Teatro e poesia dialettale: due grandi amori di Francesco Edallo
Francesco Edallo, conosciuto come Checco, nasce a Santa Maria della Croce il 17 novembre 1949. Dopo la maturità classica si laurea in Scienze Agrarie. Docente di educazione tecnica nella scuola secondaria di primo grado, guida gli alunni anche a laboratori teatrali, realizzando per e con i suoi ragazzi di scuola, varie rappresentazioni. Uomo di intelligenza e cultura, come i grandi artisti, manifesta la sua creatività anche come pittore, scultore e Poeta. Il teatro è stato una delle sue più grandi passioni: nel 1981 costituisce la Compagnia del Santuario con la quale mette in scena, come attore e regista, 33 nuove rappresentazioni: ne scrive i testi da Sant e antiquari (1982) fino a Il delitto Viganò (2014). Utilizza in esse, anche se solo parzialmente, il dialetto cremasco della città, di cui era profondo conoscitore.
Nei suoi trent’anni di attività teatrale si pone al centro di un lavoro di ricerca e costruisce un collettivo coeso e determinato: i testi sono originali ed evidenziano l’approfondimento dedicato alle caratteristiche caratteriali dei suoi personaggi. Ama ripetere che la tradizione è la vita che continua e i ragazzi che hanno imparato con lui e da lui a calcare il palcoscenico, apprendono la lezione e alcuni proseguono nella carriera teatrale frequentando scuole di formazione professionale.
È tra gli ideatori del Franco Agostino Teatro Festival. Spesso collabora con il Teatro San Domenico di Crema, che gli affida i laboratori teatrali per i ragazzi. Fonda e diviene anche presidente del Circolo Culturale della Fiera di Crema, che pubblica numerosi volumi del suo teatro, ma patrocina anche altre attività artistiche.
Un’altra sua compagine teatrale è quella di Montodine: egli stesso racconta nella prefazione al libro del decennale della Compagnia, come ne è nata l’idea: “La Cumpagnéa da San Ròch, dal nome dell’omonima chiesetta alle porte di Montodine, nasce quasi per gioco in un assolato pomeriggio in casa del compianto e carissimo Carlo Baroni, o meglio sui bordi della sua piscina in riva al Serio”.
Diversificando la sua attività teatrale con questi attori: egli si propone di riportare nel teatro la voce del dialetto in luoghi e situazioni diverse, traducendo in dialetto cremasco, nei quindici anni di attività di questo gruppo teatrale. opere della tradizione napoletana, dei De Filippo, e pièce riprese dal teatro partenopeo dalla Vaudeville francese di fine Ottocento. Con i suoi attori allestisce nel 1997 la rappresentazione scenica itinerante: Ah, l’ammore, lettura di poesie dialettali sul tema dell’amore, alternate a dialoghi sullo stesso argomento scritti dall’autore nelle sue commedie.
Francesco Edallo muore a Crema il 4 settembre 2014 lasciando tre figli, dai quali è sempre stato affiancato nelle sue attività e la moglie Yetta.
La sua ultima commedia, scritta durante la malattia, viene rappresentata nei giorni successivi dalla Compagnia del Santuario.
Bibliografia
1983 - Quota 90. Commedia dialettale cremasca. La trama nasce da una realtà cremasca del 1970 e narra le vicende di una famiglia cremasca del territorio, rovinata dalla legge governativa.
1984 - Lucciole
1986 - Storie soltanto storie. vol. 1: raccolta di Commedie dialettali cremasche ideate, scritte, messe in scena e interpretate dall’autore per la Compagnia del Santuario.
1990 - Storie soltanto storie. vol. 2 : raccolta di Commedie dialettali cremasche ideate, scritte, messe in scena e interpretate dall’autore per la Compagnia del Santuario.
1994 - Storie soltanto storie vol. 3: l’autore chiude il ciclo delle Storie, con la pubblicazione delle ultime quattro commedie.
1994 - Fiabe d’elfi. Dalla lettura dei poeti di fiabe di paesi lontani nasce nell’autore l’idea di un libro di fiabe con le illustrazioni delle Terrecotte da lui create.
1998 - Ferruccio, le commedie. Raccolta delle commedie scritte per il personaggio teatrale di Ferruccio. creato da Checco.
1998 - Dieci anni di teatro con la compagnia di San Rocco, traduzioni in dialetto cremasco delle commedie napoletane dei De Filippo, messe in scena e interpretate dall’autore per la Cumpagnéa da San Ròch di Montodine.
1999 - Sonetti cremaschi, un volume di ricordi, speranze, timori, sdegni, risate, scherzi e tristezze - dice l’autore nella sua prefazione - narrati sulla falsariga del sonetto dialettale.
