I ruoli femminili nei versi della poesia dialettale cremasca
Nel corso dell’Ottocento la condizione femminile in Italia rimane segnata da una forte sub–ordinazione giuridica e sociale: l’identità della donna è definita quasi esclusivamente dalla famiglia, mentre la sfera pubblica è appannaggio maschile. Con l’inizio del Novecento e poi durante il fascismo, la presenza femminile nel lavoro operaio e contadino cresce, ma i modelli culturali oscillano tra l’esaltazione della maternità e un rigido controllo patriarcale. La svolta arriva nel secondo dopoguerra: la Costituzione del 1948 riconosce alla donna nuovi diritti civili e apre spazi giuridici inediti, anche se nella vita quotidiana molte pratiche tradizionali resistono e il cambiamento procede lentamente.
Negli anni Sessanta e Settanta si verifica una trasformazione più profonda: il femminismo e i movimenti del ’68 mettono in discussione la divisione tra produzione e riproduzione, la doppia giornata, il ruolo della maternità, la contraccezione e il divorzio, inaugurando una nuova consapevolezza del corpo e dei diritti femminili. Il cambiamento non è stato uniforme: in alcune regioni la condizione della donna per ragioni culturali, religiose o economiche ha avuto un passo più lento, in altre il passaggio verso scelte individuali è stato rapido. Le tempistiche dipendono dalla velocità con cui si sono diffusi urbanizzazione, istruzione e riforme legali.
Nell’epoca contemporanea la partecipazione femminile al lavoro è molto più ampia e la coppia assume forme più varie, ma persistono disuguaglianze significative: il tasso di occupazione femminile resta più basso, le retribuzioni non sono ancora paritarie e il carico di cura non retribuito continua a gravare soprattutto sulle donne. L’evoluzione della condizione femminile mostra un percorso di conquiste importanti, ma anche di sfide ancora aperte.
Poesie
In questo articolo presentiamo diversi ruoli che la donna assume nel territorio cremasco, nella società e nel rapporto di coppia, nei vari momenti della vita come donna, come promessa sposa, come moglie, come mamma e li esemplifichiamo con i testi di poetesse e poeti dialettali cremaschi.
Essere donna
Il contenuto di La bèla dal pais, gioca su una dinamica ancora consuetudinaria: la donna viene misurata secondo criteri morali che non le appartengono e la conclusione — la ricompensa che “le spetta — appare al tempo stesso giusta per chi giudica e profondamente ingiusta per chi la subisce. In questo scarto tra ciò che la comunità pretende e ciò che la donna realmente vive, si apre lo spazio critico della poesia, che invita a interrogarsi su quanto sia fragile, e spesso arbitrario, il confine tra colpa e punizione.
La bèla dal pais
Piero Bombelli - Moscazzano
Da done ga nè da tante qualità, ghè chèla buna da fa
'n d' nanc la cà, chèla che ga piàs lauràa, e chèla
'nvece che lauraa la òl mia saiga, perchè la dis che l’è fadiga.
Marcèla, la bèla dal pais, che töc i la cugnòs be,
la gh'era sempre it i òm ai sò pe; le la leàa sö al mès dè,
la sa n'profumàa, 'mbeletàa e la sa istia bèe,
perchè quant la pasàa i sa ultàa 'n drèe.
A lee ga 'nteresàa 'n bèl fich sèch, la gh'era tòc 'n ger
gioen e èc le la spetàa sempre al sciür Michelàs,
che i la spusàa e i la purtàa a spàs.
Ma èco che 'n bèl de la sò amisa Catàrinù,
la ga 'n cuminciat a cuntàa sö; “Uhi Tòne, ghèt sentit
l'ultima nuèla! Sa spusa la Marcèla; chèla che sa credia bèla.
Ö diamine, ce i la tòl? Lè ü da Bagnol, 'n certo Giuan,
che al va a drè a le strade a mèt dò al catràm.
Ardèe, lè pròpe bèla bèe, la üria tòo chèsto o chèl
ingegner o prufesür, la sa credia da ès impurtant e bèla
cumè la Düse, 'nvece ga tùcat tòo 'n stòpa büse.
La bella del paese - Di donne ce ne sono di tante qualità, c’è quella capace di condurre la famiglia/ quella a cui piace lavorare, e quella/ invece che del lavoro non ne vuole sapere, perché dice che è faticoso. // Marcella, la bella del paese, che tutti ben conoscono, // aveva sempre avuto gli uomini ai suoi piedi, lei si alzava dal letto intorno al mezzogiorno, / si profumava, si truccava e si vestiva bene, / perché quando lei passava tutti la guardavano. // A lei non interessava nulla, aveva attorno/ giovani e vecchi, lei aspettava sempre un signore nulla facente/ che la sposasse e la portasse a passeggio. // Ma ecco che un bel giorno la sua amica Caterina/ ha cominciato a raccontare: ”Ehi Tonio, hai sentito/ l’ultima novità! Si sposa la Marcella, quella che si credeva bella!”! / “Oh diamine e chi la sposa??” “È uno di Bagnolo, un certo Giovanni, / che lavora sulle strade e le riempie di catrame”. // “Ma guarda un po’ voleva sposare questo e quello/ ingegnere o professore, si credeva importante e bella/ come la Duse, e invece ha dovuto sposare un tappa-buche”!
