13 giugno 2026

Dialetto e autenticità nella poesia dialettale di Clelia Letterini: una voce discreta che confida da dentro la propria storia

Chisà se l’è pèr fam riflèt

che dopo ‘l de ve sera

Chisà!?

Chisà se l’è pèr fam capì

che ‘l paradìs l’è ‘n pòst da guadagnà.

C. Letterini

 

Breve biografia 

Crema (25 febbraio1945 -15 dicembre 2025). Nata nella cascina Dei Liguà, a poca distanza da Crema sulla strada di Capergnanica, nell’ultimo tragico periodo della fine della seconda guerra mondiale, trascorre un’infanzia serena, impegnata nei giochi del cortile di casa, situato nelle vicinanze del Cresmiero, appena fuori Porta Ombriano. 

Ultima di tre fratelli maschi si inserisce nei loro giochi, ma cerca anche di imitarli quando devono svolgere attività domestiche per aiutare la famiglia. 

Radicata nella sua città natale, fin dalla prima adolescenza si diletta di poesia in lingua italiana, ottenendo in età matura ottimi riscontri di pubblico e di critica, sia in lingua che in dialetto; sia in poesia che in prosa. 

Vincitrice di premi e segnalazioni in concorsi locali, regionali e nazionali, conta dodici pubblicazioni, purtroppo fuori commercio. I suoi testi sono inclusi in diverse antologie. 

Culturalmente arricchita da numerosi viaggi, nonostante il temperamento piuttosto riservato, non disdegna né la buona compagnia né la simpatica risata. 

“Lo so anch’io che bisogna salvare tutto il patrimonio. Comprese alcune ricette centenarie. Mancherebbe solo quello di stracciarle. Ve lo immaginate Crema senza i suoi tortelli dolci? O senza bertolina? O la spongarda? O un buon pezzo di salva servito con peperoni in tiga? No. Neanche a parlarne. 

E allora? Ve lo immaginate Crema senza i cremaschi che parlano il cremasco? Diciamo di no! 

Però, e qui purtroppo incespichiamo, se non cerchiamo di darci una mossa, se continuiamo a bagnare il becco nel passato, morti coloro che scrivono a tutt’oggi, e per amor del merito devo dire che, per fortuna, ce ne sono alcuni molto bravi, del nostro idioma non rimarrà nemmeno l’ombra. 

Se non vogliamo che muoia insieme a loro, dobbiamo convincerci che è giunta l’ora di cambiare binario e di smettere di considerarlo la lingua degli ignoranti, di coloro che non hanno fatto le scuole alte. Bisogna smetterla di crederlo un qualcosa di inferiore. Dobbiamo rifiutare di insistere a vederlo adatto solo alla serie B dei letterati e dimostrare a coloro che non credono che volere è potere.”                                                                                                                                                                                                                                                                      C. Letterini 

 Bibliografia 

- I petali sgranare, Poesie,199.

- La luna, (Al duls parlà bröt), Poesie in cremasco, Leva Artigrafiche, Crema, 1994.

- Oltre, Poesie, 1996.

- Ròbe da poch, Racconti autobiografici d’infanzia in cremasco, Leva Artigrafiche, Crema, 1999. 

- Cumè na pastòcia, “La stòria da Crèma”, gennaio 2006, Leva Artigrafiche, Crema, 2005.  Nel libro, frutto di due anni di lavoro, la poetessa racconta la storia di Crema e della sua gente. 

- Il viandante dei pensieri. A ovest dell'haiku, Leva Artigrafiche, Crema, 2006 (160 esemplari.  pp. 36 oltre alla cartonatura di copertina;  ulteriori 40 copie fuori commercio. È illustrato da Paolo Letterini e con una prefazione dell'autrice. Presenta una sessantina di componimenti tutti di tre versi, eccetto il primo.  

- Antologie delle lingue lombarde, Promossa dall’Assessorato alla cultura della Regione Lombardia, 2006. Collaborazione della Poetessa per la parte cremasca all’Antologia dedicata ai poeti dialettali lombardi del XIX secolo.