2001 - 1950 e dintorni a S. Maria della Croce.
2002 - La compagnia del Santuario1982-2002, intera raccolta delle commedie scritte dall’autore per la Compagnia del Santuario.
2005 - Nuovi sonetti: 16 sonetti narrati - dice l’autore nella sua prefazione - a volte con il sorriso, a volte con un po’ di rabbia.
Edallo è un artista multiforme non si ferma al teatro: esegue opere in terracotta, scrive favole, poesie dialettali e sono alcune di queste che abbiamo scelto di presentare.
Il sonetto dialettale
Il dialetto, con la sua ricchezza di rime naturali e assonanze, permette spesso soluzioni più libere, senza perdere coesione. Le vere specificità del sonetto dialettale sono legate a una musicalità fonetica, un lessico concreto e quotidiano, un tono emotivo sia esso ironico, elegiaco, nostalgico, satirico o poetico, ma sempre comunque affettuosamente popolare.
Il dialetto permette una intimità che l’italiano standard a volte attenua.
Per questo, anche quando rispetta la forma fissa, la piega alla propria voce, così la forma resta riconoscibile, ma vitale.
La poetica
Edallo si inserisce nella cultura popolare cremasca, vista non come folklore, ma come identità viva: una poetica centrata sulla valorizzazione del territorio attraverso l’uso del linguaggio vicino alla gente, spesso ironico, diretto, affettuoso. Questo tratto non è solo biografico: diventa un vero principio estetico: l’ironia come modo per smascherare le rigidità sociali; l’umorismo come gesto di libertà e dignità.
È una poetica che ricorda certi autori lombardi capaci di unire sorriso e malinconia. La teatralità che permea il carattere dell’autore rientra anche nelle sue poesie: la parola è sempre pensata per essere detta, incarnata, condivisa. La sua personalità gli permette di delineare una poetica ironica, teatrale, radicata nella memoria e profondamente umana.
La struttura
Tutti i componimenti hanno la struttura del sonetto dialettale, con l’impianto del sonetto petrarchesco, ma filtrata attraverso la vitalità del dialetto, che mantiene in genere l’ossatura metrica del sonetto italiano tradizionale, ma con la musicalità, le cadenze e le esigenze fonetiche del dialetto. Questo produce effetti molto interessanti, sia metrici che espressivi.
Il componimento è composto da 14 versi endecasillabi (o equivalenti dialettali dove, l’endecasillabo può slittare: la diversa lunghezza delle parole, può creare versi che suonano endecasillabi pur non essendolo rigidamente secondo la metrica italiana). La regola essenziale è la ricerca della musicalità, non la matematica sillabica.
Schemi ritmici
I più frequenti sono quelli della tradizione italiana (ABAB, ecc.).
I testi che abbiamo scelto sono contenuti nei due volumi dei Sonetti.
Poesie
L’ autore nella poesia in cui parla alla madre, le pone una richiesta affettuosa - non per un bisogno di approvazione, o per vanità - ma offre il proprio percorso artistico come gesto d’amore, come modo per dire:
“Quello che sono, lo sono anche grazie a te. Guardami, se vuoi: ci sei dentro tu”.
Chiede soltanto un riconoscimento reciproco, un filo che ritorna alla madre nel giorno del suo compleanno.
Mama
Ma dize, Mama, ma ta par pusibil
che dopo vundes an che fó teatro
'na möcia da cumedie o ròba simil
le ciamet sempre “Recite”? L'è 'l Fato?
O fòrse fet apòsta a parlà isé
per ricurdàm che pròpe an fin di cünt
i'è ròbe da ulà bas adré a teré
o da mangià con i grasèi an dal tunt?
Va bé, va bé, me 'ntant ta oi bé istès
per l'amór che m'et dat e ta ma det,
e pò cumpeset i'an e vurarès
nel töt fös bèl e bù chèl che ta gh'et,
cumè quand notre quatre picinì
ciapaem le lüzirole an dal giardì.
Mamma - Ma dico mamma, ma ti sembra possibile/ che dopo undici anni che faccio teatro, / un mucchio di commedie e roba simile, / tu le chiami sempre recite? / Sarà il Fato? // O forse fai apposta a parlare così/ per ricordarmi che proprio in fin dei conti/ son roba da volare basso sui campi/ o da mangiare con il radicchio nel piatto. // E va beh, va beh, io intanto ti voglio bene ugualmente/ per l’amore che mi hai dato e che mi dai/ e poi tu compi gli anni e io vorrei/ che fosse tanto bello e buono ciò che hai, / come quando noi quattro piccoli prendevamo le lucciole nel giardino.
