Una lingua viva: il dialetto cremasco nella poesia di Luisa Agostino Capoferri
"La [sua] poesia nasceva certo dall'emozione, ma un'emozione che veniva continuamente vagliata con spirito storico e critico, con riflessione mutuata dal contributo della cultura e della scienza, con continua lettura di altra poesia e prosa da soppesare per conoscerne la strumentazione espressiva e la proposta estetica e morale".
Prof. Franco Gallo
Dalla prefazione di
Luisa Agostino
opere complete con scelta di inediti
Biografia
Luisa Agostino (Moscazzano 1922 - Crema 1994), trascorre la giovinezza a Castelleone, borgo originario della sua famiglia, ma considera sempre come sua vera patria il paese di Moscazzano in cui era nata: a questo borgo dedicherà alcune delle sue più ispirate liriche; di esso inoltre adotterà la lingua per tutta la sua produzione in vernacolo. Frequenta le scuole inferiori presso il Collegio del Sacro Cuore a Cremona e successivamente, dal 1936 -anno della fondazione - le superiori presso l'Istituto Magistrale di Crema. Approfondisce e completa la sua formazione culturale con studi autodidattici: letteratura italiana ed europea; lingue straniere quali il francese, l'inglese e il tedesco; storia e filosofia. Terminati gli studi regolari trova impiego, quale segretaria, presso il Credito Commerciale a Crema. Dopo il matrimonio con Franco Agostino nel 1946, si trasferisce dapprima a Milano, e quindi a Genova. Nel 1954 torna definitivamente a Crema.
Affascinata da sempre dalla poesia, Luisa Agostino Capoferri nella prima parte della sua vita si dedica interamente alla famiglia e all’impresa familiare, privilegiando il suo ruolo di moglie, di madre e di imprenditrice a quello di scrittrice, pur non tralasciando i suoi interessi personali tra i quali le composizioni dialettali. È evidente come in questo primo periodo abbia imparato a leggere le circostanze della vita attraverso le cose semplici di tutti i giorni. La poesia e il pensiero sono pervasi dall’amore, sia esso per la propria terra, che per la propria famiglia, o per gli altri esseri viventi: unica emozione in grado di dare vera sostanza all’esperienza di vita.
Solo dopo la prematura scomparsa del marito e con i figli ormai cresciuti, sceglie di dedicarsi con più costanza alla composizione in lingua, divenendo di fatto una delle più prolifiche poetesse del territorio. La vasta produzione raccolta nelle Opere complete, conta quasi 500 pagine, comprendendo non soltanto le poesie, ma anche alcuni racconti e prose critiche. È in questo secondo periodo della vita che approfondisce le sue conoscenze, incontra gli intellettuali del tempo e ne viene apprezzata sia per la cultura acquisita, ma soprattutto per la sua curiosità che la indirizza ad approfondire diversi contenuti.
Alla sua morte, avvenuta nel 1994, Luisa lascia i suoi scritti, anche molti ancora inediti, appuntati sul retro di foglietti dell’uso quotidiano della sua attività domestica, come una traccia indelebile del suo passaggio nel territorio cremasco. La comunità cremasca non ha dimenticato la sua voce: nel 2016 a Crema a lei è stato dedicato un Festival della poesia, segno che i suoi versi continuano a camminare, a farsi ascoltare, a raccontare un modo di vivere semplice e profondo.
Bibliografia
Il volume di riferimento per la sua poesia in vernacolo: A la me tèra cremasca è a cura di Vanni Groppelli con la prefazione di Iris Torrisi Mandricardi, disegni di Gil Macchi, Tipografia Trezzi, Crema 1980.
La sua produzione in dialetto cremasco è accolta in questa prima opera: una scelta dettata dal pudore e dalla modestia dell'autrice, nonché dal suo amore per l'innocente semplicità della lingua locale.
A la me tèra cremasca
È un libro che documenta un percorso di formazione [...]; un libro di messa a fuoco di temi e strumenti poetici, e insieme la documentazione dell'ampiezza di orizzonti, della sensibilità specifica di una Crema colta e operosa, magari "pruincialòta" ma ancora attenta alla sostanza miracolosa del nascere, dell'accomunarsi, del morire. A questa Crema Luisa Agostino apparteneva con le persone migliori della sua generazione, e possiamo senz'altro capire la ragione del successo di questo volume e la permanente attenzione di cui gode presso i cultori della poesia dialettale" (prof. Franco Gallo).
Opere complete
La poetessa pubblica per lo più in forma privata diversi volumi, a dimostrazione dell’enorme mole di poesie e componimenti realizzati nei pochi anni di attività in veste di autrice. Per la sua vasta e varia produzione di poesie e prose, anche e soprattutto in lingua italiana, Luisa Agostino ottiene numerosi riconoscimenti a livello internazionale: le sue liriche sono tradotte in francese, ceco, greco e slovacco; diviene presidente per la Lombardia del Centro Internazionale Studi di Poesia e Storia delle Poetiche; membro del Consiglio di Presidenza dell'UESA (Unione Europea Artisti Scrittori e Scienziati); membro del Consiglio Direttivo dell'Associazione Critici Letterari Italiani. Ha proficui contatti con numerosi e prestigiosi intellettuali: Gaetano Salveti, Maria Pia Argentieri, Maria Pina Natale, Federico Hoeffer, Nino Ferraù, Michele dell'Aquila, Giacinto Spagnoletti e Kostas Valetas.