Nel testo del Gruppo Antropologico di Bagnolo; Racconti di vita in rima, (p, 30) si inizia dal desiderio sincero di piacere e piacersi, per concludersi nella comicità involontaria degli sforzi quotidiani, che finiscono per produrre effetti opposti a quelli sperati. In questo modo il testo mette in luce, senza moralismi, quanto sia ingiusto e spesso ridicolo il peso dei modelli estetici contemporanei soprattutto per chi non ha mezzi o tempo da investire.
Eppure, nella loro ostinazione un po’ goffa, queste donne risultano più autentiche e più vive di qualsiasi ideale di perfezione: cadono, si rialzano, ridono di sé stesse e, alla fine, accettano con ironia la “ricompensa” che il corpo ha deciso di assegnare, non quella che la società si aspetta da loro.
Magrèsa l’è belèsa
Gruppo Antropologico di Bagnolo
Quan le done le rüa a ‘na cèrta età
le mèt sö i chili e gh’è nigót da fa.
Gh’èm decìs da fa mia la dieta
per rüinàs mia la nòsta eta.
Cunvié püseé fa quatre pas a pe
do o tre cursète, magarie ‘ndai taree.
Sèm anfirsade an d’una stradèla,
ma che sfürtüna, ga urìa bèa l’umbrèla.
Do sere dopo sem turnade amò
e n’era riàt an’otra la paria ‘n cumò.
Sèm nace ‘nanc isé quaranta de.
Sèm pò burlade ‘n tèra le pèr le.
Dòpo iga tant fadigàt e po' südàt
perdìt an sach da temp, töt asprecàt,
gh’iem da cèrto sè calàt la pansa,
ma ‘l cul l’era cresìt an abundansa!
Essere magre, essere belle - Quando le donne arrivano a una certa età/ mettono su peso e non c’è niente da fare. / Abbiamo deciso di non fare una dieta/ per non rovinarci la vita. // Conviene di più far quattro passi a piedi/ due o tre corsette, magari attraverso i campi. / Ci siamo inoltrate in un sentiero, / ma che sfortuna! è già necessario un ombrello. // Due sere dopo siamo ritornate ancora e se ne era aggiunta un’altra che sembrava un armadio. / Siamo andate avanti così per quaranta giorni. / Siamo anche cadute per terra ogni tanto. // Dopo esserci tanto affaticate e anche sudate/ perso tanto tempo, tutto sprecato/ abbiamo sì calato un po’ di pancia, / ma ci è cresciuto il sedere in abbondanza.
Il Poeta del seguente approccio amoroso, riesce a mantenere la sua poesia su un tono leggero, quasi farsesco, ma invita a guardare Tonio con indulgenza. Il suo errore finale è una perla di comicità involontaria, ma anche un gesto di autenticità: lui non sa fingere, non sa recitare, non sa trasformarsi in qualcun altro. Diventa così una figura quasi tenera: un uomo che vorrebbe amare, ma non sa da dove cominciare. La sua goffaggine non è ridicola: è il segno di una mancanza culturale, di un vuoto che la società raramente riconosce.
Tòne e Felice
Emilio Marchesi – Offanengo
Tone an dè ‘ncuntra Felice e 'l gà dis
“Me 'l so mia cusa fa con le done:
go fac crès i barbis, g’o laat i caei
ma so prüfümat anfin sota al nas
ma ch'è nigóta da me che ga pias.
Alura Felice an po rincresìt
al g’a fa ‘na prupòsta:
"Sent Tòne co le done ga 'ol filosüfia
che cèrt te ta gh’et mia ma a töt
gh'è ‘n riméde... ‘na qual sera
ve ‘dre a me e quel che fo me, ta fet poa te.
Me go na bagaia da fat cunos
òcio però da fà mia al balos”.
…
Isé Tòne ’l scultàa la serenada... la us da Felice
la riàa ciara e nèta per faga sent apò a l'otra cupièta.
"Che bèl stasera vizì a te: i tò òc iè cumè le stèle
la tò boca cumè ‘na rósa, ooh... cuma
so felice vizì a te, felice do olte"
Da là dal fuscù, Tòne, che cuma
gh'ia dec l'amis al gh’era da ripèt precis precìs...
"Che bèl stasera vizì a te, i tò òc iè cumè le stèle
la tò boca cumè ‘na rósa ooh...
cumè so Felice vizì a te, Felice do olte"
Tonio e Felice – Tonio un giorno incontra Felice e gli dice: / “Io non so come fare con le donne: / ho fatto crescere i baffi, ho lavato i capelli, / mi sono profumato fin sotto al naso/ ma non c’è niente di me che a loro piace”. // Allora Felice un po’ dispiaciuto/ gli ha fatto una proposta: // “Senti Tonio con le donne ci vuole un po’ di filosofia/ che di certo tu non hai, ma a tutto/ c’è rimedio… qualche sera/ vieni con me e quello che faccio io lo fai anche tu. // Io ho una ragazza da farti conoscere/ attento però non fare il furbetto”. // Così Tonio ascolta la sviolinata… la voce di Felice/ gli arriva forte e chiara, così da farsi sentire anche dall’altra coppia. // “Che bello questa sera vicino a te: i tuoi occhi sono come le stelle/ la tua bocca è come una rosa… ohh! come/ sono felice vicino a te, felice due volte” –. // Al di là del cespuglio, Tonio, come gli aveva suggerito doveva ripetere precise parole… “Che bello questa sera vicino a te: i tuoi occhi sono come le stelle/ la tua bocca è come una rosa… ohh! / come sono Felice vicino a te. Felice due volte”.