Nella poesia in cui parla del padre, Edallo mette in scena un confronto sociale concreto: la domanda banale di un estraneo diventa il pretesto per far emergere la figura del padre e il rapporto che il figlio ha con lui. L’uso del discorso diretto (“Ma lei per caso…”, “Quello che dei condomini fa i progetti?”) è efficace: rende l’ambientazione immediata e mette in evidenza l’imbarazzo del figlio. L’affetto è implicito, filtrato dalla stima e dalla consapevolezza del peso sociale del genitore. Questo registro è coerente: non tutti i legami familiari si esprimono con la stessa lingua emotiva e il testo coglie questa differenza senza forzature. Con la madre la voce cercava riconoscimento affettivo e riconoscenza; qui la relazione è più istituzionale e professionale: il padre è figura di spicco, il figlio ne riconosce l’autorità e l’influsso culturale sul territorio.
La battuta finale - il desiderio di non essere intitolato a nulla - è paradossale e rivela un’idea di modestia che è insieme orgoglio e rifiuto della celebrazione formale. Il paradosso - sarei contento se a qualcuno venisse l’idea di intitolarmi niente - è una forma di autoironica dignità: è il rifiuto della retorica pubblica, ma non della memoria concreta. È una chiusura che lascia il lettore sospeso tra rispetto e malinconia.
Caro papà
“Ma lü per caso? ’l ga ’n quai parentela
còn quèl da via Edallo, l’Architèt?”
Al ma dumanda vü e pò ’l ma zela:
Chèl che di condomini ’l fa i prugèt?”
Caro Papà, se fo? G’arès da diga
Le tò puezie, le statue, le tò cese,
le rabie, le ambisiù, la tò fadiga
per svalsà ’l co e surpasà le atese?
“L’è chèl dal Dom” tae cürt, ma ’l varde stòrt
E ‘n döbe ’l ma cumpagna quant vo vea,
ma troe la solusiù: quant saró mòrt
sarès cuntét che argü ’l gabes l’idea
da intitulàm nigót, ma gna per sòrt!
… lasìm pör là a pusà a Santa Marea
Caro papà - “Ma lei per caso ha qualche parentela con quello di via Edallo, l’Architetto?”. // Mi domanda uno e poi mi gela: “Quello che dei condomini fa i progetti’’? // Caro papà, cosa faccio? Dovrei dirgli/ le tue poesie, le statue, le tue chiese, / le rabbie, le ambizioni, la tua fatica/ per alzare la testa e superare le attese? // “È quello del Duomo!” taglio corto, ma lo guardo storto/ e un dubbio mi accompagna quando vado via, // ma trovo la soluzione: quando sarò morto/ sarei contento se a qualcuno venisse l’idea di intitolarmi niente, ma neanche per scherzo! / E lasciatemi pure lì a riposare a Santa Maria.
Nella vita di tutti ci sono gli affetti della famiglia e quelli extra familiari. Sono questi che divengono poi i nostri ricordi più intimi, che riaffiorano a distanza di anni senza preavviso. Nelle poesie di Francesco Edallo ci sono tanti ritratti nei quali il testo funziona come una scena viva: in questo assistiamo a un incontro fortuito, che riaccende i ricordi, mette a nudo l’imbarazzo e la vanità, e restituisce un quadro comico e insieme malinconico del narratore.
Nel sonetto l’autore usa una lingua colloquiale, diretta e conserva una punta di autoironia che rende credibile la voce confidenziale. Il tono sta tra il divertito e il preoccupato, senza retorica, ma con un realismo che fa sorridere e commuovere insieme. In particolare ci fa notare un confronto dovuto al passaggio del tempo, che non riusciamo a vedere sul nostro volto dato che cambia giorno dopo giorno. Infine il dubbio che anche su di noi si possano leggere gli stessi segni. Il finale interrotto lascia una sospensione efficace: il Quasi apre a molte possibilità emotive.
La me muruza vècia
L’o vesta ancó per cazo ’n da ‘na strada
volta vü e quindes, larga circa istès,
la facia töta rosa e pitürada
per scunt cuzè po? La paria ’n bèl pès!
E l’era prope le: il mio grande amor!
da vinticinq an fa o zo da lé
e quante curse la ma fat fà còl cor
an gola, ma ’n bazì mai: ’l stàa mia bé!
Però m’è egnìt adòs ’n presentimént:
vot vèt? Vot vèt? Ma no! L’è mia pusibil!
E mé? Cunsàt istès? Pode mia crèt:
sa sente amò ‘n giünòt o ròba simil!
Core a vardàm al spèc tecàt al mür:
i’an i’è pasàt bé, so quaze sicür!