- Chi bussa? Racconti semifantastici, Leva Artigrafiche in Crema, 2008. 

- An bris d’argót, Prosa e poesia in dialetto cremasco, La grafica srl, Zingonia, BG, 2013.

- Al cospetto del re, Leva Artigrafiche, Crema, 2016.

- Al mercànt da Venesia, Leva Artigrafiche, Crema, 2019. 

- Come volevi tu, Leva Artigrafiche in Crema, 2023. Testo per un’opera lirica ispirato al dramma Shinjû Ten no Amijima (Il castigo del cielo ad Amijima.

Poesie 

Il primo testo che abbiamo scelto è un autoritratto poetico, nel quale la Poetessa parla al suo dentro, come se avesse attraversato in prima persona quel frenetico cercare, come lei definisce la vocazione poetica. La sua ricerca in uno spazio polveroso, nascosto, dove si conservano oggetti dimenticati, ma carichi di significato, non è solo nostalgia: fruga nel tempo della sua infanzia per riportare alla luce ciò che gli altri lasciano marcire nelle pieghe del tempo, per dare un senso al presente. Per lei la poesia non è un hobby, ma un’esperienza di rivelazione, un istante in cui tutto si allinea memoria, emozione, intuizione. 

An Poeta

Me 'l conóse

chel spasmòdich cercà

'n tra le rüghe dal temp

chel biʃògn da frügà

söl sulér da la ment

chel turnà

con la bambula o 'l s'ciòp

inucént. 

Me 'l cunóse

chel prufùnt strügimént 

che fa strambo 'l Poeta 

a i'òc dala ʃent. 

Me 'l cunóse

chel magich mumént 

…. 

e 'l baràte con gnent. 

Un poeta - Io lo conosco/ quel frenetico cercare/ tra le rughe del tempo/ quel bisogno di frugare/ nel solaio della mente/ quel tornare/ con la bambola o lo schioppo/ innocente. // Io lo conosco/ quel profondo struggimento che fa strambo il Poeta/ agli occhi della gente. // Io conosco/ quel magico momento… / … e non lo baratto con nulla. 

Seguendo il percorso utilizzato con gli autori che l’hanno preceduta in questa raccolta, abbiamo cercato nelle poesie di Clelia quei testi in cui Crema affiora come una presenza viva: i suoi tesori architettonici, le sue vie familiari, la sua gente. Ogni Poeta dialettale porta nel cuore il luogo da cui proviene e Clelia lo restituisce con una tenerezza discreta, fatta di ricordi, di sguardi quotidiani e di un amore che non ha bisogno di dichiararsi per essere riconosciuto. Proponiamo un esempio di poesia dialettale descrittiva, dove la forma sostiene perfettamente il tono affettivo e memoriale del testo: Dentre le Müre è un testo costruito con una serie di quartine, tutte con versi tendenzialmente ottonari o novenari, con qualche oscillazione tipica del dialetto parlato, che ne rende la scansione più fluida e meno “rigida” rispetto all’italiano. La presenza di rime con schemi alternati, di assonanze e consonanze, con la chiusura di ogni strofa con una coppia di suoni affini, creano una cadenza regolare che dà compattezza. Il distico finale chiude il cerchio. 

Dentre le Müre

Palàs da gran signori blaʃunàt 

stradìne strète che vèt poch la lüs 

piasète 'ndù na olta i faa mercàt 

San Bernardì, la ceʃa con i büs. 

Curtìi cuerciàt da piànte centenàrie 

e curtilèt con vas da spariʃìna

Sant ‘Agostino, con tante ròbe rare 

e prestinér che vend la bertulìna. 

Le müre col fagòt dal sò pasàt

e 'l turàs che 'l varda ʃo 'n cuntràda 

pòrta Umbrià col mür an po scrüstàt 

San Piero caʃa madre e Santa Ciàra. 

Le ceʃe sa le troa a ògni ultàs 

Santa Trinita l'è öna dale bèle 

viʃì a i'urelòc che sègna al pas

a mèsdé l'è 'n via vai da campanèle.

