2 marzo 2026

Dalle Mura di Crema i sussulti di un poeta: viaggio nella poesia di Piero Erba

È assolutamente fuori discussione l’incredibile abilità di Piero Erba come rimatore e come verseggiatore: la sua prosodia e la sua metrica presentano rare incertezze e addirittura rarissime sono le rime non perfette.

Altrettanto fuori discussione è la sua competenza linguistica in campo sintattico e lessicale; c’è solo da notare qualche sovrapposizione del dialetto del contado su quello di città, che per altro è quello dominante. 

Prof. Luciano Geroldi 

dalla nota al testo di Quatre ciacere isé a la buna per parlà da Crèma

Biografia

Piero Freri (pseudonimo Piero Erba) nasce a Ripalta Arpina il 29 giugno 1924. Rimasto orfano della madre Maria, quando aveva appena sei anni. Cresce con tre fratelli e una sorella, accudito affettuosamente dalle due nonne, per lui: mama Una e mama Paulina. Affianca subito il padre nella gestione dell’osteria Al Sul e, poco dopo, nell’attività di puliról (pollivendolo).  

Pur non avendo potuto seguire un percorso scolastico regolare, sviluppa un’avida curiosità di conoscere. Passa ore nelle biblioteche del cremasco, assorbendo testi di ogni genere e imparando da sé metrica, filologia e storia locale. Questo studio solitario diventa la sua vera scuola, capace di alimentare una voce poetica autentica e radicata nel territorio.

Durante la Seconda Guerra Mondiale si trasferisce a Castelnuovo, conosciuto allora dai cremaschi con il nome delle Quade, dove per breve tempo svolge il ruolo di sacrista.

Finito il conflitto, mette a frutto intraprendenza e intelligenza, collaborando con il giornale di partito Il Cremasco e poi con il settimanale cattolico Il Nuovo Torrazzo. Successivamente il suo carattere estroverso lo fa approdare alla redazione del settimanale "II Nuovo Torrazzo", dove per anni è braccio destro del direttore don Natale Arpini.

Questa esperienza giornalistica gli offre nuovi stimoli e un contatto diretto con la cultura della città: la vita popolare diventa il terreno su cui si formerà la sua sensibilità poetica. 

Nel 1957 partecipa al celebre quiz televisivo nazionale di quegli anni: “Lascia o raddoppia?”, entrando nelle case degli Italiani. Esperienza inusuale per un poeta dialettale.

Quando rientra a Crema, si dedica con ancor più passione alle attività associative: entra nelle giurie dei concorsi di poesia dialettale, frequenta i circoli del vernacolo e conduce recite pubbliche delle sue composizioni e di quelle altrui. 

Negli anni ’70 inizia a scrivere versi in dialetto cremasco, ispirandosi alle storie di paese e ai racconti degli anziani del suo borgo, quello di San Pietro.

È mancato il 3 febbraio 2003. Nonostante la sua importanza, Piero Erba ha ricevuto una maggiore attenzione critica solo dopo la sua scomparsa, come dimostra la pubblicazione di raccolte e l’intitolazione di una via nel quartiere Sabbioni di Crema nel luglio 2019: segno del profondo affetto che la comunità nutre sempre per lui.

Bibliografia

Storia da Crèma, Edizioni Al Grillo, Crema 1979. 

Quatre vèrs an dialèt, Edizioni Al Grillo, Crema 1979.

Quatre vèrs metit ansèma...isé a la buna, per parlà da Crèma (Opera Omnia), (a cura del Gruppo Antropologico Cremasco), Libreria Buona Stampa, Crema 2005.

Nel 2005 Piero Erba riceve il Premio “Fausto Valsecchi” per la poesia dialettale, consegnato dal Centro Studi Crema. Diverse sue poesie sono state tradotte in italiano e in francese, promuovendo la conoscenza del Cremasco oltre i confini regionali. 

Oggi le sue raccolte sono conservate nella Biblioteca comunale di Crema e studiate nei seminari di linguistica regionale. Il pubblico cremasco lo considera tra i protagonisti della poesia dialettale, secondo solo a Federico Pesadori. La sua produzione è per lo più narrativa: evoca vicende storiche, racconta fatti politici e momenti di costume, senza rinunciare a passaggi lirici e riflessioni profonde. Il timbro dei suoi versi è fresco, sapido, pungente e aperto, riflettendo la mentalità e la lingua autentica della sua terra. Piero Erba padroneggia istintivamente prosodia, metrica e versificazione. Ama l’endecasillabo, spesso declamato in terzine dantesche o quartine, con rime curate e un eloquio sempre naturale, lontano dagli artifici retorici.

Dovendo operare una scelta nel numeroso materiale edito di Piero Erba, crediamo opportuno presentare e analizzare in particolare la sua opera più significativa, quella che ancora oggi ha un senso richiamare alla memoria di tutti. Del resto l’obiettivo di pubblicare online, articoli sulla produzione poetica dialettale cremasca, è nato per presentare ai lettori materiale che potrebbe essere ben presto dimenticato.

Non è comunque nostra intenzione tralasciare modelli della produzione poetica di Erba, in cui la società del suo tempo è protagonista assoluta ed è ancora nella memoria dei cremaschi. 

Di questi testi presenteremo, dopo La Storia da Crèma, esempi delle varie tipologie.

La storia di Crema

La Storia da Crèma di Piero Erba è quasi un’opera unica nella produzione dialettale cremasca, sia per la peculiarità dell'argomento, sia per l'ampiezza della composizione che ripercorre le vicende storiche dalla fondazione della città all'Unità d'Italia in cui l’autore attinge sia alle tradizioni mitologiche che alle fonti documentarie. Secondo un'amichevole confidenza dello stesso Piero Erba, l'opera rappresentò per lui un’improba fatica poetica, non solo per il rigoroso lavoro di ricerca d'archivio, ma soprattutto per la fedeltà allo schema degli endecasillabi e delle terzine dantesche scelto come forma metrica dell'intera composizione. 