Tutti i suoi scritti sono raccolti e pubblicati in un unico volume. L’opera (a cura di F. Gallo, Stampa Grafin, Ombriano di Crema, 2006) contiene infatti l’intera produzione della poetessa ed è stata realizzata dai figli Maruzza Agostino Gasparini e Stefano Agostino.
Poesie
Molti poeti hanno dedicato poesie alla città di Crema: Federico Pesadori, Piero Erba, Annibale Carniti e tanti altri, ma nelle poesie della Agostino troviamo l’amore per le bellezze della città; qui lei si sofferma sugli aspetti che descrivono il paesaggio l’ambiente e le persone. Recuperiamo suoni, colori e immagini che sarebbero molto difficili da trovare altrove. La poetessa scrive con accenti spontanei, accurati e li impreziosisce con le immagini che ancora la città offre alla vista di chi percorre le sue vie strette, non proprio diritte, che nascondono veri tesori. Manca forse oggi l’aspetto sociale dell’abitato, che in centro assomiglia a tante altre contrade cittadine, piene di negozi sfavillanti, di uffici, di abitazioni chiuse, dove nessuno si siede più sulla porta a chiacchierare: dove non risuonano più nelle strade i suoni del dialetto.
A Crèma
Ta arde, Crèma, e me ta ôre bé,
in se pruincialòta mè ta sét,
le strade ‘ncentro strète mìa tant dréte,
‘ndoe s’ancùntrem e sa salüdem töi.
E ta ôre bé, ‘nse cume ta sét,
coi bei palas antich töi pié da storia,
dai gran scalù e i bei cancèi batìt,
i giardì verd scundìt dai purtegàt,
con le to Cese ‘nse slanciade e nète,
cume ‘l to Dòm töt gòtech e ‘nse ècc,
o töte urnade ‘ncòt e baruchèt
e piene da pitüre e gran afrèsch;
e con le case dentre i burgh antich,
piene da crèpe, che le sta pö ’n pe,
con i to cantunsèi e i vìcoi strèt,
’n doe le done le sta fora da l’ös,
setade zo per cüs o per parlà;
e ta ma piaset ne la cità noa,
coi to giardì che a magg i’è pié da rose,
e da prüföm da tigli e da rübì.
…
Ta sét pruncialôta, quèl l’è era,
ma sèm ché amò cumè ’n da ’na faméa,
coi so petegulès e i so difèt,
ma, töi ansèm per pians o ralegràs.
A Crema - Ti guardo, Crema e ti amo, / pur provinciale come sei, / le strade in centro strette e non tanto diritte, / dove ci incontriamo e ci salutiamo tutti. // E ti voglio bene. Così come sei/ coi bei palazzi antichi/ ricchi di storia, / con ampi scaloni e cancelli di ferro battuto/ i giardini verdi nascosti dai porticati, / con le tue chiese slanciate e pulite, come il Duomo gotico e così antico/ e tutte adornate in cotto e barocchetto/ e piene di pitture e grandi affreschi; / con le case dentro i borghi antichi, / pieni di crepe, che non si reggono più, / con i tuoi cantoni e vicoli stretti, / dove le donne stanno sull’uscio, sedute a cucire o a chiacchierare; / e mi piaci anche nella parte nuova, / coi giardini che a maggio son pieni di rose, / e di profumo dei tigli e robinie.// Sei provinciale questo è vero, / ma viviamo ancora come in una famiglia, / con i pettegolezzi e i difetti/ ma siamo tutti uniti nel piangere o nel rallegrarci.
La poesia seguente, dedicata alla terra cremasca, è stata la più amata dalla stessa autrice, tanto che la usò come chiusa del suo unico libro in dialetto e ne impiegò il titolo per definire l’intera silloge. La poetessa esprime in questa lirica un profondo e sincero amore filiale per la sua terra. In endecasillabi fluidi e sonori, ne descrive con commozione e tenerezza la bellezza e lo fa con lo stesso animo con cui si esprime un bambino che parli della sua mamma: con stupore, meraviglia e orgoglio. Ne risulta un ritratto molto ricco, puntuale e realistico della tèra cremasca, senza forzature linguistiche, senza retorica. Non una nenia, ma un canto d’amore.
A la me tèra cremasca
Quand che turne da 'n viagg ne la me tèra,
ma sente slargà 'l cor, bȏfe fin mèi.
Gh'o dentre amò 'n da i'occ al mar e i munt,
coste meravigliuse e tanta zent;
quand ta ritróe, però, tèra cremasca,
quand vède lé 'l to verd e le to umbre,
sente udur d'erba ömeda taiada,
o da fé sèch e vède i to culur,
sente rià sö 'na cumusiù dal cor;
ma sente a ca' 'n du gh'o le me radìs;
cumè 'na pianta 'n da la giösta tèra,
ma sente a pòst, turnada 'n dal pòst giöst.
