témp da regòi.”

 

Tempo del raccolto - Quando il sole/ picchia più che di più/ si impiglia il falcetto/ nel frumento in piedi/ è ora di riposare un po’/ prima di sudare ancora/ e allora…. // su fame e giù pane / su sete e giù vino/ tutto sopra una coperta di lino/ poi tra le pieghe/ viene fuori da sotto/ qualche spiga/ e un po’ di stoppia// ogni momento è buono/ per far nascere un’altra storia/ lampeggia giù alla bassa / “… in fretta ragazzi è ancora tempo di raccolto”

 

La poesia Al fìl dai dé, vive di aria e precarietà: tutto è vento, instabilità, tentativo di tenere insieme ciò che rischia di sfuggire. Il maestrale non è solo un fenomeno atmosferico: è una forza che scuote, che non consola, che mette a nudo le fragilità: non porta leggerezza, ma un’irrequietezza che entra nelle cose. La vita diviene un gioco d’azzardo come un gomitolo che si srotola anche se si cerca di trattenerlo tra le dita. Eppure, in mezzo a questa instabilità, c’è un bagliore: “luci nuove” che accendono l’orizzonte. La speranza non è negata, ma è lontana, mobile, sfuggente.

 

Al fìl dai dé

‘l vént da maèstra

‘l péca söi mùr

anche quànt al rét

l’è pö alégre

 

An fùnt l’urizùnt

ca scàpa

‘l s’ampésa

da lüs nóe

 

G’ó pö fürtüna

a giugà coi dàdi

tègne a fadìga 

la punta dal fìl

che ‘l sa slùnga 

söi mé dé

 

Söl tèc la bandiróla

la sbàt fümigàda

a piazér dal vént

 

Il filo dei giorni - Il maestrale/ batte sui muri/ anche quando ride/ non dà allegria// In fondo l’orizzonte/ che fugge/ si accende di luci nuove// Non ho più fortuna/ a giocare coi dadi/ tengo a fatica il capo del filo/ che si allunga/ sui miei giorni. // Sul tetto la banderuola/ sbatte affumicata a piacere del vento.

 

Non possono mancare in questa raccolta le poesie di Maestri (almeno 2! ) dedicate alla moglie Lina: una vita trascorsa insieme: uniti dalla poesia e legati dall’amore.

Per lé… che la sà da pèrle

Che maraéa

le tò àvre

mé dìze

che i è dˈargént

perchè dˈór

ghˈè apéna i tò òc

e le tò paròle

 

Per lei… che sa di perle - Che meraviglia le tue labbra/ io dico/ sono d’argento/ perché dˈoro/ ci sono solo i tuoi occhi/ e le tue parole.

 

Quand... 

Mé ‘óre èsiga amò

quand ga sarà pö fiór de catà

e sultant i pensér andàc

i darà culùr a la éta

 

Mé ‘óre èsiga amò

quand al sùl che tramunta

al sarà viola

cumè pulvér an da la nebia

cumè ‘l fund de la malincunea

 

Mé ‘óre èsiga amò

quand le éne da la zént

le sarà smòrte e chiète

cumè góse lunghe salàde de magù

 

Mé ‘óre èsiga amò

quand l’amór da la tèra

al sa farà pö ‘èt

e la müzica la sarà fata da silensio

 

Mé tegnarò scundit alura al mé cor

dadré da i òc da la lüna

e sensa pudì cantà

mé uraró èsiga amò...

con tè

 

Quando… -  Io voglio esserci ancora/ quando non ci saranno più fiori da cogliere/ e soltanto i pensieri del passato/ daranno colore alla vita. // Io voglio esserci ancora/ quando/ il sole che tramonta/ diventerà violaceo/ come polvere nella nebbia/ come il fondo della malinconia// Io voglio esserci ancora quando/ le vene della gente/ saranno pallide e quiete/ come gocce lunghe salate di rimpianto// Io voglio esserci ancora/ quando l’amore della terra/ non si farà più vedere/ e la musica sarà eseguita in silenzio// Io terrò nascosto allora il mio cuore/ dietro agli occhi della luna/ e senza poter più cantare/ io vorrò esserci ancora/ con te 

 