Scrive C. A. Sacchi nel volume: Profilo della produzione poetica contemporanea in dialetto cremasco (dal Pesadori ai giorni nostri), Edizioni Leva, 2013, Crema.

 Non siamo qui di fronte ad un poema, ma a un insieme di varie e distinte composizioni, per di più non tutte volte all’esaltazione degli eroi o delle loro imprese. Piero Erba è un accattivante cantastorie: il suo racconto non ha la barbosità e la polvere delle lezioni tenute in un’aula scolastica, ma la vivacità, la semplicità, la chiarezza e la verità dell’affabulazione di strada: coerente e quasi obbligatoria è quindi la scelta della lingua dialettale.

La storia di Crema è un esempio inconsueto di poesia dialettale, perché racconta con passione e ironia le vicende della città in momenti storici diversi. Per chi volesse conoscere in toto il contenuto dell’opera, ne presentiamo lo schema.

Origini 

Fondazione mitica o leggendaria della città

Le lotte tra Comuni lombardi (Crema vs. Milano, Cremona, ecc.)

L’assedio del Barbarossa nel 1159 e la distruzione della città

Rinascita e dominazioni

Ricostruzione sotto la protezione di Milano

Periodi di dominazione viscontea e sforzesca

Vita quotidiana nel Rinascimento cremasco

Dominazione spagnola e austriaca

Influenza della Spagna nel Seicento

Passaggio sotto l’Austria nel Settecento

Cambiamenti sociali e culturali

Risorgimento e Unità d’Italia

 Partecipazione dei cremaschi ai moti risorgimentali

 L’arrivo dell’Unità e l’inserimento nel Regno d’Italia

Esponiamo in questo articolo i testi contenuti in Le Origini e il Medioevo: nel testo poetico Crema prende vita fin dalle sue radici, avvolte in un alone di leggenda e orgoglio locale. Qui le origini della città non sono solo un fatto storico, ma un racconto mitico, dove la terra cremasca sembra sorgere dal cuore stesso della Lombardia, tra fiumi, nebbie e campi fertili.

Erba conduce il lettore con ironia e emozione attraverso i secoli bui del Medioevo, quando Crema era un piccolo centro, spesso implicato nelle lotte tra le grandi potenze lombarde: Milano, Cremona, Lodi. Queste rivalità non erano solo politiche, ma anche culturali. Il dialetto ne diventa la bandiera identitaria.

Il momento più drammatico di questa epoca è l’assedio della città nel 1159, quando l’imperatore Federico Barbarossa, deciso a punire la città per la sua alleanza con Milano, la assedia e la distrugge completamente. In questo episodio Piero ricostruisce la tragedia della distruzione e la mescola alla dignità della resistenza e alla memoria che diventerà parte dell’anima cremasca; ma anche nella rovina Erba trova spazio per un sorriso, per la battuta dialettale con la quale coinvolge l’emotività del lettore-ascoltatore. È il Medioevo visto con gli occhi di chi lo ha ereditato dai racconti dei nonni, nei nomi delle vie, nei resti delle mura. 

Proponiamo alcune annotazioni sulla lingua usata da Erba.

Il poeta utilizza termini specifici legati al paesaggio, che aiutano il lettore a leggere le immagini del contesto geografico, in cui si è svolta la vicenda storica. A volte prende a prestito il latino ecclesiastico, quasi a stabilire una storicità lessicale; alterna invocazioni, immagini solenni con battute ironiche, o con diminutivi e riesce a creare un equilibrio tra sacro e profano. L’ironia con la quale conduce il racconto, lo vivacizza come se fosse in conversazione orale con il lettore. 

Preambolo

An certo de, na trœpa da malnat

(i Lungubard, con Albuino 'n testa)

a cunquistà l'Italia i ga tacàt.

Per pura che anche a lü i ga fes la festa

Cremete da Paras (chi sa chi I'era!)

nasàt da luns l'udur dà la tempèsta

an fressa e furia, issé a na qual manera

scurtàt d'i sò famèi, l’è scapàt che:

ciuè 'ndal sit pussé sicùr che gh'era.

E Crèma, i dis, a l’è nassida issé:

ognu ga fabricat la sò casèta,

e a ricurdà ca la giumada lé

an piassa i ga fat anche na ceséta

inaugurada 'I de da l'Assunsiù

ex voto a la Madona benedeta.

Preambolo Un certo giorno, una truppa di screanzati// (i Longobardi con Alboino in testa), hanno iniziato a conquistare l’Italia. // Per paura che uccidessero anche lui, Cremete di Parasso (chissà poi chi era!) // intuito da lontano l’arrivo del pericolo/ in fretta e furia, così in qualche modo/ scortato dai suoi famigli, è scappato qui: / cioè nel posto più sicuro che c’era. // Crema, raccontano, è nata così: ognuno si è costruito la sua casetta/ e a ricordo della giornata// in piazza hanno edificato una chiesetta, inaugurata nel giorno dell’Assunzione, / (come ex-voto) per lo scampato pericolo alla Madonna benedetta. 

II ritmo del racconto assume l'andamento di un resoconto dal vivo: doca; con an pe i barbis; cumè 'I furmai e 'I buro sœ i turtèi, nel corso del quale il narratore popolare, pur cimentandosi con gli avvenimenti della Grande Storia, tradisce una tipica mentalità di stampo contadino.