…
E varde la belèssa del to ciel
nei ross tramunt, quand al par töt da foch
e 'n da i dé d'aötön, quant che la fuschìa
la sföma i to culur, mè ‘nvèl legér
calat zo 'n facia d'una dona bèla.
me 'l tire sö sto vel, pianì pianì:
al tire sö con gran delicatèssa,
per capì bé töta la to armunìa,
per vardà bé töta la to belèssa.
Una bèlessa che la va capìda:
l'é lé tranquila, dulsa, delicada,
traèrs quel che la scund la va cercada,
in se sfümada e lé 'n se silensiusa,
ma... la t'ampiena 'l cor dopo truada.
Alla mia terra cremasca - Quando torno da un viaggio nella mia terra, mi sento allargare il cuore, respiro meglio, / Ho ancora negli occhi il mare e i monti, / coste meravigliose e tanta gente; // quando ti ritrovo, però, terra cremasca, quando vedo il tuo verde e le tue ombre, / sento l’odore d’erba umida tagliata, / o di fieno essiccato e vedo i tuoi colori, // sento arrivare una commozione dal cuore; / mi sento a casa dove ho le mie radici; / come una pianta nella sua terra, / mi sento al mio posto, tornata nel posto adatto. // E guardo la bellezza del tuo cielo, / nei giorni d’autunno, quando la foschia/ sfuma i tuoi colori, come un velo leggero/ calato sulla faccia di un bella donna. // Io lo alzo questo velo, pian piano; // lo alzo con grande delicatezza, / per ammirare bene tutta la bellezza, / una bellezza che va capita: // è lì tranquilla, dolce. delicata, / attraverso ciò che nasconde va cercata, così sfocata e lì così silenziosa, / ma ti riempie il cuore averla ritrovata.
Un’altra poesia è dedicata a un luogo sacro della devozione religiosa: è una chiesetta del paese natale dell’autrice che pur completando, in un certo senso, la memoria lirica dell’infanzia, rimanda per i temi e per il lessico delle ultime due strofe, alla sua età poeticamente più matura: quello del tempo della poesia in lingua italiana.
Questa composizione restituisce con grande delicatezza un rapporto con il paesaggio che precede qualsiasi discorso moderno sull’ambiente, ma ne incarna già l’essenza più autentica: la percezione della natura come presenza viva, custode di memoria e compagna silenziosa dell’esistenza umana.
Alla Cesülina da la Madona del Prat da Muscasà
Sfümada ’n da la nebia d’aötönn
sperdida sota ’na querta da nef
piena da prüföm da fé a primaera.
Angol fresch che ristora,
an da la calüra d’estat.
In se ta portem nel cor
cesulina da la Madona dei Prat.
Anturne camp, urizunt e vui d’uzèi
E ognü ’l so ciel ne l’aqua che bisìga
lé, tra l’erba scundida e le radìs
che fa burdüra a mela fusadèi,
una presensa che ’mpiena töta l’aria
una us ne le foe che le sturmess:
Per la me crus, o fioi, an un po’ da pas
per la me crus, cerchif da urìs bé.
Alla chiesetta della Madonna dei prati di Moscazzano - Sfumata nella nebbia dell’autunno, / o sperduta sotto una coperta di neve/ piena dei profumi del fieno a primavera, / angolo che ristora/ nella calura d’estate, / così ti portiamo nel cuore, chiesetta della Madonna dei Prati. // Intorno campi, l’orizzonte e voli d’uccelli/ e ognuno ha il suo cielo nell’acqua che sussurra, / lì tra l’erba nascosta e le radici/ che fanno il bordo di mille fossi/ è una presenza che riempie tutta l’aria. / Una voce tra le foglie che stormiscono: / per il mio dolore, o figli un po’ di pace, / per la mia croce cercate di volervi bene.
La brina è una poesia che si inserisce nel solco di una voce che, anche nella precedente Chiesetta, rivela una tensione costante verso l’armonia: un’arte che non si impone, ma si offre come sguardo, come ascolto, come silenzio. La natura, in questo tempo evocato, non è solo cornice: è complice, testimone, rifugio. In particolare, l'uso di versi di lunghezza variabile riflette l’alternanza tra momenti di riflessione e di sorpresa, accentuando il contrasto tra la tristezza iniziale (i "rami neri e nudi") e la bellezza ritrovata (la "brina" che trasforma il paesaggio). Anche la scelta di un linguaggio ricco di immagini sensoriali e il continuo rimando a una bellezza quasi fiabesca, sono sostenuti dal ritmo fluido e dalle pause che la metrica libera permette, rendendo il testo dinamico, ma al tempo stesso contemplativo. La poesia, quindi, si adatta alla metrica libera per enfatizzare la libertà e la bellezza della natura che, senza regole fisse, si manifesta in modo imprevedibile e sorprendente.
La brina
Grasie, o brina, da ìga trasfurmat
stanòt al me giardì, 'n d'un mund da sogn;
l'è lé che 'l par fin quasi ricamat
e 'l cor al gôd: dal bèl al gh'à bisogn.
L'erba da i prat, l'è lé töta smerlada
da perle bianche ’nsèm a fìi d'argent,
ogni pianta l'è quasi trasfurmada
an d'an gioch da brilant töi sberlüzent.