Piàsa dal Dòm la lasa sensa fiàt 

con la sò aria antìca e decurùʃa 

ga fa da testimòne 'l leù alàt

che 'l gh'à est la sò stòria dulurùʃa. 

Crèma dentre le müre l'è 'n giuièl 

e chèla fora 'nvéce l'è pö chèl. 

 

All’interno delle Mura - Palazzi di grandi nobili blasonati/ stradine strette che hanno poca luce/ piazzette dove un tempo c’erano i mercati/ San Bernardino, la chiesa con i buchi. // Cortili coperti da piante centenarie/ e cortiletti con vasi di sparigina. / Sant’Agostino con tanti oggetti rari/ e panettieri che vendono la bertolina. // Le Mura con il fardello del passato/ e il Torrazzo che guarda giù verso la via/ porta Ombriano col muro un po’ scrostato/ San Pietro casa-madre e Santa Chiara. // Le chiese si trovano ad ogni angolo/ Santa Trinità è una delle migliori/ vicino all’orologio che segna il passo/ a mezzogiorno è un risuonare di campanelle. // Piazza Duomo lascia senza respiro/ con la sua aria antica e decorosa/ le fa da testimone il leone alato/ che ha visto la sua storia dolorosa. // Crema dentro le Mura è un gioiello/ e quella esterna invece è diversa. 

 

Mettiamo ora a confronto la poesia precedente con un’altra di Clelia, che descrive la periferia intorno alla città, sorta dopo gli anni ’50 del secolo scorso. Il testo sembra semplice, quasi prosaico, ma in realtà è elaborato con alcuni strumenti molto precisi: è una poesia che rifiuta l’eleganza, perché parla di ciò che è anti-elegante. 

È una poesia che mima la materia che descrive: se parla di bruttezza, usa un linguaggio brutto, spoglio, diretto. Le parole sono comuni, quasi crude. Non c’è ricerca di musicalità, ma di impatto visivo e sociale. I versi brevi, a volte di una sola parola, creano un ritmo secco, martellante, che imita la ripetizione delle case tutte uguali e dà la sensazione di un elenco, di un accumulo; rende la lettura a scatti, come un paesaggio visto dal finestrino. Non è una poesia bella nel senso tradizionale: è una poesia che vuole disturbare, come la periferia che descrive. 

Caze periferia

Caze. 

Caze creside cuma crès i funs,

spantegade ‘mpèr töt,

cuma vé zó le bumbe. 

Caze fate sö pèr al dispèt dal garbo

sensa nüsün rispèt pèr al bungöst

i’ó este bé

gh’è mia bizógn che ‘l giüre

L’è asé ardà ‘n gir fora le müre

Caze pulér, Caze galera

Ndù òm e dóne i pol scüntala ’nséma. 

Case-periferia - Case. / Case cresciute come crescono i funghi. / Sparpagliate dappertutto. / come cadono le bombe. // Case costruite per dispetto del garbo, / senza alcun rispetto/ per il buon gusto. / Non lo devo neanche giurare, / basta guardarsi attorno, fuori le mura. // Case pollaio. / Case galera, / dove uomini e donne/ possono espiarla insieme. 

Anche la poesia Epoche d’altri tempi ha come contenuto la città di Crema, ma ne rappresenta la storia. La città appare come sospesa, quasi trattenuta in una dimensione dove passato e presente si sfiorano. L’immagine di Piazza Duomo deserta, richiama non solo il luogo fisico, ma uno spazio della memoria, teatro di epoche sovrapposte, evoca le dominazioni che la città ha conosciuto. 

La Poetessa non le nomina, ma le lascia affiorare come ombre nella nebbia, come ricordi collettivi che ancora abitano le pietre della piazza. 

Cammina nella sera, ascolta i suoi passi e, la risposta interna del suo corpo, fa scattare il viaggio nel tempo, come se la città la invitasse a confrontare ciò che è stato con ciò che è. 