Non manca nemmeno un esplicito accenno alla malaugurata origine del campanilismo anti-cremonese, perdurato per tutti i secoli a venire.

Prime rogne  

Certo che l'era 'n tipo ben decis

e sœbet l’è partit per la campagna

cuntra l'Italia, con an pe i barbis.

L’è riat che, rabius cume na cagna:

al ghia sait che gh'era stat da chei

ch'i ghia 'mpituiat ana scumagna.

Dal culur da la barba e d'i caei

i ga dett "Barbarossa"; e 'I ga restat

cume 'I furmai e 'I buro sœ i turtèi.

Per prima roba lü 'I ga castigat

i pore Milanes (bela fadiga:

con Cremuna e Pavia che ga ütàt!) 

An d'an meset precis j'a mess an riga,

dopo 'I ga fat pagà po i dann da guera

(dudes miliard d'ancoo; bagai, che tiga)! 

Primi intralciCerto che l’imperatore era un tipo ben deciso/ e subito è partito per la campagna militare contro l’Italia/ con i baffi in piedi per la rabbia. // Era arrivato qui, rabbioso come un cane: / avendo saputo che c’era stato chi / gli aveva affibbiato un soprannome. // Per il colore della barba e dei capelli/ l’hanno soprannominato Barbarossa; che gli è restato addosso / come il formaggio sopra i tortelli. // Come prima decisione ha castigato/ i poveri milanesi (non sai che fatica: / con Cremona e Pavia che avevano aiutato lui!). // In un solo mese li ha messi in riga, / poi ha fatto pagare loro anche i danni di guerra/ (dodici miliardi di oggi; ragazzi, che batosta) !

Il dialogo tra l'inviato dell'imperatore e gli anziani del popolo, è presentato al di fuori di ogni etichetta ufficiale: inizia con le scuse dell’ambasciatore per essere stato il malcapitato scelto per portare l’ultimatum, ma emerge anche la superficialità dei rappresentanti cremaschi, che non valutano in concreto le minacce dell’imperatore. 

La ribelliù 

Al Barbarossa, sistemat Milàa

al ciama 'n capitane, tal Sichere

e 'l ga cumanda: "Te ta ghet d'andàa

a Crèma, na cità che l’è sœl Sère:

e là, ai Cremasch ta ghet da urdinaga

da sbat zo le müra. E le sò tère

ricunos che j'è le mee; s'i sgara, i paga!"

E Iü, bel! paciaroto, I'e ignit che

e ai Cunsui al ga dett: "Sa goi da faga!

l'incumbensa la ma tucada a me;

perciò, se urì evità d'i dispiaser

l’è mei cucia zó 'l coo, e di da se".

Però i nost vecc i ga rispost: "Sichere;

ve mia che con tante stüpidade!

Restem amis e mandem zo 'n bicer:

se no, da Umbrià fin a Le Quade

ta piumba che na trœpa da dunete

che le ta fa scapa a saculade!".

 …

 Po' i Capi i dis: "Metemighela tœta:

slarghèm al foss e rinfursèm le müra

e preparemès a passala brœta;

che la vendeta, fioi, l’è urmai sicura!"

La ribellione – Il Barbarossa, sistemata Milano/ chiama un capitano, tale Sicheri/ e gli ordina: “Tu devi andare// a Crema, una città sulle rive del Serio: / e là ai Cremaschi devi ordinare / di abbattere le mura. E le loro terre// devono riconoscere che mi appartengono: se non ubbidiscono, pagheranno”! / E lui, bel pacifico, è venuto qui/ e ai Consoli ha detto: “Cosa devo fare// il compito è toccato a me; / perciò se volete evitare dei dispiaceri/ è meglio abbassare la testa e dire di sì”. // Però i nostri anziani gli hanno risposto:” Sicheri; / non venire qui con le tue scempiaggini! / restiamo amici e gustiamoci un bicchiere: // altrimenti da Ombriano fino alle Quade/ ti arriva addosso una truppa di donnette/ che ti fanno fuggire a colpi di zoccoli”. // Poi però i Capi dicono:” Mettiamocela tutta: allarghiamo i fossati e rinforziamo le mura/ e prepariamoci a tempi duri/ perché la vendetta, ragazzi, è certa!”. 

Crema schierandosi con Milano nello scontro tra Guelfi e Ghibellini, aveva suscitato l’ostilità di Cremona, che vedeva minacciati i propri traffici lungo l’Adda e sul Po. La richiesta di intervento all’imperatore Federico I derivò proprio da questo timore di espansione milanese: Barbarossa, sollecitato da Cremona, assediò Crema dal luglio 1159 al gennaio 1160, piegandone la resistenza con macchine d’assedio, fame e torture. La presa e la distruzione della città restano uno degli episodi più drammatici della memoria del tempo.
Il blocco inizia il 2 luglio 1159 con l’accerchiamento delle mura doppie di Crema e delle fosse colme d’acqua. Barbarossa fa dispiegare mangani e torri d’assedio di derivazione teutonica, mentre le guarnigioni cremasche contano sul sostegno di milanesi e sulle vie di rifornimento per le vie d’acqua note soltanto ai locali. 

Erba si avvale di cronache contemporanee (comprese quelle di Ottone Morena, cronista lodigiano) nonché di documenti imperiali, per una ricostruzione dettagliata degli eventi e delle decisioni politiche; attinge anche alle fonti per mettere in evidenza in questa parte del testo poetico, le atrocità della guerra. Il suo resoconto inizia con le attività che i Cremaschi predispongono per preparare mezzi e sostentamenti per difendere la città, ma non tralascia certo le atrocità messe in atto dall’esercito germanico. Esalta la fierezza del popolo cremasco che rende vani i tentativi degli assedianti di penetrare entro le mura della città fortificata.