Quei ram che ier amò dal ciel sö ’l sfund,
’n se negre e nüd, i faa tanta tristèssa
e i ta daa 'n sens da scurament prufund,
ancò a vardai i mèt fin alegrèssa.
Te ta ritrôet an mund da i ann quei bei,
quand l'era lé, daànti a te ’ncantat;
‘n da l'inucensa sa sentìem fredei;
grasie o brina, con te l'ho ritruàt.
La brina - Grazie, o brina, di aver trasformato/ questa notte il mio giardino, in un mondo di sogni; / è lì che sembra perfino ricamato/ e il cuore gode: ha bisogno del bello. // L'erba dei prati, è tutta smerlata/ di perle bianche con fili d'argento, / ogni pianta è quasi trasformata/ in un gioco di brillanti splendenti. // Quei rami che avevano ancora ieri il cielo sullo sfondo, / così neri e così nudi, facevano tanta tristezza/ e ti davano un senso di oscurità profonda, / a guardarli oggi mettono perfino allegria. // Ti ritrovi in un mondo di anni veramente belli, / quando era lì incantato davanti a te; / e nell'innocenza ci sentivamo fratelli; / grazie, o brina, con te l'ho ritrovato.
La poesia di Luisa Capoferri A la Madòna del lat, dedicata a un’altra madonna, è un inno sommesso e contemplativo alla bellezza nascosta nei luoghi semplici e sacri. La chiesetta del Marzale, immersa nel verde e lambita dal Serio, diventa qui non solo scenario, ma interlocutrice silenziosa di un’anima in cerca di espressione. Il testo si muove tra desiderio e impotenza: il poeta vorrebbe essere pittore, musicista, scrittore, ma si scopre solo pellegrino del sentimento, incapace di fissare sulla tela, o in uno spartito o sulla pagina l’incanto che lo pervade.
La lingua, semplice e intensa si fa veicolo di una spiritualità concreta, fatta di profumi, ombre, silenzi e presenze invisibili. I versi della poesia sono raggruppati in quartine eccetto l’ultimo che è isolato, forse per metterlo in risalto rispetto agli altri.
A la Madòna del lat
(’n da la cesulìna del Marsàl)
Perchè ès mìa ’n pitur, o Cesulìna,
che al Marsàl ta stet là, tra’l verd dei bosch,
e pudì mìa fermà con i culur
al to incant, là tra i prat, al Sère, al ciel?
Perchè saì mìa da müsica, o Signur
pudì mìa ripèt an armunée,
i vui d’usèi, i frèmet, le us scundìde,
i’umbre e le lüs che ’mpiena la to pas?
Perchè ès mìa ’n scritur, o Madunina,
per mèt sö ’n foi, quel che’n dal cor ma passa
quand so daànti a te e pieghe l’anima,
ne l’umbra fresca d’un silensio fund?
An prüföm da fior da camp e d’incens
e ’n fresch da Cesa i ristora ’l me cor;
e la Madòna del Lat sö l’altar
con me la sculta ne l’umbra, tra i mür,
tanti pass d’àngel che i côrr a pé nüd.
Alla Madonna del Latte (nella chiesetta del Marzale) - Perché non essere un pittore, o Chiesetta, / che ti trovi là al Marzale/ tra il verde dei boschi, / e non poter fissare con i colori/ il tuo incanto, là tra i prati, il Serio, il cielo? // Perché non conoscere la musica, o Signore, / e non poter ripetere in armonia, / i voli degli uccelli, i fremiti, le voci nascoste, / le ombre e le luci che riempiono la tua pace? // Perché non essere uno scrittore, o Madonnina, / per mettere su un foglio, quello che mi passa nel cuore/ quando sono davanti a te e prostro l’anima, / nell’ombra fresca di un silenzio profondo? // Un profumo di fiori di campo e d’incenso/ e un fresco di chiesa ristorano il mio cuore; / e la Madonna del Latte sull’altare / con me ascolta nell’ombra, tra i muri, // tanti passi di angeli che corrono a piedi nudi.
Nel testo che segue l’autrice racconta un’infanzia felice e spensierata, vissuta all’aria aperta, dentro una comunità familiare numerosa, dove il gioco non era qualcosa di separato dalla vita quotidiana, ma nasceva spontaneamente dal lavoro, dalla natura, dalla presenza degli altri. Allora era un’infanzia che si costruiva nel corpo, non solo nella mente e. leggendo la poesia della Agostino, nasce spontaneo il confronto: se tutto ciò oggi non esiste più o spesso ogni membro della famiglia vive in un proprio tempo separato; se oggi i giochi sono quasi sempre mediati da uno schermo: non c’è rischio, non c’è sorpresa tattile, non c’è odore di erba o di fango: il divertimento è più controllato, più sicuro, ma anche meno formativo? Se la libertà fisica è molto ridotta, c’è ancora la possibilità di sperimentare davvero?
La nostalgia della poetessa, nella strofa finale, non è solo per i giochi, ma per un modo di vivere, non programmato, non sorvegliato, non compresso tra mille impegni, allora il ricordo dei bambini di oggi sarà domani un ricordo meno corporeo, meno selvatico, meno legato alla natura e alla famiglia allargata?