Il finale colloca l’esperienza nel 1989, un anno che per Crema – come per l’Europa – segna un passaggio epocale. Mentre nel Continente cadevano muri e si aprivano confini, Clelia Letterini compie un “tour lontano”: la grande storia si intreccia con la storia minuta e la città diventa un ponte tra le epoche, un luogo dove il tempo non divide, ma unisce. 

Epoche di altri tempi

L’era al ses da dicembre, nof da sera. 

Giraa gna ‘n gat per al gran frèt che gh’era. 

Piasa da dòm deserta e silensiùsa

Sota ‘na cuèrta da nebia che stagnàa

La faàa pensà ai temp da quand regnàa

Zent furesté e coi cremàsch rabiùsa. 

Pochi lampiù i ris’ciaràa la nòt

Rumùr legér da pas an luntanànsa

Curia la fantasia cumè al galòp

Sentìe i bizigulì dentre la pansa. 

E riturnae a cent e cent ann fà 

E fàe i cunfrunt per vèt i cambiamént

La ma paria ‘na ròba da crèt gna. 

Dièrs da ilùra ‘n piàsa gh’era niént. 

Méla-nof-cent-utanta-nof an Crèma. 

Cümü, pòrtech e Dòm, bèn uvatàt  

I m’à purtàt a fa ‘n girèt luntà. 

Epoche lontane - Era il sei di dicembre, ore nove di sera. / Non c’era più nessuno, per il gran freddo che c’era. / Piazza Duomo, deserta e silenziosa/ sotto una coperta di nebbia che stagnava/ faceva pensare ai tempi di quando regnava/ gente straniera e ai cremaschi avversa. // Pochi lampioni rischiaravano la notte/ rumori leggeri di passi, in lontananza/ correva la fantasia come al galoppo/ sentivo i gorgoglii nella pancia. // E ritornavo a cento e cento anni fa/ facevo il confronto, per vedere i cambiamenti/ mi sembrava una cosa da non credere/ diversa da allora in piazza non c’era niente. // Mille-novecento-ottanta-nove in Crema. / Comune, Portici e Duomo, ben attenuato/ mi hanno portato a compiere un tour lontano. 

Abbiamo letto su una pubblicazione curata da C. A. Sacchi, Poeti e prosatori dialettali cremaschi di oggi, del 1990, la poesia in cui Clelia parla in prima persona di un’esperienza particolare, forse veritiera, forse immaginata. Il testo può essere letto come scena di gioco trasformativo: il gesto infantile del fare la mamma, che quando si interrompe allimprovviso, segna il momento della rottura: non è tanto un abbandono crudele quanto un distacco necessario, provocato dall’incontro con un altro narratore/affabulatore che offre una ninna nanna più convincente. 

Il passaggio è da un mondo di simulazione a un mondo di scambio affettivo, reale e diventa metafora di un passaggio di età, in cui il ruolo immaginario viene sostituito da relazioni reali. Collocata negli anni ‘90, la poesia si inserisce in un periodo di mutamenti culturali: ridefinizione dei ruoli familiari, maggiore autonomia femminile e nuove rappresentazioni dell’affettività. L’autrice valorizza il testo come racconto di formazione: il gioco come palestra di ruoli, l’incontro con l’altro come catalizzatore di cambiamento. Con l’uso di frasi brevi e cesure improvvise, accentua il passaggio tra finzione e realtà. 

Me fàe la mama

Ghie més nom Serena

forse perché töi i gioch che fàem ansèma

i ghia culùr da mar e cei seré

celèst, istès da i òc che dize me. 

Me fae la mama 

e ogni olta pèr fala ‘ndurmentà

ricòrde, ga cantàe la nina nana

e ga cüntàe ‘na stòria da sugnà. 

…. 

Ma a l’impruiza an de l’ó abandùnada

perchè gh’ere na stòria da sugnà  

argü che ma cantàa la nina nana

 e brao, ma pròpe brao a ‘ndurmentà. 