La donna e l’amore
La sezione mette insieme voci dialettali diverse, della fine del ’900 e inizi del 2000, che raccontano la donna in un momento storico in cui amore, matrimonio, aspettative sociali e ruoli familiari erano molto diversi da oggi. Noi abbiamo la convinzione, forse errata, che i matrimoni fossero sempre combinati dalle famiglie; che le scelte non fossero lasciate ai giovani, soprattutto alle ragazze. Ma alcune canzoni dialettali ci segnalano che non era sempre così.
Tol tol bagaia che ‘l fa ‘l bechér da rane
e töte le stamane pulenta e putacì
Tol tol ca l’è ‘n bèl fiol al g’a la aca e pò ‘l mandol
Al g’a tre spane da taré, lü ‘l sügöta ‘nanc e ‘ndre
E me mama ‘l vore mia
Perchè ‘l g’a la barba griza e ga manca töc i dec
E abbiamo anche alcune testimonianze nei modi di dire rimasti dal passato. Ad esempio il Gruppo Antropologico di Bagnolo ha raccolto in un’edizione auto-prodotta nel 2005: Prüèrbe di vèc. Quant al piof sa scapa a tèc. Oltre a questo volume abbiamo trovato materiale anche sui social. Di seguito presentiamo alcuni proverbi dialettali sul matrimonio con una traduzione e, se serve, un commento. Questi detti riflettono saggezza popolare, ironia e avvertimenti tradizionali e offrono consigli.
L’amore
L’amor nof al va e ‘l ve: chèl vèc al sa mantègn be
L'amore nuovo va e viene, l'amore vecchio si mantiene.
Quan l’amor al gh’è, la gamba la tira ‘l pe.
Quando c'è l'amore, la gamba segue il piede (si va ovunque per raggiungere la persona amata).
L'amor, la fevra e la tos, se i gh'è i sa fa cugnós.
L'amore, la febbre, la tosse, se ci sono, si fanno riconoscere.
Al Signùr ia fa a e pò ia pera
Gli uguali si attraggono.
Se ta oret fas urì be, circa prima da fas an po spetà
Se vuoi farti amare, fatti un po' desiderare.
Il contenuto della poesia di Lina Panzetti suggerisce che da giovani, ci si perde nei sogni perché si crede che tutto sia possibile; da anziani, ci si perde nei sogni perché si sente che il tempo è poco e i sogni diventano memoria, non progetto. La Poetessa sembra guardare alla giovinezza con nostalgia, ma senza rimpianto: accetta il ciclo della vita, come accetta che la cicala canti anche se sa che l’estate è finita. Il confronto tra le due età mostra come l’amore e il sogno non scompaiano mai, ma cambiano solo forma. La poesia non parla soltanto di innamoramento, ma del modo in cui ogni stagione della vita ha la sua espressione per cantarlo: prima sono grido, poi diventano sussurro; prima sono promessa, poi ricordo; prima sono inizio, poi congedo.
Pèrdes adré ai sogn
Lina Panzetti - Bagnolo Cremasco
Pèrdés adré ai sogn
quand che sa gà vint'agn,
l'è 'na cansù d'amor
cantada a squarciagola.
Pèrdés adré ai sogn
quand an dal cor ve sera,
l'è 'l cant da 'na sigala:
che, finit l'estat, la mor.
Perdersi dietro ai sogni – Perdersi dietro ai sogni/ quando si hanno vent’anni, / è una canzone d’amore / cantata a squarciagola. // Perdersi dietro ai sogni/ quando nel cuore viene sera, / è il canto di una cicala / che, finita l’estate, muore.
La poesia di Marì Schiavini Cos’è l’amore, custodisce un modo antico e universale di trasmettere emozioni, un dialogo intimo che attraversa le generazioni e continua a parlarci. Ritroviamo qui quella sapienza affettiva dove l’amore viene spiegato attraverso il tremito dell’attesa, la gioia improvvisa, la fantasia che invade ogni cosa, persino nel piatto della minestra. È un amore visto con gli occhi di chi scopre il mondo attraverso la voce di una madre che accompagna, rassicura, interpreta.
E oggi? Oggi forse le parole cambiano, i tempi corrono, ma il bisogno di una guida così – tenera, concreta, intuitiva – resta lo stesso. E domani non sarà diverso: ci sarà sempre qualcuno che chiederà: cos’è l’amore? e qualcuno che, con la propria esperienza, proverà a raccontarlo.
Sa l’è l’amor?
Marì Schiavini 1978 - Crema
“Mama, sa l’è l’amor?”
Ga dumandae curiuza
quant ma so sentida a rià
‘ndal cor la prima scòsa.
E le la m’a rispòst:
“Se ta pianzèt per ‘na ròba di nagót,
se ta redet da per te cumè ‘n pasòt
…
se ta s–ciòpa al cor quant suna ‘l campanèl
se töc i vis ta par chi si sies quèl
e ta ‘l vèdet ‘ndal tunt da la minèstra
se ta sügötet cor a la finèstra,
…
se prima da durmì l’è ‘l tò pensér
se apena ta dèrvet i òc l’è amò l’istès
se quant che ‘l tarda a vègn ta par da mor
se quant che ‘ria, al fa ‘n valsér al tò cor
sta pör sücüra
l’è töt quèst che l’amor.