Al me paés
Al nom del me paés l'è Muscassà;
l'è là sö i dòss, tra 'l verd da la campagna,
près a le füghe che côrr zo 'n vèrs l'Ada,
a près ai bosch, al fiöm, an tanta pas.
Me so nassìda là 'n da le vacanse,
al temp che i me 'ndaa là a passà l'estat;
là gh'o i me vècc, sutrat al cimitere,
la casa ècia, quèla da famèa.
Là so turnada ogni ann per la vendèmia,
fin quand al mund gh'è stat noni e papà;
là so turnada quand gh'è stat la guèra,
quand che le bumbe i'è riàde a Crema.
Quand töi per la vendèmia sa truàem,
nuàltre s'ciat (sìem là tanti cuzì)
i ma purtàa a fora 'nséma al carr,
che pié d'erba, la sera, 'l turnàa a cà.
E a me da rane i m'ampienìa 'l scusàl,
che me tiràe sö per fa 'n fagòt,
ma quand che lur le cuminciàa a saltà,
mulàe zo töt... e ma la fae scapà.
I me cuzì 'n po' anche i s'anversàa,
ma po i ridìa mè mat anvèrs da me:
«Ma te gh'ét pura? Ma le fa mìa nient;
sa èd che ta sét pròpe da cità».
Me restàe lé töta murtificada,
ma po s'ciupàem a réd a piena gola;
me sìe l'ünica fiola; lur töi mas'c,
e in se i cercàa da ütàm a côrr nei camp,
a saltà i fòss, anda sö e zo dai carr
andà sö, sö le piante a catà i fich,
a sbàtes zo 'n da l'erba e a fa capriole:
oh, che bei temp! Mè sìem mai spenseràt!
Il mio paese - Il nome del mio paese è Moscazzano; / è su un dosso, tra il verde della campagna/ presso le fughe che corrono giù verso l’Adda, / presso i boschi, il fiume, tutto in pace, // io sono nata lì nelle vacanze, / al tempo che i miei genitori passavano lì l’estate; / lì ho i mei vecchi, sotterrati al cimitero, / la casa vecchia, quella della famiglia. // Lì sono tornata ogni anno per la vendemmia, / fin quando al mondo ci sono stati nonni e papà. / Lì sono tornata ogni quando c’era la guerra, / quando le bombe sono arrivate a Crema. // Quando tutti ci trovavamo per la vendemmia/ i ragazzi ( eravamo là in tanti cugini) / mi portavano al lavoro nei campi sopra il carro, / che colmo d’erba, la sera tornava in cascina. // Mi riempivano di rane il grembiule, / che io alzavo per fare un fagotto, / ma quando loro cominciavano a saltare, / lasciavo andare … e le facevo scappare. / I miei cugini, un po’ si arrabbiavano: / ma dopo ridevano come matti verso di me: /” Ma tu hai paura? Ma non fanno niente; / si vede che sei proprio di città”. // Io restavo molto mortificata, / ma poi scoppiavamo a ridere a piena gola; / io ero l’unica ragazza: loro tutti maschi, / e così cercavano di aiutarmi a correre nei campi, / a saltare i fossi, ad andare su e giù dai carri/ andar su in alto, sulle piante a raccogliere i fichi, / gettarsi nell’erba e a fare le capriole: / oh che bei tempi! Che bello era vivere senza pensieri!
Nella poesia successiva l’autrice presenta un tema universale: la solitudine, affrontata non con disperazione ma con la consapevolezza che trasforma l’esperienza personale in parola significativa, che proprio attraverso la scrittura dà forma e dignità a un dolore che altrimenti resterebbe muto. La poetessa la affronta scegliendo parole che non gridano, ma sussurrano. Non c’è disperazione, bensì un ascolto attento del proprio stato d’animo. La ripetizione restar sola, scandisce il ritmo e diventa quasi un mantra: la solitudine viene nominata, riconosciuta, accettata. In questo modo la poesia diventa un atto di resistenza, un modo per convivere con il vuoto senza esserne annientati. Attraverso immagini quotidiane, la poetessa dà voce all’assenza, con ripetizioni significative e parole semplici, ma cariche di emozioni, trasforma il dolore in linguaggio. Così la solitudine non è più solo un peso, ma diventa esperienza condivisa, capace di toccare chi legge.
Restà 'n per te
Restà 'n per te, 'n da la to casa
che la t'era 'n se cara,
piena da éta, da us e da amìs,
e che adès la ta par granda e ôda,
silensiuza e töta urdinada
e che quase la ta fa 'n po' pura;
restà 'n per te, quand la matìna
ta sa dessèdet, sensa pö 'na us amìsa
che t'angüra 'na buna giurnada
e 'na ma che ta strenze la toa;
restà 'n per te, quand l'è ura da mètes a taola
e ta àrdet al to piat lé 'n per lü
e 'l vôt anturne sö la bianca tuaia
e ta penset a altre taulade,
e lü dret là zo a capotaola;
…
Restà ’n per te con töcc i ricorde,
sö 'na strada che faef an du;
e ciamà, e rispund pö nüssü,
e vèd pö an doe l’è che finess
al to andà, per mèt zo sto gran pés
che ta schessa e ta strenz al to cor:
purtàl töt e per sempre ’n per te.