Quaze…
La mia fidanzata di un tempo - L’ho vista oggi per caso in una strada, / alta uno e quindici larga circa uguale, / la faccia tutta rossa e pitturata. / Per nascondere cosa poi? / Sembrava un bel pesce. // Era proprio lei, il mio grande amore di venticinque anni fa o giù di lì. / E quante corse mi ha fatto fare/ con il cuore/ in gola, ma un bacino mai: non stava bene. // Mi è venuto addosso un presentimento: // vuoi vedere? Vuoi vedere? Ma no! Non è possibile! / E io? Conciato così? Non posso crederlo, // mi sento ancora un giovanotto o giù di lì. // Corro a guardarmi allo specchio appeso al muro: / gli anni son passati bene, son quasi sicuro. // Quasi…
Un altro ricordo: Al cupiù, si affaccia alla vena poetica dell’autore: forse un’esperienza lontana, quando all’inizio cercava una strada per farsi conoscere come autore di commedie. Il testo risulta un ritratto veritiero soprattutto per il tono comico-amaro, per un ingenuo entusiasmo, una smania di successo e la successiva delusione. La progressione emotiva ha la forza narrativa dei vari stati d’animo della vicenda: l’eccitazione iniziale, l’attesa, l’impazienza fino alla rassegnazione ironica finale. Inoltre le parti del colloquio danno immediata vicinanza al parlante e conservano il sapore popolare del dialetto. Le immagini sono semplici e concrete e sintetizzano bene l’ambizione e l’umiliazione.
Al cupiù
An bèl dé go lezìt an sö 'n giurnàl:
“Di commedie si cercan nuovi Autori.”
Pronti!! Se 'l treno 'l pasa vo a brancàl:
spedese 'l me cupiù e spète i'allori.
Fo töt da niscundù, nisù i la sa,
però 'n tra da me so bèa an ebulisiù:
m'ansògne manifèst pèr töt Milà,
al me nom söi giurnai e a la TV.
Dopo vòt dé so 'n po söl nervuzèt:
g’aró zbagliàt cumedia? I respùnt mia!!
Ma no!! Ma no!! Ma anche 'n interdèt
che l'è 'n capolavoro 'l sa ‘ncurzia!!
… Ses mes da chèl tal dé gh'è bèa pasàt...
Vot vèt che al cèso 'l me cupiù i g’a druàt???
Il copione - Un bel giorno ho letto su un giornale/ “Di commedie si cercano nuovi autori.” / Pronti! Se il treno passa vado a prenderlo! / Spedisco il mio copione e aspetto gli allori. // Faccio tutto di nascosto, nessuno lo sa, / però tra di me son già in ebollizione, / mi sogno i manifesti per tutta Milano, / il mio nome sui giornali e alla Tv. // Dopo otto giorni sono un po’ sul nervosetto: / avrò sbagliato commedia? Non rispondono! / Ma no! Ma no! Ma anche un interdetto// che è un capolavoro, si sarebbe accorto! // … Sei mesi da quel tal giorno son già passati… / vuoi vedere che come carta igienica il mio copione hanno usato!?!
Anche quest’altra poesia di Edallo, L’è ’l prim atùr, riguarda la vita teatrale dell’autore, ma qui la figura presentata non è quella dell’attore-regista. La poesia funziona come ritratto comico e affettuoso di un personaggio di teatro: la voce è colloquiale. Il tono è ironico ma non negativo e il contrasto tra la sua apparenza goffa e la presunta bravura, crea simpatia. La progressione è chiara: lodi iniziali iperboliche, subito smontata dalla descrizione fisica grottesca, rivelazione della sua vera “virtù” pratica. Questo contrasto è la leva comica: espressioni come “due capelli in croce” e “pino spelacchiato” sfruttano consonanze e immagini visive per creare effetto comico-grottesco.
Ironia finale: il colpo di scena - la sua assenza nei lavori pesanti utili a che vuol fare teatro - ribalta le aspettative e chiude con una nota umoristica coerente.
L’è ’l prim atùr
Gh’è pròpre da ametìl: l’era ’ngran brao
Cumè prim atùr gh’è nigót da dì!
Apò se ’l gh’ia da dì andóma “Ciao”
i la dizia bé bé, al gh’era “esprìt”!
Odìo, d’aspèt l’era mia ’n Valentino
Gambe gnogne, pansèta e du caèi
an crus sö la pelada, cumè ’n pino
bröt da nedàl, cumpràt per i’ urfanèi.
Però la sò virtù püsé sicüra
l’era che quand che gh’era da fa argót:
cargà, scargà, fa ’l palco sö mizüra,
muntà i fari o si no piantà apò ’n ciót
lü ’l gh’era mai, forse per pura
da rumpes al filù da pèr nigót!