La poesia Patriarca da la lüna è un grande affresco della memoria, costruito come un lungo respiro che alterna immagini luminose del passato a consapevolezze più cupe del presente. Il testo di  Franco Maestri parla di un’età ormai avanzata, ma lo fa con una voce che non ha perso né la tenerezza né lo stupore: è ricco di immagini concrete, quasi cinematografiche, che funzionano come fotogrammi di un tempo perduto. La struttura crea un arco narrativo: dalla memoria alla rivelazione: il passato libero dai pensieri, pieno di ore liete, luminose; ricco di natura, lavoro e comunità si risolve nel presente, in cui l’autore usa un tono nostalgico e solenne perché tutto è più incerto, ma non privo di speranza perché alla fine del cammino lo attende la “vita”, non la morte, e una “culla”, non un vuoto. La poesia è il testamento affettivo di un uomo anziano che promette di raccontare la sua giovinezza, solo quando il velo del presente si solleverà.

Patriàrca da la lüna

Ta cüntaró ‘n dé

da quand sìe gióen

 

teré aràt e sumenàt a mà

estàt lùnghe fin ca bruzàa la pàia

do Ùrse a difénd an tòch da cél

ghignàde sö ére sensa cunfì

bósch mizüràt a pàs

la cansù da le fòe 

quand vegnìa zó ‘l vésper

l’ór dal furmént ca ‘l fümàa südùr

amicìsie scambiàde per an pó da calùr

ùs ca ciamàa a la casìna

al prim vì scundìt ‘n da la cantìna

fèste ‘n da le làme al ciàr da la nòt

sumelèch dadré a le muntàgne

girasùi prùnt a rubà ‘l cór

carèse con le mà fate da ruzàda

rane a suspirà ‘n di fòs

ùmbre gelùze a fa fiurì i fiór…

 

Ta cüntaró ‘n dé...

se ma tùrna la mént

quand le màschere ca g’ó dinànc

le ‘ndarà ‘éa col vént

 

Luntà ‘l fracàs da le trunàde

al ma ricordarà la me fürtüna

‘n fùnd a töte le me stràde

ma spetarà la ‘éta

con la sò cüna

la sarà là sultànt per mé

mé, Patriàrca da la lüna

 

Patriarca della luna -Ti racconterò un giorno/ di quando ero giovane// terreni arati e inseminati a mano/ estati lunghe fino a che bruciava la paglia/ due Orse a difendere un pezzo di cielo/ risate sulle aie senza confini/ boschi misurati a passi/ canzoni di foglie/ quando scendeva il vespero/ l’oro del frumento che respirava sudore/ amicizie scambiate/ per un poco di calore/ voci che chiamavano in cascina/ il vino novello nascosto in cantina/ feste nei campi al chiaro della notte/ lampi dietro le montagne/ girasoli pronti a rubarti il cuore/ carezze di mano fatte di rugiada/ rane a sospirare nei fossi/ ombre gelose che facevano aprire i fiori… / Ti racconterò un giorno, se tornerà il ricordo/quando le maschere che ho davanti/ voleranno via col vento. // Lontano il rumore dei tuoni/ mi ricorderà la mia fortuna/ al termine di tutte le mie strade/ mi attenderà la vita/ con la sua culla/ sarà là soltanto per me/ io, Patriarca della luna.

Conclusione

Francesco “Franco” Maestri è ricordato sia come Poeta dialettale, che come lettore scenico, ma anche come volontario culturale, attivo soprattutto nelle associazioni locali. La doppia identità: poeta - animatore sociale - è il punto di partenza per ogni lettura critica della sua opera.

Franco non è stato solo un Poeta “da pagina”, ma anche e soprattutto un Poeta da voce: leggeva le sue liriche in pubblico nelle iniziative culturali, nelle scuole, nei circoli e riunioni conviviali locali. Era capace di unire parola, comunità e impegno civile. La sua opera prendeva vita nelle letture, nelle testimonianze di performance condivise. La sua cifra stilistica privilegiava il ritmo della parola detta, con modulazioni, con pause e con una dizione che valorizzava il suono del cremasco. Questo rendeva i testi efficaci in contesti orali più che in lettura solitaria: una collocazione artistica che  lo ha reso figura di raccordo tra la tradizione e il pubblico dei tempi odierni.

 

 

Graziella Vailati


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commenti


Luciana Giovanna Groppelli

24 settembre 2026 04:30

Leggo e rileggo ammirata per l'eleganza del racconto e la scelta felice dei testi poetici tradotti con grande cura in italiano