L'assedio 

Et ipso facto an men da quindes de

al mett an pe n'esercet da suldat

pò 'l saluda la dona e 'I piumba che.

Però i Cremasch i s'era preparat

e con i Milanes e Piacenti

j'era prunt a cumbat, e ben armat.

E j'abitant d'i cassinai visi

i s'era rifugiat dentre la cità

(sia per la fifa che per nun patì)

con scorte da furment, ris e verdure

ache, dunei, pulastre, uchet, nadrott

per afrunta na proa lunga e dura. 

Ed eco, na matina, tœt an bott

i ved che la cità l’è circundada

cume dal mar pol vess an isulòtt.!"

E tœt aturne al mur gh'era n'armada

da principi, da duchi e da marches

coi sò suldat, dal Barba cumandada:

e gh'era ‘nsèma tanti Cremunes

e Bergamasch, Paves e Ludesa

decis a vendicas d'i Milanes.

….

Al Barba al ghia tentàt da penetràa

dentre le cità, ma 'I ghe mai riessit

perchè ogni olta ga tucàa scapàa.

An fin a quand, an de, 'I sa 'mbestialit

e con fassi da leqna, tera e sass

an bel tuchel da foss al ga 'ampienit

e fatt an puntesel ai sò cariass

al j' a sburlàt fin sota ‘l muraqliù

per ciapa Crèma sensa fadigass.

Però l’è restàt la cume 'n cuju

perchè d'innaria ga tacàt a piof 

ole bujent e frèce e preducu.

L’assedio - E in un lampo in meno di quindici giorni/ allestisce un esercito di soldati/ poi saluta la moglie e piomba qui. // però i Cremaschi si erano preparati/ e con i Milanesi e i Piacentini/ erano pronti a combattere, e bene armati. // Gli abitanti dei casolari vicini/ si erano rifugiati all’interno della città/ (sia per la paura che per evitare guai) // e con scorte di frumento, riso e verdure/ mucche, conigli, polli, oche, anatre/ per affrontare un pericolo lungo e duro. // Ed ecco, una mattina, all’improvviso/ vedono che la città è circondata / come dal mare può esserlo un isolotto! // e tutto intorno alle Mura c’era un’armata/ di principi, di duchi e di marchesi/ con i loro soldati dal Barba comandati: // e c’erano anche tanti Cremonesi/ e Bergamaschi, Pavesi e Lodigiani/ decisi a vendicarsi dei Milanesi. // Il Barba aveva tentato di penetrare / all’interno della città, ma non c’era mai riuscito/ per cui ogni volta aveva dovuto fuggire. // Infine, quando un giorno si era davvero arrabbiato/ e con le fascine di legna, terra e sassi/ un lungo tratto dei fossati aveva riempito// e fatto un ponticello/ per i suoi carri/ li ha spinti fin sotto i muraglioni/ per conquistare Crema senza troppa fatica. // Però è rimasto lì come un allocco/ perché da sopra hanno cominciato a piovere oli bollenti e frecce e massi.

L'episodio che segue è diventato l’emblema del sacrificio del popolo cremasco: qui il poeta propone episodi al limite della verità storica per evidenziare i valori del mito. 

J'ustagi 

An da le ma dal Barba (fin da quand

a Crèma gh'ere ignit cal tal Sichér

che po' l'era scapàt cumè 'n birbant)

gh'era 'n grüpètt da ustagi e presuner:

qualche burghes, an pret, trì o quatre sìur

dùdes suldàt e sétt cavaleger.

E lü, ste facia... d'un imperadur

sœ na specie de torr j'à fat lígà

coi sò suldàt scundit da dré da lur.

Robe da fracassàl a saculade! 

(Però 'l ghia fat i cünt sensa l'uster 

perchè dopo, a la fine, j'à ciapade!)

Difati gh'è sücèss che i presuner 

che j'era stàt ligàt an séma là 

i gà tacàt a usà cumè i strasser

(per fàs sent d'i Cremasch da la cità): 

"Fòrsa!" i vusàa, "Fòrsa, bagai, tiré! 

Nualtre sèm dispòst a fàs cupà

pitòst che vèd Tudèsch e tirapé

a fà 'l bivàco 'nda la nosta Crèma: 

fòrsa, bagai, tiré, tiré, tiré!

 Gli Ostaggi Nelle mani del Barba (fin da quando/ a Crema era arrivato quel tal Sicheri/ che poi era fuggito come un briccone) // c’era un gruppetto di ostaggi e di prigionieri: // qualche borghese, un prete, tre o quattro nobili/ dodici soldati e sette cavalieri. // E lui, quella faccia… di un imperatore/ su una specie di torre li ha fatti legare / con i suoi soldati nascosti dietro a loro. // Una cosa da rompergli la testa a zoccolate! / (Però aveva fatto i conti senza l’oste/ perché poi, alla fine, le ha prese!). // Infatti è successo/ che i prigionieri/ che erano stati legati là in alto/ hanno cominciato a urlare come straccivendoli // (per farsi sentire dai Cremaschi della città): / ”Forza! gridavano, forza, ragazzi tirate/ noi siamo disposti a farci uccidere/ piuttosto che vedere teutonici e tirapiedi/ bivaccare nella nostra Crema. / Forza, ragazzi. Tirate, tirate, tirate”.

Dopo circa sei mesi di assedio tra la fine di gennaio e l’inizio del febbraio 1160, Crema capitola di fronte al nemico. L’imperatore ordina la demolizione delle fortificazioni e la deportazione dei sopravvissuti, stabilendo così un’azione dimostrativa, contro l’intenzione di ogni libero comune di ribellarsi al suo potere. 