È lui il primo attore - Bisogna proprio ammetterlo: / era un gran bravo / Come primo attore non c’era niente da dire! / Anche se doveva dire solo “Ciao” / lo diceva benissimo, / aveva predisposizione! // Oddio, non aveva la figura di un Valentino / Gambe storte, pancetta e due capelli/ in croce sulla pelata come un pino/ spelacchiato di Natale comprato per gli orfanelli. // Però sicuramente la sua virtù principale/ era che quando c’era da fare qualcosa: / caricare, scaricare, fare il palco su misura, // montare i fari o altrimenti piantare anche un chiodo/ lui non c’era mai, forse per la paura/ di rompersi la schiena per niente.
La poesia Quatr'èti da pulpa si colloca nella tradizione della poesia dialettale umoristica e di costume, dove la quotidianità diventa materia poetica attraverso l’iperbole, la caricatura affettuosa e un ritmo narrativo rapido, quasi teatrale.
Il registro è immediatamente giocoso: il caldo di giugno “che fa sudare anche i sassi” apre la scena con un’iperbole che prepara il lettore a un racconto esagerato, colorito, dove tutto è un po’ più grande del vero. Le due donne sono figure tipiche della poesia popolare: donne concrete, generose nelle forme e negli appetiti, che affrontano la vita con spontaneità e senza troppi filtri. Il narratore non le giudica: le osserva con simpatia, con quella bonaria ironia che appartiene ai paesi, dove tutti si conoscono e ci si prende in giro senza cattiveria. Una poesia che celebra la vita semplice, i piccoli eccessi, la complicità femminile e la cultura della sagra. È un testo che non pretende di moralizzare: preferisce raccontare, far sorridere e restituire un frammento di mondo con autenticità e calore.
Quatr'èti da pulpa
An Giögn, sa 'l sa, fà 'n calt che süda i sas,
ma Tunièta e Marièla per calà
le sò bèle ciapase 'n bèl dubàs
'nvèrs Caenàch le sa mèt a pedalà.
La ria còl bufù: "Signùr, vötem Te!!"
"Per quatr'èti da pulpa! Ahi, che cundana!!"
Ma l'òc ga scapa an funt e gh'è 'n buffét
straculme d'ògne ben di Dio: ‘na mana!
"L'è gratis?” le dumanda le do amize,
"Sicüro! L'è la Sagra dal paés!!"
E alura adòs: va a fas ciaà le pize
e zo a mangià, bef e a sgagnà per des!!
Bagai, che pena 'l riturne 'nvèrs Riolta:
l'è mèi tó sö la moto 'n'otra olta!!
Quatto etti di polpa - In giugno, lo si sa, fa un caldo che sudano anche i sassi, / ma Antonietta e Mariella per dimagrire/ i loro grossi sederi un pomeriggio/ verso Cavenago si mettono a pedalare. // Arrivano senza fiato: “Signore, aiutami tu!!!” “Per un po’ di grasso! Ahi che condanna!!” Ma l’occhio corre in fondo dove c’è un gran tavolo/ stracolmo di ogni ben di dio: una manna! // “È gratis?” chiedono le due amiche / “Sicuro! È la sagra del paese!!” E allora si precipitano: senza più pensare alle bilance// e mangiano, bevono e si abbuffano per dieci!! Ragazzi, che pena il ritorno verso Ripalta: è meglio prendere la moto la prossima volta!!
Il testo successivo: Circo da puarèt, ha un respiro diverso dal precedente: qui la poesia dialettale si fa sguardo morale, quasi elegiaco e il sorriso lascia spazio a una malinconia che pesa ma non opprime.
Il circo, tradizionalmente luogo di meraviglia e infanzia, diventa simbolo di un mondo che sopravvive per inerzia. I piccoli circhi che si esibiscono nei paesi, presentano figure poliedriche: la loro bravura non è spettacolo, ma resistenza.
Nel testo non c’è rabbia, non c’è protesta: c’è la consapevolezza che un mondo onesto, semplice, fatto di fatica e di piccole virtù, sta scomparendo. Per il Poeta il circo dei poveri, pur misero, era un luogo di onestà e fierezza, ora diviene metafora della società contemporanea: il vecchio mondo scompare, e quello nuovo non porta speranza. Il sonetto è un piccolo requiem per un’umanità fragile, ma autentica. La povertà non è ridicolizzata: è raccontata come condizione esistenziale, come luogo di dignità. La vera miseria, suggerisce l’autore, non è quella materiale, ma quella morale.
Circo da puarèt
Camèi spelàt, leù con sö le pèse,
vistìt da scena sensa pö ’n lüstrì,
sedii scasàt, caròse isé malmèse
che se pióf i sa daqua ’mè i piuzì.