Cos’è l’amore - “Mamma, cos’è l’amore?” / Domandavo curiosa/ quando mi sono sentita arrivare / nel cuore la prima scossa. / E lei mi ha risposto: / “Se tu piangi per una cosa da poco, / se tu ridi da sola come una pazzerella, // se ti scoppia il cuore quando suona il campanello/ se tutti i volti ti sembrano assomigliare a lui/ e tu lo vedi nel piatto della minestra/ se tu continui a correre alla finestra, // se prima di dormire lui è il tuo pensiero/ se appena apri gli occhi è uguale/ se quando ritarda ad arrivare ti sembra di morire/ se quando si presenta, balla un valzer il tuo cuore// stai pur sicura/ tutto questo è amore.
La prossima poesia, di Federico Pesadori, si può confrontare con le attenzioni della madre precedente, mentre insegna cos’è l’amore adolescenziale alla figlia. Emerge un raffronto molto ricco tra la voce femminile che comprende e la voce maschile che non capisce. In questa si rivela l’incapacità maschile di leggere la paura come parte dell’amore giovane. Lui vede solo ostacoli; lei vive un tumulto interiore che lui non immagina. Certo è il modello maschile di una volta: il ragazzo crede che andarla a trovare spesso, farle regali, dichiarare il proprio sentimento, dovrebbe bastare per ottenere un avvicinamento. È un modello antico, basato sull’idea che la ragazza debba essere conquistata e che la sua resistenza sia un gioco o un capriccio. La poesia, pur appartenendo a un mondo passato, racconta una dinamica che continua a ripetersi: chi ama per la prima volta spesso non sa come avvicinarsi e chi riceve l’amore spesso non sa come accoglierlo.
La signorina Spinaràt
Federico Pesadori – Crema
…
Se po tente da ‘ndàga arent
pèr ciapàga sul ‘na ma,
o pèr faga ‘n cumplimént,
le l’è svèlta a fas i là.
Se fo tant pèr diga argóta.
circa ‘l be che ga voi fes
o la ma respund nagóta,
o la salta cumè ‘n bes.
L’è tri mis che vo a truàla,
gh’ó za dat du bèi urigì,
ma ó pudìt gnamò cücala
pèr mulàga ‘n sul bazì.
Se amò ‘n po, car al me Tòne
la va inans da ste pas ché,
o Signur, Signur, Madòne,
fa ‘n piazér, spùzela te.
La signorinella scorbutica - Se poi tento di andarle vicino/ per prenderle solo una mano, / o per farle un complimento/ lei è svelta ad allontanarsi. // Se provo a dirle qualcosa/ riguardo al bene grande che le voglio/ o non mi risponde nulla/ o scivola come una biscia. // Sono tre mesi che vado a trovarla/ le ho già regalato due belli orecchini/ ma non ho potuto nemmeno avvicinarla per darle un solo bacino. // Se ancora per un po’, caro il mio Tonio/ va avanti di questo passo, o Dio, o Dio, Madonna, / fammi un piacere, sposala tu.
La moglie
Studi demografici attestano come i modelli matrimoniali siano cambiati rapidamente dopo gli anni ’50. È stato un periodo di numerosi spostamenti dalle campagne alle città, per trovare lavoro o per migliorare la propria condizione sociale. Aumentano di conseguenza le opportunità di incontro fuori dal nucleo familiare e si riduce il potere delle famiglie nel selezionare i coniugi. L’incremento dell’istruzione, soprattutto femminile e l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro, creano un’autonomia economica e nuove aspettative di vita. Si riduce da quel periodo in poi la dipendenza economica dalle famiglie d’origine e si favoriscono le scelte basate sull’affetto.
La Poetessa Luigina Vailati è una donna della fine del ’900 e si racconta in un momento storico in cui amore, matrimonio, ruoli familiari e aspettative sociali sono molto diversi da oggi. Ma i suoi versi ci colpiscono ancora, perché parlano di qualcosa che oggi è raro nel rapporto di coppia: la durata, la complicità costruita, la bellezza dell’ordinario, la tenerezza che non ha bisogno di dichiararsi. Sono versi che non idealizzano l’amore, ma lo riconoscono nella sua forma più umile e più forte. Una cultura femminile del dire “poco” per dire “tutto”: un modo di esprimersi essenziale, perché la vita di allora non lasciava spazio ai fronzoli; concreto, perché i sentimenti si misuravano nei fatti; pudico, ma non per questo meno intenso. La poesia è fatta di immagini domestiche, di gesti minimi che diventano simboli: il catenaccio, le rughe, la sera. È una lingua che non cerca la letteratura, ma la verità.
Amò töc du 'nsèma
Luigina Vailati - San Bernardino di Crema
L'è bèl a la sera
daga scarnàs a la pòrta
e ès amò töc du 'nsèma
scultà le parole
che e fora dal cor
fas amò 'n cumpliment
disegnàt da l'amor.
I penser, le stretèse,
i mai, le incertèse
superàc sempre 'nsèma.
Apò se tance ànn gh'è pasàt
e le rüghe sö la frunt
a töi du i ga segnàt
fa mia nigota
perchè l'è bel a la sera
daga scarnas a la pòrta
e ès che amò 'nsèma.