Questo episodio fu da allora un monito sulla inclemenza della politica imperiale e segnò profondamente l’identità collettiva non solo di Crema.  

La fine

Ma lü, però, ca l’anima danada 

al ga vìt gnanca ‘mbris da cumpassiù 

e sœ i mòrt al ga fàt na sghignassada! 

Po’l gà ideàt an mèzo püssé bù 

(col sistema che droa i preputent 

quand i gà tòrt e i vol viga resù) 

per fà ced i Cremasch an d’an mument: 

e dopo tant pensà e stüdiaga sura 

l’a decìs da ricorr al tradiment! 

AI gà dàt an caàl da rassa pura

a ‘n tal Marchisio, adètt a la difesa

(natüralmente con quai palanca sura...)

issé ‘l gà utegnìt, con poca spesa 

da fà tradì i Cremasch, e ubligài,

vurì o nun vurì, a fà la resa.

 …

E dopo, tœcc: òm, done, vecc, bagai

caregnent o con an gropp an gola

co 'n vestìt sul e quatre baraài

an pe per tera o con scarpe sensa sola

ga toca abanduna la sò cità

sensa pœ 'l fiàt da di gna na parola.

Po' Cremunes, Paves e Ludesà

i salta dentre cume disperàt

e i taca a spacà sœ e incendià...

,,,

Crema l’è morta per na grand'idea!

La fineLui però, quell’anima dannata/ non ha avuto neppure un briciolo di compassione e sui morti ha fatto una risata! // Poi ha avuto un’altra idea peggiore (così come usano i prepotenti/ quando hanno torto e vogliono avere ragione) // per far cedere i Cremaschi all’istante: / e dopo tanto arrovellarsi e studiare la situazione/ ha deciso di ricorrere al tradimento! // Ha regalato un cavallo di razza/ a un certo Marchisio, responsabile della difesa/ (naturalmente pure con qualche denaro) // così ha ottenuto, con poca spesa/ di far tradire i Cremaschi, e obbligarli volenti / o non volenti, ad arrendersi. // E dopo, tutti: uomini, donne, vecchi, bambini/ piangenti o con un nodo in gola/ con un vestito solo e quattro cianfrusaglie// a piedi nudi o con scarpe senza suola/ hanno dovuto abbandonare la loro città/ senza più fiato per dire una parola. // Poi Cremonesi, Pavesi e Lodigiani/ piombano in città come disperati/ e tutto distruggono e incendiano… // Crema è morta per un grande ideale.

Erba termina il suo complesso resoconto storico utilizzando l’espressione: Ades me go da fa pastì pastù", (con la quale si concludono molte pastòce cremasche), tradendo di fatto la consapevolezza di aver raccontato una storia alla maniera dei narratori di stalla, con la capacità di indurre il vernacolo, povero di lessico ma ricco di immagini, a interpretare in modo tanto brillante anche i grandi eventi della Storia.

Poesie 

Come più sopra indicato riportiamo esempi di argomenti trattati nelle poesie di Piero Erba, anticipando in sintesi alcuni temi ricorrenti in esse.

Erba nei suoi componimenti non descrive solo un luogo fisico, ma un universo culturale: celebra la campagna cremasca, i suoi ritmi e le sue stagioni; spesso evocando paesaggi del territorio e trasforma i luoghi abituali come le piazze, le osterie della città, in scenari poetici. 

Alterna l’italiano al dialetto cremasco, con cui riesce a trasmettere emozioni più genuine. Dà voce anche alla tradizione contadina, elevando il dialetto cremasco a linguaggio poetico, pur se di un mondo ormai scomparso, e alla microstoria urbana, con osservazioni pungenti e riflessioni sulla politica locale. Il dialetto cremasco è usato per esprimere le emozioni più intime e autentiche, ma è anche una forma di resistenza culturale, che preserva la memoria e l’identità locale: restituisce colori, suoni e ritmi di un microcosmo contadino e rafforza l’impatto emotivo della poesia, trasformandola in un’esperienza che risuona nella memoria e nell’identità di chi legge.

Molti versi sono dedicati al ricordo dell’infanzia, della famiglia: la nostalgia non è solo rimpianto, ma anche celebrazione di ciò che ha formato la sua personalità. 

La città

Le manifestazioni del palio parrocchiale di San Benedetto offrono all’autore, per anni abitante nel quartiere, lo spunto per alcune istantanee poetiche sui Riù (i rioni): considerati per alcune loro caratteristiche specifiche: (le Vilète daànti e dadré; al riù ‘ntra la Porta e ‘l Punt; la triperia da là dal Sère; i ricorde da quant sœ la sera sa giugàa sœ ‘l Piassol...) contesti in cui s’intrecciano le espressioni di una vivace comunità. Questa poesia è un piccolo affresco della città di Crema, con il suo mix di bellezza storica e modernità, raccontato con affetto e un pizzico di sarcasmo. 

Porta Sère

Chèi dal centro j’è scurmagnàtt Schitì 

perché i sa dà, i dis, tanta impurtansa

e j’è cunvint da èss i püssé fì… 

Ma a lur ga ve neanche ‘l mal da pansa 

Perché l’è mia era, i dis lur 

che i vol fa crèd da èss i püssé bù 

da èss, cunfrunt a j’altre, süperiur: 

no, no: sèm cumè j’altre tri riù.

Va bé, gh’èm al Museo prope bèll,

gh’èm la cesa, però l’è sò da tœcc 

là ‘nfunt, na olta, gh’éra apò ‘l Macèll 

e gh’em tanti ricordi a mœcc a mœcc. 

Ma j’è memorie da tœcc i parrocchiani 

da chèi che adès i gà na certa età

e da chèi gioen, che d’i sò anziani 

forse ogni tant i sa ricurdarà. 