Me fàe la mama,

quand sa pudìa fa sensa dal papà

la pudarà parì ‘na ròba strana

adès che gh’è ‘l papà 

fo pö la mama,

Io facevo la mamma - Le avevo messo nome Serena. / Forse perché tutti i giochi che facevamo insieme/ avevano il colore del mare, e di cieli sereni, azzurri/ uguali agli occhi che piacevano a me. // Io facevo la mamma/ e ogni volta, per farla addormentare/ ricordo, le cantavo la ninna nanna/ o le raccontavo una storia per sognare. // Ma all’improvviso un giorno l’ho abbandonata/ perché c’era una storia su cui fantasticare/ qualcuno che mi cantava una ninna nanna/ e bravo, ma proprio bravo ad addormentare. // Io facevo la mamma/ quando si poteva farla senza il papà/ potrà sembrare una cosa strana/ adesso che c’è il papà non faccio più la mamma. 

Clelia si rivela anche un’attenta osservatrice dell’ambiente e degli esseri viventi che lo abitano; è inoltre dotata di fervida fantasia per immaginare ciò che non è, ma che potrebbe diventare. 

La poesia Fil da rèf si apre in un'atmosfera di calma e serenità: intorno solo bellezza e leggerezza. Clelia è ammirata dalla libertà e dalla creatività di quanto la circonda. La sua reazione: (gli occhi s’incantano, la fantasia vola) suggerisce un legame tra natura e arte, tra l'abilità creativa dell'uccello e l'atto di cucire il cielo, creando bellezza. Invita chi legge a riflettere: sulla bellezza del mondo naturale, osservandola attraverso una lente di meraviglia, dove la realtà e la fantasia si intrecciano: a sperimentare la capacità della mente di ciascuno di noi a viaggiare oltre la realtà. 

Fil da rèf

L’è ‘na dümènica da mèza estàt

e ‘ntant che fó fanèla setada zo’ n giardì

ma ve da vardà ‘n aria

pròpe quant pasa, dentre a ‘na macia blö,

‘n uzèl culùr argént metalizàt

che lasa ‘ndre ‘na cua 

che dà söl bianch ruzàt. 

 

Finit chèl pascol blö

scundìt dadré da ‘n nigól sa ‘l vèt pö

fin quant al zbüza fora da ‘n altre tòch seré

sciunf! amò ‘n da ‘n nìgol 

e fora apò da lé. 

 

I òc i sa ‘ncanta,

la fantazia la vula,

la ment la sügerés:

 

… “l’è pròpe bèl!

al par an fil da rèf

che cüs al cel.” 

 

Filo di refe - È una domenica pomeriggio di mezza estate/ e mentre mi riposo seduta in giardino/ guardo per caso in alto/ proprio mentre passa, dentro una macchia blu, / un uccello color argento metallizzato/ che lascia dietro di sé una scia/ che sfuma sul bianco rosato. // Finito quel pascolo blu/ nascosto dietro una nuvola/ non lo si vede più, / e sciunf… ! ancora in una nube/ e fuori anche da lì. // Gli occhi s’incantano, / la fantasia vola, / la mente suggerisce: // “È proprio bello! sembra un filo di refe/ che cuce il cielo.” 

Nemmeno per i poeti i giorni sono tutti sereni: l’esistenza sta anche per loro su un’altalena. Ma se ci fermiamo a pensare un momento, la causa della giornata no, non sta nel giorno, nella sua influenza negativa, nel suo distruttivo arderci dentro. E quando Clelia spera che il buio della notte partorisca un domani più sereno, si accorge che sono i nostri pensieri che rendono grevi le ore del giorno, o le nostre speranze deluse che minacciano di bruciarci il terreno intorno, o le paure che incombono sul nostro umore a rattristarci. E come Rossella Hoara, confida che domani qualcosa cambi.

An dé gref

L’è ‘n dé cuzé

an de gref.

An dé che gna a sbürlàl

al vol mia andà.

 L’è ‘n dé col foch dadré

che ‘l tól al fiàt.

L’è ‘n dé catìf,

an dé da cancelà.

 

L’è  ‘n dé che spére dóma

che ‘l vègne nòt prèst témp

pèr desedàs dumà

col cór püsé seré.