Restare da sola - Restar sola, nella tua casa/ che ti era così cara, / piena di vita, di voci, di amici, / e che ora ti sembra grande e vuota. / silenziosa e tutta ordinata/ e che quasi ti fa anche paura; // restar sola, / quando al mattino/ ti svegli, senza più una voce amica/ che ti augura una buona giornata / e una mano che stringe la tua: // restar sola, nella tua casa/ che per te era così importante, / piena di vita, di voci e di amici, / e che adesso sembra così grande e vuota, / silenziosa e sempre ordinata / e che quasi fa un po’ paura; // restar sola, quando arriva il momento di mettersi a tavola// e guardi al tuo piatto solitario/ e il vuoto attorno alla bianca tovaglia/ e pensi ad altre tavole in cui era seduto là a capotavola; // restar sola, con tutti i ricordi, su un percorso che abbiamo tracciato in due; / e chiamare e nessuno risponde, / e non vedere più dove finirà/ il tuo cammino/ per abbandonare questo grande peso/ che ti schiaccia e ti stringe il cuore: / portarlo tutto e per sempre da sola.
La poesia Tristèsa esprime una riflessione profonda su questa sensazione che pervade l'intera esistenza della poetessa. Rispondendo a una domanda sul motivo di tale malinconia, Luisa rivela che non basta una vita che potrebbe sembrare apparentemente soddisfacente, per allontanare quel vuoto interiore. La tristezza nasce da un passato che non si può più recuperare e da sogni svaniti nel tempo. C'è un continuo confronto tra ciò che si sperava e ciò che è stato, con il cuore che batte per le speranze che non si sono mai realizzate. La solitudine emerge nelle giornate in cui il peso del cielo sembra insopportabile e la distanza dalle persone che un tempo erano vicine diventa incolmabile. La pace tanto cercata appare lontana, come qualcosa che si trova solo alla fine di un cammino ormai segnato dalla tristezza stessa.
Tristèsa
La dumanda: “Da’ndóe vee la tò tristèsa?”
che ta m’ét fàt con tànta maraéa
dopo che i me pór vèrs ta gh’ét lezìt
la ma òbliga a dàt a ’na rispòsta
e a pensà sö töt quel che g’ó scriìt.
…
“Da ’ndóe ve la tò tristèsa? - ta m’ét dét-
con la faméa, la cà, la cundisiù
con töt quel che la éta la t’à dàt?”
“L’è mia töt ór, quel che rilüs t’al sét!
Tanta malincunéa per al pasàt
l’è ricérca d’an mund che g’ó sugnàt
che gh’è sparìt con i àn daànti a me.
Cèrte sperànse, ’n quai ilüsiù finìde
i baticór, le làgrime pianzìde
sentìs an se ’n per té cèrte giurnàde
quand al cél al ta ’e adòs cumè ’na càpa
quand ta séntet che fin le ùs amìze
an fund a l’urizùnt le s’è perdìde
i è la fùnt da ’ndoe nàs la me tristèsa
ansèm al pensér che la pàs cercàda
l’è là ‘n fùnd, dóe g’à fìne la me stràda” .
Tristezza - Da dove viene la tua tristezza - mi hai chiesto con tanta meraviglia dopo aver letto i miei poveri versi, / mi obbliga a darti una risposta/ e a ripensare su ciò che ho scritto. // “Da dove viene la tua tristezza/ con tutto quello che la vita ti ha concesso/ la famiglia, la casa, la condizione sociale”. // “Non è tutto oro quello che luccica lo sai. / Tanta malinconia per il passato/ la ricerca di un mondo che ho sognato/ che è sparito cogli anni davanti a me. // Certe speranze, qualche illusione finita/ il batticuore, le lacrime versate / sentirsi sola in certe giornate/ quando il cielo ti pesa addosso come una cappa/ quando senti che anche le voci amiche/ in fondo all’orizzonte si sono perse/ è la sorgente della mia tristezza/ insieme al pensiero che la pace cercata/ è là in fondo dove ha fine la mia strada.
Abbiamo scelto tra i testi della poetessa questo Rìa la primaera, che pur con una struttura semplice è molto armoniosa e lineare, è allo stesso tempo ricca di movimenti interni. È costruita come un piccolo percorso emotivo che parte dall’osservazione della natura e arriva alla rinascita interiore. La prima parte è descrittiva: presenta immagini luminose, concrete, legate alla terra e ai fiori. È un’apertura visiva, quasi pittorica che prosegue poi dal giardino al cielo e dal cielo al cuore dove la descrizione diventa riflessione.
Le immagini quotidiane sono disposte in modo da creare un crescendo: in una progressione che amplia lo sguardo e poi lo riporta dentro, trasformato. Il tutto crea una cornice emotiva iniziando con un cuore che si scalda e terminando con un cuore che si riempie di speranza. La poesia si conclude con un verso che “sale” (il miracolo del Signore) e subito dopo “scende” (la speranza nel cuore). Questo movimento verticale dà alla poesia una sensazione di completezza, come un respiro che si apre e si richiude. Questi due piani si rispecchiano continuamente, creando un parallelismo, che è la vera ossatura del testo.