Ma dal Punt, a le Müra, a ‘n Ciudéra 

dal Piassol con i tri Cantunsèi 

dal Poss vècc fina là ‘n via Valera.

Brœta rassa? Dalbù? Barabètt? 

Sèm la rassa da chei püssé bei! 

Sèm la rassa da San Benedètt! 

Porta Serio Gli abitanti del centro di Crema sono soprannominati Schitì/ perché si danno, dicono, troppo credito/ e sono convinti di essere i più raffinati. // Ma loro non danno a ciò nessuna importanza/ perché non è vero, loro dicono/ che vogliono far credere di essere i più bravi/ di essere, confronto ad altri, superiori/ no, no siamo uguali agli altri tre rioni. // Va bene, abbiamo il Museo proprio bello, / abbiamo il Duomo, che però appartiene a tutti/ là in fondo, una volta, c’era anche il Macello/ e abbiamo tanti ricordi tanti, tanti, // ma son memorie di tutti i parrocchiani/ di quelli che adesso hanno una certa età/ e di quelli giovani, che dei loro anziani/ forse avranno ogni tanto dei ricordi. // Ma dal Ponte, alle Mura, fino in Ciudera/ dalla Piazzetta con i tre Cantoni/ dal Pozzo Vecchio fin là in Via Valera. // Brutta razza? Davvero? Bricconi? / Siamo i ragazzi più belli/ siamo quelli di San Benedetto.

La famiglia

Un evento dell’infanzia di Piero, che a quel tempo molti hanno vissuto: la morte improvvisa di una sorellina. Qui, descritta come “sotto voce, nel silenzio della notte”, non è solo la storia di una morte, ma di un legame infranto nel primo risveglio del mattino. La fusione tra gesto quotidiano e tragedia, amplifica la credibilità e l’immediatezza del racconto. Non c’è dolore urlato, ma una dilatazione emotiva che avvolge la scena in una nebbia angosciante. La figura del Bambin Gesù introduce un elemento di fede e speranza, trasformando il dramma in un viaggio verso l’ignoto. La poesia non dà risposte, ma accende riflessioni sul senso della vita e della sua perdita: il lettore diventa spettatore della disperazione dei genitori, ne respira il respiro e ne avverte la fitta nel petto. 

L'angel da Nedàl

"Tania, lea sœ, l'è ura d'andà a scola"

la dis la mama a la sò s'ciatèla.

Ma le, però, la dis gna na parola:

la dorma amò? Vardè cuma l'è bèla!

"Dersèdes, che l'è tarde!" e i la scürlés.

La sa mof mia. "Madonna, la sta mal!"

Corr al pupà, tœi du i sa stramés

e i la porta da cursa a l'üspedal.

Ma ghé nigot da fà: anche i dutur

i sbassa zó la testa e i parla mia...

E la disperassiù d'i genitur

l'è tal che mé, a cüntala, pode mia!

L'è ndata vea cusé, sensa sghilì

sota us, ndal silensio de la nòtt.

Forse la gà sentìt Gesù Bambì

che i l'à ciamada 'n Ciel tœt an d'an bòtt...

L’angelo di Natale – “Tania, alzati, è ora di andare a scuola” / dice la mamma alla sua bambina. / Lei però non dice una parola: / dorme ancora? Guarda come è bella! / “Svegliati che è tardi” e la scuotono. / Non si muove. “Madonna sta male”! // Accorre il padre, tutti e due si spaventano/ e la portano all’ospedale. // Ma non c’è più niente da fare: anche i medici/ abbassano il capo e non parlano… / E la disperazione dei genitori / è tale che io a raccontarla, non riesco! // Se ne è andata così, senza gridare/ sotto voce, nel silenzio della notte, / forse ha sentito Gesù Bambino/ che la chiamava in cielo all’improvviso.

La scuola

La poesia di Piero Erba ha in questo testo intensità emotiva e delicatezza narrativa. In poche strofe, riesce a catturare un suo vissuto di profonda rottura: l’annuncio del maestro che dovrà partire per la guerra e la reazione dei suoi giovani alunni. Piero ha spesso raccontato la vita quotidiana con uno sguardo poetico e umano. Qui, la guerra non è descritta nei suoi orrori fisici, ma nel trauma che lascia nei cuori dei più piccoli. L’uso del presente rende la scena viva, immediata, come se il lettore fosse lì, seduto in quell’aula muta. Il linguaggio semplice e diretto, è carico di immagini forti; la ripetizione di “trenta” crea un ritmo martellante, come un battito cardiaco collettivo.

La caregnada 

… 

Ma quand al tira fora 'l fassulett

e 'l sa quercia la facia caregnent

tœcc i scular i sent l'istess efett:

tœi co la gola streta... Tœce i tas

an dà la scola, dientada mœta

sa sent apena a tira sœ col nas:

ma dopo tri secund la s'ciopa tœta!

Trenta baqai ch'i sent argot che mor,

trenta scular piegat an séma i banch,

trenta bagai che pians a crepacor,

trenta scular che par ch'i süde sanch!

Lacrime - Ma quando (il maestro) estrae il fazzoletto/ e si copre il volto piangente/ tutti gli scolari hanno la stessa reazione: // tutti hanno la gola stretta… Tutti tacciono / nell’aula, diventata muta/ si sente solo tirar su col naso: // ma dopo tre secondi l’aula tutta scoppia (a piangere)! / Trenta ragazzi che sentono che qualcosa sta morendo, // trenta scolari piegati sul loro banco/ trenta bambini col pianto nel cuore, / trenta scolari che sembrano sudare sangue.