Ancora noi due insieme - È bello alla sera/ dare il catenaccio alla porta/ ed essere ancora tutti e due insieme/ ascoltare le parole/ che nascono dal cuore/ farsi ancora un complimento/ disegnato dall’amore. // I pensieri, le ristrettezze/ le malattie, le incertezze superate sempre insieme. // Anche se sono passati tanti anni/ e le rughe sulla fronte/ a tutti e due/ hanno lasciato il segno, non importa/ perché è bello alla sera/ chiudere il catenaccio alla porta/ ed essere ancora insieme.
La poesia di Giovanni Moretti può essere vista come un piccolo rito serale: la casa finalmente tace e in quel frammento di quiete l’uomo sente il bisogno di dire ciò che spesso resta implicito. Non è un rimprovero al tempo che scorre, ma un invito a non lasciare che la vita familiare soffochi la tenerezza di coppia. È la dichiarazione di un uomo maturo, che guarda la sua compagna non solo come donna amata, ma come madre delle sue figlie, complice di una vita condivisa. Non chiede di affrettare, ma fa notare che l’attimo presente è bello, vivo, e merita di essere vissuto insieme. È un invito a non dimenticare la tenerezza, a non lasciare che la quotidianità cancelli il bisogno reciproco di vicinanza.
Ta ’l dize adès!
Giovanni Moretti - Crema
“Ta vore bé!” Ta’l dize adès
che sèm ché ‘ndoma mé e té.
Quant se nò? Quant la ca l’è ‘n maciciò?
Ta’l dize adès che la fiola granda l’è fora
e chèla picèna l’è crudada ‘nda’l sò lèc.
Ta’l dize adès che sèm gnamò vèc,
quant le brasche i’è amò ‘mpése,
adès, che g’ó gnamò perdìt al vése.
Ta’l dize ‘ntant che ta strenze al cór,
adès… perché g’ó tant bisògn d’amór!
Ti voglio bene - Ti voglio bene! Te lo dico ora/ che siamo soli io e te. / Quando altrimenti? Quando la casa è piena di rumori? / Te lo dico adesso che la figlia maggiore è fuori/ e la piccola è crollata nel suo letto. / Te lo dico adesso che non siamo ancora vecchi, / quando le braci sono ancora accese, / adesso che non ho ancora perso il vizio. // Te lo dico intanto che ti stringo al cuore, / adesso… perchè ho tanto bisogno d’amore.
Le scelte lessicali del Poeta Tolasi, sono semplici: espressioni tipiche del linguaggio quotidiano, quasi proverbiali; ricche di sfumature culturali, parlano di un mondo domestico, comunitario, dove i ruoli osservati con affetto e un pizzico di autoironia; creano un tono amorevole e popolare e costruiscono un’immagine di dipendenza affettiva che non è drammatica, ma tenera e condivisa, con la rappresentazione della donna basata sulla forza emotiva, sulla dolcezza e centralità nella vita familiare e rendono la poesia vicina al lettore, come un racconto condiviso.
La dona
Ersilio Tolasi - Izano
La sò grinta la ta indebules,
daghela 'inta o se no sparés!
Co le so manine la ta turmenta,
co le so muine la ta 'ndurmenta.
E issé la utègn töt chèl che la ol
e senza dà sègn, la ghegna: sa pol!
Bagaie, muruse,
mame e none,
magare nervuse:
jè le nostre done!
Podem mia fa senza,
la circhém töcc i de,
purtèm pasienza…
ghèm büsögn da le!
La dona, nel dialetto cremasco è la moglie: to la dona = sposarsi; la me dona= mia moglie.
La moglie - La sua forza ti indebolisce, / dagliela vinta o non ti far più vedere! // Con le sue manine ti tormenta, / con le sue moine ti addormenta. // E così ottiene tutto quello che vuole/ e senza motivo, ride. Ma si può! // Ragazze, fidanzate, / mamme e nonne, / magari anche nervose:/ sono le nostre mogli! // Non possiamo farne a meno, / la cerchiamo tutti i giorni, / portiamo pazienza… / abbiamo bisogno di lei!
Qualche voce dissonante la troviamo nei proverbi e nelle canzoni popolari.
La prima dona l’è da rüt, la secunda l’è da velüt.
La prima moglie non vien mai valorizzata, la seconda ha un trattamento di velluto.
I conflitti poi aumentavano quando il matrimonio costringeva alla convivenza il nuovo nucleo familiare con quello precedente dello sposo. Una canzone popolare che abbiamo trovato in una raccolta di componimenti dialettali a cura della Commissione alla cultura di Chieve, (Tipolito Uggé, Crema. Ed. 2006) racconta che la nuova sposa ha avuto una… infelice accoglienza.
La bèla spusa
Mama mia la spusa l’è che
fega alegria che ‘n co l’è ’l sò de
Che alegria gh’èm da faga, ciapé la sapa
e mandéla a sapà
Da sapà so mia buna, lazaruna, lazaruna
lazaruna va fora da ca.