E lur, i’artisti, apò se’n quatre gat,
bù pròpe da fa töt, con gran braüra:
al mago, al dumadùr, al ciaparàt
tirà i curtèi, zbat zó la segadüra.
An circo da puarèt, sensa gna ’n ghèl,
ma pié da dignità, pié da fierèsa,
an mund unèst che sensa fà cincèl
pià a pià‚ ’l svanés còn tanta tenerèsa,
per lasà pòst a ghigne da burdèl
che tö i dé còl sò rüt i ma suprèsa.
Circo di poveri - Cammelli spelacchiati, / leoni con le pezze, / vestiti di scena/ senza più un lustrino, / sedili scassati, carrozze così malmesse/ che se piove si bagnano come pulcini. // Loro gli artisti, anche se in quattro gatti, / buoni proprio di fare tutto con gran bravura/ il mago, il domatore, l’acchiappa topi, / tirare i coltelli, sbattere giù la segatura. // Un circo di poveretti senza neanche un soldo, / ma pieni di dignità, pieno di fierezza, / un mondo onesto che senza far schiamazzi// pian piano svanisce con tanta tenerezza, / per lasciar posto a facce da bordello / che tutti i giorni con la loro sporcizia ci schiacciano.
La poesia Epör epör ha un impianto dialettale e orale e questo influenza molto la sua struttura metrica. Non segue uno schema rigido ma si muove con la libertà tipica della poesia contemporanea e della poesia in dialetto, dove il ritmo conta più del conteggio sillabico. Il testo non cerca grandi rivelazioni o svolte epiche; al contrario, si muove nella dimensione dell’intimo, del quotidiano, di ciò che spesso passa inosservato per celebrare la bellezza minima, quella che non fa rumore ma riempie la vita. Una dichiarazione d’amore per le piccole cose, per i gesti e i momenti che non cambiano il mondo, ma cambiano noi. In fondo, il desiderio che emerge è semplice e profondo: continuare a vivere per poter sentire ancora una volta ciò che ci fa sentire vivi.
Epör epör
Epör epör an funt ma piazarès
da viga an'otra eta da scampà,
ma mia per fà argót d'otre o vès deèrs,
vès püsé bèl o brao, o per cambià.
I'erùr quaze da cèrt sarès i stès,
e i stès i tante döbe e i culp da crapa,
“Ma ilura? Su ta oret?” 'l dizarès
an quai cervèl da chèi bù tant da lapa.
Ma piazarès scampà per vif amó
'n'otra sera che cala cumè chèsta.
Niént da particulàr: andoma an po
d'udùr d'estàt che nas e la fà fèsta,
udùr da fé, rumùr d'aqua da fòs
'ntant che 'l sul al sa quècia pus ai dòs.....
Eppure, eppure - Eppure in fondo mi piacerebbe avere/ un’altra vita da godere / ma non per fare qualcosa d’altro/ o essere diverso, essere più bello o bravo o per cambiare. // Gli errori quasi certamente sarebbero gli stessi/ e stessi i tanti dubbi e i colpi di testa. // Ma allora cosa vuoi? potrebbe dire/ uno di quei cervelli tanto buoni di lingua! / Mi piacerebbe campare/ per vivere ancora un’altra sera/ che scende come questa, niente di particolare/ solo un po’ // d’odore d’estate che nasce e fa festa, / odore di fieno, rumore d’acqua dei fossi/ intanto che il sole si nasconde dietro ai dossi.
Nella poesia Scüzìm so restàt ché, Checco vive le stagioni non come un calendario che sottrae i giorni, ma come un respiro che torna creando spazio. Il tempo si accorcia come un sentiero che si restringe, eppure non porta nel Poeta né fretta né rimpianto: porta attenzione.
Ogni giorno pesa meno come carico da trascinare e più come un passo che conta, misurato e preciso. Così la tregua prende il posto della rassegnazione: il mondo continua a mutare e in quel mutare concede al poeta un tempo dilatato per ascoltare, per ricordare, per restare. Questa poesia nasce da quel respiro, da uno sguardo che sente il tempo farsi più corto e, proprio per questo, si fa più attento ai piccoli segni che le stagioni lasciano sul volto e nella memoria.
Scüzìm so restàt ché
Sensa frecàs e sensa tant cincèl
sa femaró per strada da ché e ’n bris,
forse so stràch o forse so pö chèl,
forse so vèc e ma so gna’ ‘ncurzìt.
Ma restarà ’n da i òc la nebiulina
che a Nuembre la lea quèta dai fòs,
la lüs d’Agóst, l’aquèta fina fina,
al vent da Mars che ’l ta sifùla adòs.
Ma restarà ’n dal cor le lüzirole,
l’udùr da fe, da funs, d’èrba taiàda,
le face di i‘amis, le sò paròle,
i gióch a l’uratòre, i bagn a l’Ada.