Usanze 

La poesia di Piero Erba tocca con delicatezza un tema che sfiora l’indicibile: la morte dei bambini e il modo in cui la società ha cercato, nel tempo, di dare forma a quel dolore. L’usanza di riservare una parte del cimitero alle “fosse dei bambini” non era solo una scelta logistica, ma una rappresentazione simbolica di un lutto che non poteva essere assimilato al resto. Era un dolore che chiedeva uno spazio a sé, come se la comunità volesse proteggere, anche nella morte, quella fragilità che non aveva avuto tempo di diventare vita piena. Il verso finale, “a poch a poch”, i va a fas benedì”, ha una dolcezza malinconica: quei cimiteri chiusi, forse dimenticati, forse trasformati. Lo sguardo del poeta è quello di chi ha vissuto il passaggio e lo racconta con la grazia di chi sa che la memoria è il vero luogo dove riposano i nostri morti.

Al Cimitére d'i murtì

Gó fat passà tri o quatre Cimitére

e quase tœcc i dé, tœte le sere,

cercàe 'n campèt là 'n funt: l'ó mia truat. 

Forse l'è 'l sègn d'i temp che j'è cambiat.

Chi temp, quand gh'era 'n gir tanti malànn 

e i s'ciai i muria... sensa cumpì l'ann. 

Me ma ricorde amò, da picinì,

che gh'era 'l "Cimitére d'i murtì".

Sempre là 'n funt, con tante lapidine 

tœte istès tœte 'n fila e picinine. 

Qualche d'œna la gh'ia 'n monumentì: 

an bambulòt co j'ale... l'angiulì.

E nualtre pensaem che i genitur 

da chi pore s'ciatì, j'era di siur... 

Adès i "Cimitére d'i murtì"

a poch a poch, i va a fas benedì.

Il cimitero dei bambini Ho visitato tre o quattro cimiteri/ e quasi tutti i giorni, tutte le sere, / cercavo un piccolo campo sul fondo: non l’ho trovato. / Forse è la scelta del nostro tempo che è cambiata. // nei tempi passati, quando circolavano tante malattie, / i bambini piccoli morivano… ancora prima di compiere un anno. / Io mi ricordo ancora, da bambino / che c’era Il cimitero dei piccoli morti. // Sempre lontani dall’ingresso, con tante piccole lapidi, / tutte uguali in fila e corte. / Qualcuna con un semplice monumento/ un bambolotto con le ali… l’angioletto. / E noi pensavamo che i genitori/ di quei poveri bambini, fossero dei signori. / Adesso il Cimitero dei bambini/ a poco a poco, non c’è più.

La politica 

I successivi estratti da componimenti di Erba, sono un esempio di poesia civile. Il poeta, nella prima, denuncia con ironia l’ingiustizia fiscale di chi evade le tasse e sfrutta il lavoro altrui, mentre la gente comune paga per sé e per loro. Il tono del poeta, come gli è consono, è diretto e carico di tensione sociale: egli accusa, utilizzando l’intensità implicita della lingua dialettale, che rende la denuncia ancora più autentica e realistica.

 I pelabròch

J'è tipi pié da sold, pié da miliù

ch'i frega 'l Fisco e i frega i lauradùr; 

nualtre, nvece, sèm issé cujù

che pàghem per nualtre e pò per lur.

I scund i sold fin fora d'i cunfì

col sistema che fà i cuntrabandiér;

e dopo i dis ch'i gà gnanche 'n tulì... 

fin quand ga ria adòss i Finansiér

I riprovevoliSono tipi pieni di soldi, con tanti milioni/ evadono il Fisco e frodano i lavoratori; / noi invece, siamo così allocchi/ che paghiamo per noi e anche per loro. // Nascondono i soldi aldilà dei confini/ con lo stesso sistema dei contrabbandieri; e poi dichiarano che non hanno neppure un euro… / finché non gli arriva in casa la Guardia di Finanza.

Nel prossimo testo l’ironia di Erba sferza il potere locale, riportando i nominativi del tempo. È un attacco collettivo a chi riempie i palazzi di scelte politiche incomprensibili ai più. L’immagine della vecchina “brüttina” crea un effetto dimesso e familiare. Il lettore si sente coinvolto in questo tipo di linguaggio, quasi un mormorio da bar di paese. La satira leggera nasconde un’amara presa di coscienza: la politica locale appare lontana dai bisogni reali. Il contrasto tra la figura benevola della Befana, diventa portavoce di un’umile rivendicazione sulla caricatura dei consiglieri, paragonati a polli, incapaci di un risultato concreto. 

Ria la Befana!

Cara la me Befana an pó brütina 

ta sümigliet tant a me cüsina 

e tœi j'ann ta pòrtet i regài

a tœti chèi ch'i gà fat i brai bagai: 

almeno per na olta fèrmes ché

porta passiensa e scultem anche me.

An dal Palass, quaranta cunsiglier

j'è pègio amò d'i pòi an dal puler: 

i salta, e i starnèsa e i fà via vai... 

Cara Befana, pòrtiga i regài

Ed anche a certi capi e capetì

che apo da nott i fa chicchirichì

e i pensa da canta cuma fa i gai:

Cara Befana, portiga i regai!

Arriva la Befana Cara la mia Befana bruttarella, / che assomigli tanto a mia cugina// e tutti gli anni porti i regali / a tutti quelli che hanno fatto i bravi // almeno per una volta fermati da me/ abbi pazienza e ascoltami. // Nel Palazzo (comunale), quaranta consiglieri, / sono peggio ancora dei polli nel pollaio: // saltano, starnazzano e fanno confusione. / Cara Befana porta loro i doni. // E anche a certi capi e capetti/ che anche di notte fanno chicchirichì / e pensano di saper cantar bene come i galli: / Cara Befana porta loro i doni. 