Nel tempo lungo della convivenza, anche i gesti più quotidiani possono diventare terreno di incomprensioni. Lui e lei abitano lo stesso spazio, ma con aspettative diverse: lei cerca attenzione, conferma, forse un piccolo palcoscenico domestico; lui invece desidera tranquillità, misura, e si sente soffocato da ciò che percepisce come esibizionismo. La poesia mette in scena questo scarto crescente, dove ogni gesto viene interpretato dall’altro come un fastidio o una provocazione. Ne nasce un quadro ironico e amaro delle dinamiche di coppia, in cui la distanza emotiva si manifesta attraverso dettagli minimi: un pianoforte, una poltrona, un brontolio, un ricciolo agitato. È proprio in questi piccoli riti quotidiani che si rivela la fragilità del vivere insieme. Il Poeta mette a fuoco le incomprensioni nate nel tempo della convivenza e le aspettative diverse tra lui e lei: la messa in scena risulta ironica e pungente.
Le l’è setada al piano
Federico Pesadori – Crema
Le l’è setada al piano che la suna,
la fa parensa da vardà le note
la scròla i res, la ‘nvèrsa i òcc la stuna
pèr mèt an mostra le sò bèle dòte.
Lü dadré, zlungat zo sö ‘na pultruna,
rasegnat a ciapà, se ocor, le bòte,
al barbòta che l’è za ‘n ura buna,
che le scatule al g’à secade e rote.
Ma le la canta cum’è ‘n gat surià.
credendo, nèh, ste pore cincisquèta,
che lü d’amór al sìes pèr delenguà.
Lü ‘l pensa: se la ghìès la scussalèta
e ‘l pià ‘l föss la panéra, ‘l sarès mèi,
sto pèr dì che la ‘mpaste i taiadèi.
Lei è seduta al piano - Lei è seduta al pianoforte e suona, / finge di guardare le note/ agita i riccioli, rovescia gli occhi, stona// per mettere in mostra le sue doti. // Lui dietro allungato su una poltrona / rassegnato a prendere se capita qualche colpo/ brontola già da un’ora, / perché ne ha già le scatole piene e rotte. // Ma lei geme come un gatto soriano/ credendo forse questa povera sciocchina/ che lui si stia per liquefare. // Lui pensa che se avesse il grembiulino/ e se il piano fosse la madia, sarebbe meglio, sto per dire, che impastasse le tagliatelle.
Da quei tempi è passato più di mezzo secolo, ma l’accettazione di un ruolo paritario della donna nella società, anche in quella cremasca, fa fatica ad attecchire. Una speranza è riposta nei giovani, perché i loro padri hanno sempre pronti giudizi tranchant.
La dona da briscula
Beppe Marinoni - Crema
Ancó la dona l'è pö chèla da 'n témp
l'è dientàda cumè 'na s'ciàta dìscula
la ga tirat an bal co’ ‘l sò buntémp
adürütüra al prim torneo da briscula.
Isé con grant impègn e tanta foga,
per da 'na ma per l'uratòre nof,
la ga cercàt le done che le gioga
Ma chi la sa le ròbe cùme j'è.
La scüsa l'era chèla ümanitaria,
ma forse forse a dila che 'n tra mé,
ga stàa da mès la òia da fa baldoria.
Chèl che cünta però l'è 'l risültàt
e da chèsto sèm töi ricunusént.
Anche se a l'òm al nas la ga bagnàt,
ga dìsem bràa e... tegnarèm a mént.
La donna della briscola - Oggi la donna non è più quella di un tempo/ è diventata una ragazza vivace/ mette davanti i suoi desideri/ addirittura il primo torneo di briscola. // Così con grande impegno e interesse, / per aiutare il nuovo oratorio, / hanno organizzato un torneo di carte. // Chi lo sa come le cose iniziano: / la motivazione era umanitaria/ ma forse a pensarci bene/ c’era la voglia di fare baldoria. // Ciò che conta alla fine è il risultato/ e di questo siamo loro riconoscenti, / anche se agli uomini hanno bagnato il naso/ le applaudiamo e… ce ne ricorderemo.
La mamma
Questo capitolo potrebbe diventare un ponte emotivo tra i lettori e i poeti: l’amore filiale è un sentimento universale, ma nel dialetto assume una vibrazione particolare, più intima, più vera. È un modo per far sentire che la poesia dialettale non parla solo del passato, ma di ciò che resta vivo in ciascuno.
Nei versi degli autori anziani come Padre Arcangelo, questo sentimento assume la forma di un pellegrinaggio affettivo, dove il figlio – ormai uomo, ormai vecchio – ritrova nella madre scomparsa la sua prima e ultima casa. La visita al cimitero diventa così un dialogo che continua oltre la vita, fatto di gesti semplici e sacri: pulire una foto, baciare una lapide, stringere un rosario. In questa poesia, il viaggio attraverso la città è anche un viaggio dentro la memoria e il fiore lasciato sulla tomba è il simbolo più puro di un legame che non si spezza. L’amore filiale, qui, non è nostalgia: è presenza che resiste, voce che chiama ancora.
A la mé mama
Padre Arcangelo Dossena – Crema
Capésse! So urmai vècc, ma so amò 'n pé:
j'altre j'è bèle 'ndat, o... j'è adré.
Gh'è passàt tanto temp! So stat luntà:
tanti ann fora da casa e bé da là! ...
A go giràt 'squase töt al munt
e go pruàt dal bù che... l'è rutunt!
E issé, adasì, so egnìt da Pòrta Sère
a Pòrta Umbrìa e fin al Cimitere.
E lé, sente 'na us dulsa che ciama:
"Brao! Ta set vegnìt!". L'è la me mama.
A forza da basì e lacrimù
nète la foto e 'l marmo, e 'n zinuciù
reste lé a di sö con la curuna 'n mà,
fin che vé fosch... Büsögna pròpe 'ndà!