Scüzìm, so mia se fa, so restàt ché,
an mès al vert dai prat, an mès ai me.
Scusatemi sono rimasto qui - Senza rumore e senza tanto chiasso / mi fermerò per strada tra un po’, / forse sono stanco o forse non sono più me stesso, / forse sono invecchiato e non me ne sono nemmeno accorto. // Mi resterà negli occhi una nebbia leggera, / che a novembre sale dall’acqua quieta dei fossi, / la luce d’ Agosto, l’acquerugiola/ il vento di Marzo che ti fischia addosso. // Mi resteranno nel cuore le lucciole, / l’odore del fieno, dei funghi, dell’erba tagliata, / i volti degli amici, le loro parole// i giochi all’oratorio, i bagni nell’Adda. // Scusatemi, non so che farci, sono rimasto qui, / in mezzo al verde dei prati, in mezzo ai miei cari.
Nel testo Marièt, se dizet, il Poeta mantiene la struttura a versi liberi, ma qui il ritmo si fa più spezzato, più nervoso, quasi a imitare il disagio del tema trattato: la paura della decadenza, della perdita di dignità, del “dopo” che incombe. I versi sono costruiti come frasi parlate in cui l’oralità accentua l’intimità del dialogo e rende più crudo il contenuto. Gli enjambement danno l’idea di un pensiero che non riesce a fermarsi, che scivola come la vita che il testo descrive. Non ci sono rime strutturate, ma compaiono: ripetizioni (“cosa dici?”), allitterazioni leggere (“pene disperate / di quelli che ti vengono a trovare…”), immagini ricorrenti che creano una sorta di “rima semantica”. La musicalità è più dura rispetto alla poesia precedente, meno legata alla natura e più alla realtà nuda e il ritmo si restringe man mano che cresce l’angoscia.
Marièt, se dizet
Marièt, se dizet, al sarès mia mèi
an culpèt giöst, quant che ma tucarà,
sensa tante manfrine e tanti urpèi,
sensa üspedai né flebo tecàt vià?
Da sicùr per töi chèi che i ta vol bé
la sarès düra, almeno al prim mumént,
pò vià lesa sta eta e tras an pé
l'è 'l gióch che toca fà per staga arént.
E pò, pensa, le pene disperade
da chèi che i vé a truàt sensa parole,
dai tò cò le sò buzge e le sò ugiade
'n dal vèt che ta dezlénguet "neve al sole”,
dal pèrt la dignità ura per ura...
èco, l'è pròpe chèst che ma fà pura…
Mario, cosa dici? - Marietto, cosa dici, non sarebbe meglio/ un colpetto giusto quando ci toccherà, / senza tante manfrine, tanti orpelli, / senza ospedali né flebo, attaccate via? // Di sicuro per tutti quelli che ti vogliono bene/ sarebbe dura, almeno in un primo momento/ poi scivola via questa vita e consolarsi/ è il gioco che bisogna fare per tenere il suo passo. // E poi, pensa, le pene disperate/ di quelli che ti vengono a trovare senza parole, / dei tuoi con le loro bugie e le loro occhiate// nel vedere che ti sciogli come ‘neve al sole’/ nel perdere la dignità ora per ora… // ecco, è proprio questo che mi fa paura!
Car al me Carlo è un testo poetico che restituisce la voce di un autore dialettale che affida al paesaggio la sua emozione più intima. Sotto l’apparenza di una scena estiva - il pergolato, il temporale leggero, la notte che scende come seta - si nasconde un addio trattenuto, quasi pudico. L’autore non nomina mai apertamente la perdita, ma la lascia affiorare attraverso immagini che si sfaldano: l’estate che scivola via, l’ultimo fiore raccolto, il passaggio sul fiume come un confine oltre il quale non si torna. Il dolore non viene gridato, ma custodito nelle pieghe del linguaggio, trasformato in un gesto di tenerezza e memoria. La poesia diventa così un modo per dire l’indicibile, per accompagnare chi se ne va e, allo stesso tempo, per restare. La storia che sta dietro al testo, ci permette di capire quanto l’autore abbia lavorato “in sottrazione”, scegliendo immagini quotidiane e naturali per dire qualcosa di molto più grande e doloroso.
Car al me Carlo
Guarnàt sota ’l bersò dal me giardì
sa gode i sümelèch che ‘mpiena ’l ciel,
sberlösa ’l tempuràl, pianì pianì
e casca quatre gose cumè ’n vel.
Cala la nòt anturne, la par seda,
e umbre da ricòrde ’n da la ment
le birla pià, l’estàt cumè ’na cumeta
la lesa vea, vulada ’nsèma al vent.