Un giorno pesante - È un giorno così, / un giorno pesante. / Un giorno che neppure a respingerlo/ se ne vuole andare. / È un giorno col fuoco dentro/ che toglie il respiro. / È un giorno cattivo, / un giorno da cancellare. // È un giorno che spero solo/ che venga buio presto/ per svegliarmi domani/ con il cuore più sereno. 

La poesia L’umbra lunga di Clelia è frutto di un’immagine semplice, ma molto efficace: la memoria non è un pensiero astratto, non è un archivio, ma una presenza che ci tocca, ci richiama, ci orienta. L’ombra della memoria si allunga e batte sulle spalle, senza minacciare, anzi è una compagna che ci ricorda chi siamo stati, per capire chi siamo ora. Il lessico è volutamente quotidiano, senza ornamenti e proprio per questo funziona: la semplicità permette all’immagine centrale di emergere.

La scelta di spezzare i versi dopo quasi ogni parola, crea un effetto di sospensione, come se ogni frammento fosse un passo indietro nel tempo e crea un ritmo meditativo: restituisce tutta la complessità del vissuto senza drammatizzarlo. 

L'umbra lunga

Umbra lunga dala memòria 

la bat sura le spale

a ricurdàm giurnàde

scüre e ciàre

e dulse o amàre

centelinàt

ricunósiga 'l göst

dal temp andàt. 

 L’ombra lunga - Ombra lunga della memoria/ batte sulle spalle/ a ricordarmi i giorni/ bui e sereni/ e dolci o amari/ sorseggiati/ per riconoscerne il gusto/ del tempo andato. 

La legna umida non brucia subito, ha bisogno di tempo, di sole, di aria: è potenzialmente utile, ma non ancora pronta e se ci domandiamo che cosa aspetta, vien spontaneo dire: in attesa di maturare, di trovare un ambiente favorevole, di essere riconosciuta. Ma la legna asciutta, non sempre brucia per illuminare, ma può lasciarsi bruciare. La poesia Lègna ömida è una metafora della giovinezza, non ancora capace di ardere. Non è l’attuale: “i giovani di oggi non hanno voglia di fare”, ma piuttosto è l’espressione della condizione umana della giovinezza: un periodo fragile, in costante attesa, destinato a esaurirsi in breve tempo. Da non fraintendere come critica ai giovani, ma come immagine della loro condizione. 

La tecnica di questo testo essenziale, simbolico e asciutto suggerisce che la giovinezza è un potenziale che rischia di diventare sacrificio. 

Lègna ömida

Fasì da lègna ömida

la giüentü

la spèta da sügà

e marüdàt al temp

prunta a lasàs brüʃà. 

Legna umida - Fascio di legna umida/ la gioventù/ aspetta di asciugarsi/ e passato il tempo/ pronta a lasciarsi bruciare. 

La rondine, tradizionalmente associata al ritorno, alla rinascita e alla fedeltà ai luoghi d’origine, qui viene caricata da Clelia di un valore opposto: non porta più la primavera, ma sottrae qualcosa di essenziale: ciò che di più fragile e prezioso abita la giovinezza. 

L’accusa è netta: la gioventù/ mi ha rubato i sogni a uno a uno: quasi come un’erosione quotidiana, portandosi via non solo i sogni, ma lasciandole come amica sleale la nostalgia, che ferisce nello stesso tempo in cui offre i ricordi e li rende dolorosi; accompagna, ma non libera. 

È una presenza che illude, perché fa credere di riportare indietro ciò che invece è perduto per sempre. Il tono è sofferente, ma nitido e la forza sta proprio nella semplicità delle immagini, che parlano a chiunque abbia sperimentato il rimpianto e la sensazione di essere rimasto indietro, mentre la vita volava altrove. 

Rundàna traditùra

Rundàna traditùra

la giüentü

la m'à rubàt, i sògn a ü a ü

pèr lasàm ché 'n-pèr-me

an cumpagnìa

da 'n'amìʃa sleàl

la nustalgìa. 