Sura la preda resta amò 'n bèl fior:
al base e 'l lasse lé: l'è 'n brindèl da cor!
Alla mia mamma - Capisco! Sono ormai vecchio, ma sono ancora in piedi:/ altri se ne sono già andati o stanno per andarsene. / È passato tanto tempo! Sono stato distante: / tanti anni fuori casa e ben lontano! / Ho girato quasi tutto il mondo/ e ho provato che… è davvero rotondo! // E cos,ì adagio, sono venuto da Porta Serio/ fino a Porta Ombriano e fino al cimitero. / E lì sento una voce dolce che chiama: / “Bravo! Sei venuto! “È la mia mamma. / A forza di baci e di lacrime / pulisco la foto e la lapide, e in ginocchio// resto lì a recitare con il rosario in mano, / fino a che viene buio… Bisogna proprio andare. / Sopra la lapide resta ancore un bel fiore:/ lo bacio e lo lascio: è un pezzetto del mio cuore.
La poesia di Gianni Rossetti apre un’altra porta dell’amore filiale: non più il ritorno commosso, ma la memoria sensoriale, quella dei gesti quotidiani della cucina. È un testo più lieve, più sorridente, ma non meno profondo del precedente: ci indica come la memoria affettiva passi attraverso i sensi e come il dialetto sappia restituire, con immediatezza e calore, la forza di un ricordo che il Poeta continua a nutrire anche dopo la perdita.
I turtèi da me mama
Gianni Rossetti - Santa Maria della Croce
L'era talmént abituàda, zo che 'n tèra, a trabascà,
che sö 'n ciél, apéna riàda, la sa mèsa adré a 'mpastà.
L'è cinq'ann che 'n Paradìs, Piéro, Pàol e i'àltre 'nsèma,
i sa lèca apò i barbìs, a mangià i turtèi da Crèma.
Con la sò crèsta spisigàda, che 'ncurùna 'l bun ripié,
i fa gola 'ndoma a ardàga, apò a Tumàs, i ga piàs bé.
…
Pantaleù, 'l nòst Prutetùr, al g'ha biìt adré mès fiàsch,
pò 'l disìa: – Vedìf Signùr, i par gna mistér cremàsch– .
I sò turtèi, bèi, garbàt, lauràt con chèl che ucòr,
me, i'ho pö dimenticàt, perchè dentre, gh'era amór.
A tastài amò, go bèa pruàt al risturànt o a l'ustaréa,
a dì che i'è gram, l'è pecàt, ma i'è mia chèi da casa mea.
I g'ha argóta che 'l so mia, epör, gh'è töi i sò 'ngrediént,
sarà forse la me nustalgìa, ma ga manca... 'l sentimént.
I tortelli di mia mamma – Era talmente abituata, qui in terra a darsi da fare, / che su in cielo, appena arrivata, si è messa a impastare. // Sono cinque anni che in Paradiso, Piero, Paolo e gli altri insieme/ si leccano i baffi, a mangiare i tortelli di Crema. // Con la loro cresta pizzicata, che fa da corona al loro buon ripieno, / fanno gola solo a guardarli, anche a Tommaso, piacciono tanto. // Pantaleone, il nostro protettore, si è scolato mezzo fiasco di vino, / poi diceva: ”Vedete Signore, non sembrano neanche lavori cremaschi”. // I suoi tortelli belli, deliziosi, lavorati con tutto ciò che è necessario// io non li ho mai dimenticati, perché dentro c’era l’amore. // Ho già provato ad assaggiarli, al ristorante o all’osteria, / dire che non son buoni, è un po’ una bugia, / ma non sono quelli di casa mia. // Hanno qualcosa che non capisco, eppure ci sono tutti gli ingredienti, / sarà forse una mia nostalgia, ma ci manca… il sentimento.
La prima parte della poesia di Beppe Ermentini, letta fino alla fine ci porta a intuire il gesto d’amore materno: il figlio vive un momento di smarrimento, sente su di sé il giudizio materno (“perditempo”), lo interiorizza e ne soffre. La madre, però è anche la figura che, nel momento di massima confusione, indica la via d’uscita: il percorso del figlio passa attraverso la casa (luogo materno per eccellenza), ma solo aprendo la porta, egli può crescere. Questo autoritratto di smarrimento giovanile, vissuto come momento di sospensione in cui il soggetto non sa ancora chi è, né cosa fare della propria vita, è una condizione comune nella poesia novecentesca, soprattutto in quella di area lombarda e dialettale: un realismo asciutto, quotidiano, che mette in scena la fatica di “diventare qualcuno”.
Gh’ia rezù me mama
Beppe Ermentini - Crema
Sere setàt sö 'n magazì da gèra:
pié da pulver, pensàe a chèl che ghìe fat
finura; e disiè 'ntra me che la gh'era
resù me mama, a dam dal pelaratt.
E me passa daànti töcc i dé
sbatìt vea issé da stüpet; 'na gran voja
ma egnìa da fa argutina e trae mia 'mpé
nient che ma fasèss passà la nòja.
Turnat an Crèma, go girat an casa
töcc i cantù e 'n sulér; so 'ndat anfina
da telamore a 'mpigulam sö 'n cantina...
Sìe mia sa fa, 'ndoe sbat la testa, e alura
me mama, che ma edìa girà per casa:
"Proa a fa balà la porta 'na bun'ura!"