E con l’estàt va vià apò ’n tòch da cor
car al me Carlo: sensa fà cazòt
gh’èt catàat pròpe l’ültem di tò fiór.
E a rèm traèrs a Sère töt d’an bòt,
gh’et traghetàt, ‘mè an rag da sul che ’l mor
e ta met lasàt ché mè ’n panaròt.
Caro il mio Carlo - Nascosto sotto il pergolato del mio giardino/ mi godo i lampi che riempiono il cielo, / luccica il temporale pian pianino/ cascano quattro gocce come un velo. // Cala la notte intorno, sembra seta, / e ombre di ricordi nella mente/ girano piano, l’estate come una cometa// scivola via, volando insieme al vento. // E con l’estate va via anche un pezzo di cuore/ Carlo mio caro: senza far rumore/ hai raccolto proprio l’ultimo dei tuoi fiori. // E a remi attraversando il Serio in un attimo, / hai oltrepassato come un raggio di sole che muore/ e mi hai lasciato qui come uno scarafaggio.
Nell’ultima poesia che presentiamo: Vado a Montodine stasera, l’autore invece di cedere al peso dell’evento, sceglie una strada diversa per affrontare uno dei dolori più difficili da dire: la leggerezza che attraversa i primi versi con un temporale che si dissolve e un raggio di sole che ritorna non cancella il tormento, ma lo rende sopportabile. L’autore accompagna il lettore nel suo viaggio, lasciando che sia la natura a dire ciò che le parole non riescono a contenere. Quando poi emerge la verità la protesta che affiora è autentica, per un dolore che non cerca retorica, ma giustizia. La forza di questa poesia sta nel modo in cui il lutto per un’adolescente viene accolto con pudore, trasformato in un dialogo con il cielo, con Dio, con la fragilità stessa dell’esistenza. L’autore, non indulge nel tragico; restituisce invece la verità nuda di un’ingiustizia, illuminandola con la tenerezza di chi sa che ogni vita giovane è un bene da proteggere.
Vo a Muntóden stasera
Sensa frèsa vo a Muntóden stasera
E dopo ’n tempuràl düràt an dé
Sa dèrf al gris, là ’n funt sa èt ’na gran spera
Da sul ma ’mpiena i òc. Turna ’l seré.
Da giàs però go il cor e l’è ’n turmént/
So adré a ’ndà da ’na s-ciata da vint an
Che l’è curida ‘nvèrs l’apuntamént
Sensa saì nigót sensa ’n afàn.
E a vint an, m’an dispàs, caro Signùr
L’è mia giöst crepà isé ’n mès a ’na strada
Ta gh’et pruàt nigót, gna ’n quai erùr.
Ta set cumè ’n nuelòt an da la gnada!
Se gh’è prope bisögn ciapa i pupà,
Ma lasa sta i nòst fiói, làsii campà.
Vado a Montodine stasera - Senza fretta vado a Montodine questa sera/ E dopo un temporale durato una giornata/ Si apre il grigio, là in fondo si vede, un grande raggio di sole / mi riempie gli occhi. Torna il sereno. // Di ghiaccio però ho il cuore ed è un tormento/ Sto andando da una ragazza di vent’anni/ Che è corsa all’appuntamento/ Senza saper nulla senza nessuna inquietudine. // E a vent’anni, mi dispiace, caro Iddio, / Non è giusto, morire così in mezzo a una strada/ Tu non hai ancora provato niente, neppure qualche sbaglio. // Sei come un uccellino nel nido// Se proprio lo ritieni necessario prendi la vita di un padre, / Ma lascia stare i nostri figli, lasciali vivere.
Conclusione
Nella sua versione teatrale Checco poteva incutere soggezione, apparire burbero e severo, dai modi a volte un po’ impulsivi, ma quando si aveva modo di conoscerlo, svelava la sua vera personalità: buono, generoso, disponibile, sempre pronto allo scherzo, specie in scena.
Le poesie che abbiamo presentato non appartengono solo al passato o alla pagina, ma alla voce viva di chi le ascolta. Nel commentare questi versi abbiamo attraversato non solo un linguaggio, ma un mondo: fatto di suoni antichi, di gesti quotidiani, di emozioni che il dialetto sa rendere più nude e più vere.
La poesia di Francesco Edallo ci ricorda che ogni parlata locale è una casa: fragile, preziosa ma capace di custodire ciò che spesso la lingua comune non riesce a dire. Noi crediamo che finché qualcuno la legge, la racconta, la vive, il dialetto non è memoria, ma presenza.
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commenti
Luciana Groppelli
6 agosto 2026 09:34
Una immersione nelle poesie di Francesco Edallo, così ben scelte e commentate che regalano un bel momento di frescura emozionante dentro un'estate rovente