Le ricorrenze religiose

Nel testo si mette a confronto il Natale “tradizionale” – in una povera mangiatoia – con il Natale moderno, dettato dagli spot radiofonici e televisivi, dalle luminarie e dalla frenesia degli acquisti. Questa offerta provoca al poeta un “mal de testa”: un disturbo fisico e simbolico, segno di un eccesso che schiaccia lo spirito. Erba, fustigatore di costumi che sottraggono significato al Natale sacro, evidenzia il paradosso di chi celebra in tal modo la festa e denuncia la trasformazione di un evento di condivisione, in un’occasione di esibizione e acquisto compulsivo. La sua critica spinge a riflettere su come il consumo di massa abbia ridefinito valori secolari.

Chèsto 'l sarès Nedàl!?

 …

Ghìe sentìt a la radio e a la tivù 

chèl che Nedàl al purtarà da bù

íssé so ndàt an gir per vèd an poo 

se truàe n' asinèll ansèma 'l boo

speràe da vèd, an qualche cantunì 

na mama, an pupà e 'l sò s'ciatì:

ma a sent, a lès, a vèd la "bèla festa"

ma egnìt fina ‘l mal da testa.

Gó vest apena tanti sumarèi

ch'i pensa a fa Nedàl con tanti ghèi

e gó vest le vedrine sberlüciade 

gó vest le strade tœte illüminade

gó vest che gh'éra nturne tanta zent 

a bòt a diertìs, a bòt a spend

e i negosse tœi piœ: tœcc a cumprà 

regài, butiglie e roba da mangià.

Questo sarebbe Natale? Avevo sentito alla radio e in televisione/ che cosa il Natale avrebbe portato di buono// così sono andato in giro per vedere/ se trovavo un asinello con il bue// speravo di vedere in qualche angolo/ una mamma, un papà e il loro bambino: // ma a sentire, a leggere, a vedere la bella festività/ mi è venuto perfino il mal di testa. // Ho visto solo tanti somarelli/ che pensavano di festeggiare il Natale con tanti soldi// e ho visto le vetrine luccicanti/ ho visto le strade tutte illuminate// ho visto che c’era in giro tanta gente/ impegnata a divertirsi e a spendere// e i negozi tutti pieni: tutti a comprare/ regali, bottiglie e roba da mangiare.

Autobiografia 

In questa poesia Erba veste i panni dell’autoironia più spinta, mescolando il desiderio di semplicità con un’irriverente vena misogina. Utilizza la sua provocatoria libertà di dire quel che pensa, senza freni, giocando con stereotipi di genere, trasformandoli in un guizzo comico, con un linguaggio concreto e con l’uso di immagini della quotidianità. Il passaggio dal sacro (fede) al profano (misoginia simpatica) crea un cortocircuito emotivo. La battuta finale: restare felici e “sensa done per i pee”, un colpo di scena che mescola leggerezza e provocazione. La ripetizione di “mi auguro” scandisce il ritmo, simile a un ritornello popolare.

Self… service

E adèss, bagai, va dise chèsto ché:

pensì, con tanti auguri a destra e a manca

quase nissü che sgancia na palanca...

Ancoo, perciò, ma fo j'auguri a mé!

Per prim, ma fo l'augurio püssé bèll:

da pudì sempre dì tœt chèl che ore;

e scampà tant (almeno fin che more!)

alegre e sgardelüt cumè 'n usèll.

Secund: m'angüre da restà puarètt

con sempre qualche franch an dal bursì;

na sigarèta, an bicerètt da vì

an piàtt da pastasœta, an tècc e 'n lètt.

Tèrs: che 'l Signur al ma mantègne sàa

e nda la nòsta Fede sempre cèrt;

unèst e bù con tœcc. E quant al rèst

ma sa cuntente d'an tüchèl da pàa.

Anfine, na rubèta bèla bee:

vore ngüràm da restà sempre pœt

e liber d'andà 'n giro dapertœt 

felice... e sensa done per i pee!

Self serviceE adesso, ragazzi, vi dico questo: con tutti gli auguri a destra e a sinistra, / non c’è nessuno che offra dei soldi… / oggi perciò mi faccio gli auguri da solo. // Primo, mi faccio l’augurio più bello: / poter sempre dire tutto ciò che voglio; e vivere a lungo (almeno fino a quando morirò!) / allegro e vispo come un uccello. // Secondo: mi auguro di restare povero/ con sempre qualche soldo nel borsellino: / una sigaretta, un bicchiere di vino/ un piatto di pasta, un tetto, un letto. // Che il Signore mi mantenga la salute/ e nella nostra fede sempre certo/ onesto e buono con tutti. / E quanto al resto/ mi accontento di un tozzo di pane. // Infine una piccola cosa molto bella: / voglio augurarmi di restare sempre single/ e libero di andare in giro dappertutto// felice… e senza donne tra i piedi!

Conclusione

Nel complesso della produzione poetica di Piero Erba la famiglia si affaccia come una presenza discreta ma essenziale, una lente capace di farci intravedere il suo universo più autentico. Con il linguaggio diretto del dialetto, il poeta dona voce a gesti quotidiani, silenzi domestici e parole scambiate attorno al camino, restituendo un’intensità emotiva che supera ogni retorica. La sua condizione di celibe non attenua il legame con le radici: anzi, lo rende più nitido, rivolto ai volti e alle storie di quella gente cremasca che ha plasmato il suo sentire. 

In ogni ricordo di lutti, di riti religiosi, di scherzi e di ricorrenze, emergono emozioni sincere che parlano di un legame indissolubile con la famiglia d’origine e della forza di una poesia che valorizza il quotidiano. 

Graziella Vailati


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