Aveva ragione mia madre - Ero seduto su un mucchio di ghiaia; / pieno di polvere, pensavo a ciò che avevo concluso/ fino ad ora e dicevo tra di me che aveva / ragione mia madre a dirmi che ero un perditempo. // E mi passano davanti agli occhi i giorni/ vuoti come uno stupido; una gran voglia/ mi veniva di combinare qualcosa e non concludevo/ nulla che mi facesse passare la noia. // Tornato a Crema, ho girato per casa in tutti gli angoli e nel solaio; sono andato anche/ a impigliarmi nelle ragnatele giù in cantina… // Non sapevo cosa fare, dove battere la testa e allora/ la mia mamma, che mi vedeva ciondolare per casa: / “Prova ad aprire la porta una buona volta…”
All’interno del percorso dedicato al rapporto tra madri e figli nella poesia cremasca, questa breve composizione autobiografica, introduce un punto di vista interno, non più solo interpretativo ma esperienziale. Il cuore della poesia è la figura materna: nella condizione tipica delle donne sposate “in casa d’altri”, prive di autonomia economica e costrette a misurare la propria esistenza sulla parsimonia e sulla resistenza. La poesia restituisce questa realtà senza retorica, con un realismo asciutto che richiama molte voci femminili della tradizione dialettale lombarda. La chiusa – la madre che ringrazia il Signore se la giornata è trascorsa “senza dolore” – non è rassegnazione, ma una forma di dignità interiore: la capacità di trovare un senso anche nella povertà, di trasformare la sopravvivenza in gratitudine.
Senza titolo
Graziella Vailati - San Michele
Se 'n gat con an möc da pil bianch
e la cua lunga trè spane
al ma sa presenta sö 'l ös
da matìna bunùra
al ma fa ègn an ment i gac strapelàc
che i spetàa me mama
söl purtù da la casìna
quan la egnia 'ndre da mèsa prima.
L'era mia tant gioina
con tri bagai sempre famàc
con quatre pögn da ris pèr mezdé
e 'n stignàt da pulenta a la sera:
'l era töt chèl che gh'era, epör
prim da serà i òc pèr la nòc,
la ringrasiàa 'l Signùr
pèr la giurnada pasàda sensa dulùr.
Se un gatto con tanto pelo bianco/ e la coda lunga tre spanne/ mi si presenta sull’uscio/ di mattina presto/ mi ricorda i gatti malconci/ che aspettavano mia mamma/ sul portone della cascina/ quando lei tornava dalla prima Messa del mattino. // Non era tanto giovane/ con tre bambini sempre affamati/ con quattro pugni di riso per mezzogiorno/ e un paiolo di polenta alla sera: / era tutto ciò che c’era, eppure/ prima di chiudere gli occhi per la notte, ringraziava il Signore/ per la giornata trascorsa senza dolore.
A conclusione di questo percorso, proponiamo una breve poesia nata dalla memoria. È un modo per riconoscere che le voci poetiche analizzate non appartengono solo alla storia letteraria del territorio, ma anche alle storie familiari di ciascuno. In questa immagine finale, la figura materna, così centrale nella poesia cremasca, ritrova la sua presenza affettuosa anche oltre la vita, senza perdere i tratti semplici e concreti che l’hanno accompagnata sulla terra.
Senza titolo
Carlo Alberto Sacchi - Crema
Straméses mia, mama,
se ché ‘n Paradìs
i àngiulì i ta par an po töi istès:
me so chèl là ‘n funt, a sinistra,
col macarù al nas
e col fiòch ros da zbiès.
Non spaventarti mamma, / se qui in Paradiso/ gli angeli ti sembrano un po’ tutti uguali: // io sono quello là in fondo, a sinistra, / col moccolo al naso/ e col fiocco rosso/ di traverso.
Conclusione
Le poesie scelte restituiscono al lettore la figura della donna che ha abitato le nostre cascine, le nostre case, le nostre infanzie. Attraverso le loro voci e attraverso i ricordi intrecciati ai testi, emerge non solo un ritratto individuale, ma una storia collettiva: quella delle donne cremasche che hanno sostenuto la famiglia con la fatica quotidiana, con la concretezza dei gesti, con un modo tutto loro di stare al mondo, spesso silenzioso eppure decisivo. Con questo lavoro abbiamo voluto compiere un gesto di riconoscimento verso il ruolo femminile nella società rurale del Cremasco: un ruolo fatto di imperfezioni tenere, di dignità ostinata, di responsabilità portate senza clamore.
Le poesie delle Poetesse sono poche si dirà, ma ricordiamo che ancora fra la fine dell’ Ottocento e fin dopo la metà del Novecento erano soprattutto gli uomini a scrivere; tuttavia oggi, almeno nel nostro territorio, le donne che si dedicano alla scrittura – non solo dialettale – sono in maggioranza. È solo questione di tempo: sapranno far proprie le suggestioni contemporanee, esplorare nuove forme espressive e portare allo scoperto un’inventiva che affonda le radici nei temi e nei ritmi del presente.
In questo passaggio di testimone tra passato e futuro, tra memoria e voci nuove, la poesia continua a essere ciò che è sempre stata: un luogo dove la vita quotidiana trova forma; dove il dolore si fa parola; dove l’amore – soprattutto quello filiale – resta, anche quando tutto il resto cambia.
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