Rìa la primaéra
Al mé giardì l’è adré che ’l sa desèda:
i fiór da San Giuzèp iè töi fiurìt,
i pàr an ràg da sùl an mès al pràt:
ansé festùs, töi giàld, i scàlda ’l cór.
….
Al cél lìmped e legér al pàr an vèl,
al pàr anfìnes che ‘l sa móe e ’l sa slàrghe,
cuma sa slàrga ’l me cór al ventezèl,
e daànti al miràcol dal Signór,
ma tùrna la sperànsa da ’n témp bù
e la ma rìa zó dréta
’n fùnd al cór.
Arriva la primavera - Il mio giardino, si sta svegliando; / i fiori di San Giuseppe sono tutti fioriti, / sembrano raggi di sole in mezzo al prato: / così festosi, tutti gialli, riscaldano il cuore. // Il cielo limpido e leggero sembra un velo, / sembra perfino che si muova e si allarghi/ come si allarga il mio cuore al venticello / e davanti a un miracolo del Signore, / mi torna la speranza dei tempi sereni/ e mi scende dritta in fondo al cuore.
I poeti cremaschi amano la pianura, ne interiorizzano le bellezze e la descrivono secondo lo scorrere delle stagioni. In questa poesia di Luisa Capoferri, leggiamo un inno alla pace notturna, dove il silenzio non è assenza, ma presenza: popolato da suoni discreti, da luci gentili, da immagini che invitano al raccoglimento. L’autrice sembra cercare un rifugio dalla vita quotidiana, un luogo dove il cuore possa finalmente riposare. È come se trovasse in quel mormorio dell’acqua la compagnia ideale per il suo bisogno di silenzio.
Nòt d'estat
Ne l'angol la funtana del giardì
la spècia 'n ciel prufund e töt stelàt;
la canta e i la cumpagna col viulì
i grì scundìt ’n da l'erba zo ’n dal prat.
La nòt la s'è stendìda lé velada,
sö l'erba, sö le piante e zo sö i fior;
la dòrma lé serena a la rusada,
la spera che nel son pòsse al nost cor.
E 'nturne la gh’à lé ’na fiaculada,
lüzirole che gira ’n dal giardì;
col löm le va sö l'erba 'n po bagnada
per fa lüs a l'urchèstra dà i viulì.
E adès anche la lüna l’è riàda,
bianca, luntana e vècia cume ’l mund,
la ’nlümina la nòt, lé bandunada
nel silensio che adès l'è ché prufund.
S'è quetat ogni us; tas fin la rana
per rispetà la nòt an dal so son:
adès canta sultant la me funtana
e la spècia ’n da l'aqua tanti löm.
Notte d’estate - Nell’angolo la fontana del giardino/ rispecchia un cielo profondo e tutto stellato; / canta e l’accompagnano col violino/ i grilli nascosti giù nel prato. // La notte si è distesa, lì velata, / sull’erba, sulle piante e giù sui fiori; / dorme lì serena alla rugiada, e spera che nel sonno riposi il nostro cuore. // Intorno ha una fiaccolata, / lucciole che girano nel giardino; / con le luce vanno sull’erba un po’ bagnata / per far luce all’orchestra di violini. // E adesso anche la luna è arrivata, / bianca, lontana e vecchia come il mondo, / illumina la notte, lì abbandonata/ nel silenzio che ora è qui profondo. // S’è spenta ogni voce; tace anche la rana/ per rispettare la notte che dorme: adesso canta soltanto la mia fontana/ e rispecchia nell’acqua tante luci.
Nella poesia La fiama, Luisa Agostino esplora la potenza dei suoni e dei rumori come espressione dei sentimenti dell'animo. La "fiamma" diventa simbolo di una figura centrale, una fonte di calore e vitalità che, attraverso la sua presenza, anima la casa e la vita. I rumori costruiscono un'atmosfera di gioia e vivacità, in cui il cuore si riflette, allegro e pieno di energia. La ripetizione dei suoni nel cuore della poesia (una vena canterina nel mio cuore) rafforza l'idea che la musica e i rumori siano intimamente legati ai sentimenti: essi diventano la metafora di un'armonia che risuona nell’anima, creando un legame profondo tra ciò che è esterno e ciò che è interno.
Ma quando la casa, un tempo viva di suoni e colori, diventa silenziosa, si perde la fiamma e nasce il silenzio: è la fine di una fase della vita, espressa dalla "vena canterina".
La consapevolezza finale porta l’autrice ad ammettere che non canterà più: è il punto culminante di un percorso in cui i rumori diventano il linguaggio di un sentimento che si è spento.
La fiama
Gh'era 'na ôlta na casa ’nlüminada da ’na fiama,
la fiama da ’na bèla testa bianca,
al calur da la so us decisa,
al frecass dal so pass sicür
e gh'era ’nturne ridìde e us da fioi,
sghii e cursète legere da s’ciatì,
culur alegre da fior e ragg da sul.