 

Rondine traditrice - Rondine traditrice/ la gioventù/ mi ha rubato i sogni a uno a uno/ per lasciarmi qui sola/ in compagnia di un’amica sleale/ la nostalgia. 

Anche nella prossima poesia di Clelia, riemerge il conflitto tra nostalgia e ricordo, tra il desiderio di dimenticare e l'impossibilità di farlo. Il muro degli anni, rappresenta una barriera temporale che separa l'io poetico dai ricordi e dalle esperienze passate. Questo muro suggerisce una distanza emotiva dal passato, quasi come un meccanismo di difesa. 

L'immagine del bosco del tempo, può simboleggiare i ricordi e le emozioni che si intrecciano, creando un'atmosfera di nostalgia. E le emozioni nascoste generano tensioni tra ciò che si mostra e ciò che si sente realmente. 

La Poetessa invita a riflettere sulla complessità delle emozioni legate al passato e sulla difficoltà nell’affrontare i ricordi. La poesia cattura l'essenza di questa lotta interiore tra il desiderio di lasciar andare e la necessità di riconoscere e affrontare ciò che si è vissuto. 

Al mür da j'ann

Dadré dal mür da j'ann

da luns squàʃe na eta

muìt dal vent

mùrmura 'l bosch dal temp

e 'ntànt che fo parénsa

che ma 'nterèsa poch

ve sö dal cor argóta

che ga sümìglia a 'n grop. 

Il muro degli anni - Dietro al muro degli anni/ lontani ormai quasi una vita/ mossi dal vento/ mormora il bosco del tempo// e intanto che fingo/ che mi interessa poco/ sale dal cuore qualcosa/ che assomiglia a un nodo. 

Nel complesso, il testo Söl punt offre una meditazione sulla vulnerabilità dei sogni e sulle emozioni che accompagnano il loro verosimile dissolversi: è una poesia che indaga con delicatezza la fragilità dei sogni e il timore del loro possibile fallimento. L’acqua diventa il luogo simbolico in cui i sogni rischiano di annegare, evocando non la speranza, ma un senso di tristezza e impotenza. Il ponte rappresenta così una soglia: da un lato il mondo reale, dall’altro quello delle aspirazioni più intime.  

Söl punt

Pugiàda al parapèt da 'n punt

fese l'aqua söl funt

prunta a scapà

pèr viga mia da vèt i sògn

negà. 

 

Sul ponte - Appoggiata al parapetto di un ponte/ fisso l’acqua sul fondo/ pronta a fuggire/ per non dover vedere i sogni/ annegare. 

 

Nel prossimo testo l’autrice affronta uno dei momenti più delicati dell’esistenza: quello in cui si crede di aver raggiunto la meta e si valutano il dare e l'avere. Ma la rivelazione è tutt’altro che consolatoria. Ciò che resta da vivere non è il tempo del raccolto, del riavere ciò che si è seminato, bensì il tempo delle richieste altrui, di ciò che gli altri ancora pretendono. 

La poesia, asciutta e diretta, porta con sé un’amarezza composta, tipica di chi ha vissuto con riservatezza e ha dato molto senza far rumore. La voce poetica non si lamenta, non recrimina: osserva. E in questa osservazione c’è la consapevolezza di una generosità che non ha mai cercato riconoscimento, ma che ora, nel bilancio della vita, rivela il suo peso.

Al rèst

Quant ta crèdet da ès riàt a bèl

E ta tìret quatre cünt söl tò librèt

Ta sa nincòrzet che ‘l rèst che g’à da vègn

L’è mia chèl che i g’à da dat andré

Ma chèl che töi i sa spèta amò da té. 

Il resto - Quando credi di aver raggiunto la meta/ e tiri le somme della tua vita/ ti accorgi che quello che ti spetta/ non è tanto quello che ti devono rendere/ quanto quello che ancora vogliono da te. 