Gh'era 'na ôlta ’na éna canterina,
'na éna canterina 'n dal me cor,
e la cantaa ’l calur da la me casa,
le us, le ridìde e i bei culur,
i sghii e le cursète da s'ciatì,
ansèma a la lüs da la so fiama.
Adès la fiama la gh'è pö: la s'è smursada,
s'è tasìt la so us e töcc i sghii,
le cursète legere e le ridìde.
La me éna canterina l’è secada
e me ’l sente: la canterà mai pö.
La fiamma - C'era una volta una casa illuminata da una fiamma, / la fiamma di una bella testa bianca, / il calore della sua voce decisa, / il rumore del suo passo sicuro/ e attorno c'erano risate e grida di fanciulli, / strilli e corsette leggere di bambini, / colori allegri di fiori e raggi di sole. // C'era una volta una vena canterina, / una vena canterina nel mio cuore, / e cantava il calore della mia casa, / le voci, le risate e i bei colori, / gli strilli e le corsette dei bambini, / assieme alla luce della sua fiamma. // Adesso la fiamma non c'è più: si è spenta, / s'è zittita la sua voce e tutti gli strilli, / le corsette leggere e la risate. / La mia vena canterina si è seccata/ ed io lo capisco: non canterà mai più.
Vogliamo riportare su queste pagine un piccolo gioiello cucito col filo dell’affetto, tenero e appassionato, di una nonna che gioca con la nipotina. Le sue scarpine nascoste in un angolo le riportano alla mente le ore liete che ha trascorso con lei, forse il giorno prima, forse tanto tempo fa. Ma su questa giovane creatura, il tempo non riesce a lasciare nessun segno: il ricordo della gioia provata dalla nonna, resta intatto.
Scarpìne rosse
Gh'o truàt ché le scarpetìne rosse,
del me dunì, vôi dì la me neudìna:
i'era restade lé abandunade,
an d'un cantù guarnàt da la cüsìna.
Signur me, che rubì! Se i'è picinìne!
Le tôde sö con gran delicatèssa,
le strense a me, le base e ma rìa sö,
ché dentre al cor, an grop da tenerèssa.
Ma par da èd lé dentre i so penì,
da èd a côrr le so gambète tunde,
da sent le so redìde, i so versèt,
da èd al so crapì a unde biunde.
La vède ’ndà da cursa per la ca’,
e me a dré che ôre 'n po' ciapàla,
strensela sö, tiramela sö 'l cor,
schisàga ’n po' la facia e po basala.
E le la côrr, la réd e la sghiléss
e po la và a scùndess puss a l'ös;
la spèta che me rìe e la sta schessa;
me cerche e fo mè le gna la ga föss.
An bel mument ta èdet a spuntà
an resol biund e ’n occ lé töt fürbèt,
e po spunta ’na spala, ’l so crapì,
e la réd e la par an passerèt.
La côrr vea e me a dré, an tund an tund;
sèm ché sultant me e le e le so cursète,
ma par riàt an ca' fin töt al mund,
pié da versèt e curse da scarpète.
Scarpine rosse - Ho trovato qui le scarpine rosse, / della mia donnina, voglio dire della mia nipotina: / erano rimaste lì abbandonate, / in un angolo inutilizzato della cucina. // Mio Dio che piccola cosa! Come sono piccole!! / Le prendo in mano con tanta delicatezza, / le stringo a me, le bacio e sento/ qui dentro al cuore, un nodo di tenerezza. // Mi sembra di vedere lì dentro i suoi piedini, / di veder correre le sue gambette tondeggianti, / di sentire le sue risate, i suoi versetti, / di vedere la sua testolina a ciocche bionde. // La vedo mentre corre per la casa/ e io che corro per prenderla, stringermela vicino al cuore, / schiacciarle un po’ il viso e poi baciarla… // E lei corre via, ride e piange/ e poi va a nascondersi dietro l’uscio; / aspetta che io arrivi e se ne sta silenziosa; / io la cerco e fingo di non vederla. // A un tratto vedo spuntare / un ricciolo biondo e un occhio furbetto, / e poi si vede una spalla, la sua testolina / e ride e sembra un passerotto. // E corre via e io la rincorro girando intorno; / siamo qui solo io e lei e le sue corsette, / ma mi sembra arrivato in casa il mondo intero/ pieno di strilli e corse di scarpette.
Conclusione
Vorremmo essere stati capaci di lasciare nei lettori sì un’eco emotiva, ma anche una consapevolezza culturale: non solo per il fascino della poesia di Luisa Capoferri, ma per il valore di ciò che rappresenta. La sua poesia non è solo un ricordo, ma un gesto di custodia che attraverso il dialetto, attraverso immagini semplici e luminose, ci restituisce un mondo che non c’è più, pur se continua a vivere nel suo canto. E mentre leggiamo i suoi testi ci accorgiamo che quel mondo non è perduto: è qui, nella sua poesia e ci ricorda che la bellezza è ancora possibile in una lingua che non chiede il permesso, ma arriva diretta alle corde dell’emozione.
E grazie alla sua poesia, il dialetto non appartiene più solo al passato: appartiene a chi sa ascoltarlo.
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