In La sudisfasiù Clelia, solitamente incline a toni più intimi, sceglie l’ironia per ribaltare un’abitudine sociale: il chiacchiericcio di chi giudica senza esporsi. L’incipit è brillante e paradossale: desiderare di incontrarsi per strada, come se  fossimo due persone diverse. È un gioco di specchi che smaschera la fragilità dello sguardo esterno. Ma il colpo più pungente arriva nella chiusa: la soddisfazione di sparlarsi alle spalle da sola, proprio come fanno gli altri non appena svoltano l’angolo della via. È un gesto di autoironia che diventa critica sociale: se tutti parlano alle spalle, allora tanto vale anticiparli, appropriarsi del loro ruolo e svuotarlo di potere. 

 La sudisfasiù

Che bèl che ‘l sarès… !

Pudì ‘ncuntràm pèr strada

A té pèr tè con mé;

pudì vardàm daànti e da prufìl

sensa le lüs fingàrde

da cèrti spèc an caza

  o le vedrine;

e finalmént 

tóm la sudisfasiù,

da ciciaràm adré cuma fa i’altre

nun apéna svultàt al cantù. 

Una soddisfazione - Che bello sarebbe… ! / Potermi Incontrare per strada/ A tu per tu con me stessa;  / potermi guardare di fronte e di profilo/ senza le luci bugiarde/ di certi specchi in casa o nelle vetrine; // e finalmente, togliermi la soddisfazione/ di chiacchierarmi alle spalle/ come fanno gli altri/ non appena svoltano l‘angolo della via. 

La natura non è solo sfondo nell’ultima poesia che abbiamo scelto tra il materiale a nostra disposizione. La quiete assoluta, l’assenza di movimento, la sospensione del tempo preparano la transizione verso la dimensione più profonda del testo. La chiusura, infatti, sposta l’attenzione dall’esterno all’interno: quel silenzio che vuole entrare, diventa metafora della vita segreta, della storia personale che l’io poetico porta con sé dal giorno in cui è nata

Il paesaggio afoso e immobile si rivela così un varco: l’autrice scivola nella quotidianità di un’esistenza che sembra trascinarsi infinita, dentro stanze interiori che nessuno conosce. La natura, muta e sospesa, diventa il preludio necessario per far emergere ciò che non si dice, ciò che resta nascosto. 

Stòria ‘nfinìda

I’è le trè da ‘n dé afùs,

sura töt manca ‘l bóf,

 al cel l’è celèst

 ma ‘mpulverént da sòfèch. 

 Gh’è ‘n gir gna ‘n gat,

 le tùrture le tas,

 i ca da guardia i pòsa,

 i sò padrù i sa ‘nsòca. 

Al silénse ‘l péca fòrt,

al vol vègn déntre,

curiùs da vèt le stanse

da la ”stòria ‘nfinida”

che ma sa tire adré

dal de che so nasìda. 

Storia infinita - Sono le tre di un giorno afoso, / soprattutto manca il respiro, / il cielo è azzurro/ ma coperto della polvere dell’afa. // Non c’è in giro nessuno, / le tortore tacciono, /i cani da guardia riposano, / i loro padroni si abbioccano. // Il silenzio batte forte, / vuole entrare, / curioso di vedere le stanze/ della storia infinita/ in cui mi trascino/ dal giorno in cui sono nata. 

Conclusione

Nel suo percorso poetico, Clelia Letterini ha saputo attraversare con naturalezza un’intera gamma di strategie espressive: dall’elegia alla riflessione amara, dall’ironia sottile alla critica velata, fino alla leggerezza che smonta le convenzioni sociali. Ma il tratto forse più prezioso resta l’uso del dialetto locale, scelto non come semplice colore linguistico, bensì come luogo della verità: una lingua che le ha permesso di raccontarsi almeno una volta senza filtri, con la schiettezza di chi usa da dentro la propria storia. 

La sua poesia, pur riservata come la sua vita, lascia emergere un mondo interiore ricco, fatto di dedizione, osservazione silenziosa e una lucidità che non teme di mostrarsi. È una voce che non cerca clamore, ma che proprio per questo risuona autentica: capace di restituire, in pochi versi, la complessità di un’esistenza vissuta con discrezione e profondità. Da noi, che abbiamo avuto il piacere di conoscerla, un grande grazie. 

 

Graziella Vailati


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