29 gennaio 2026

Un ricercatore di armonie, dipinte con la parlata dialettale cremasca: Annibale Carniti

La giovialità, la solarità, l’attenzione per l’altro erano i caratteri distintivi di Annibale Carniti che non sfuggivano a chi lo conosceva o lo incontrava anche solo la prima volta.  Quella serenità se l’era portata appresso dalla cascina Regasole di Santa Maria che lo aveva visto bambino e non era stata intaccata dall’esperienza di operaio in anni inquieti. Fuggiva spesso nei ricordi per recuperare, come da un pozzo, immagini vivide, da rianimare, da sovrapporre al quotidiano per dar loro calore. Viveva la poesia in modo assai sereno e non temeva di affidare alla filastrocca il compito di recuperare dai ricordi un mondo povero, ma pieno di emozioni, magari impiegando la rima baciata per vitalizzarne il ritmo. 

 Prof. Pasquale Riboli

 Umanamente lo presenta anche l’amico Piero Erba dopo il loro ultimo incontro:

 … e così se n’è andato anche lui. Così come si usa dire in questi casi, se n’è andato in silenzio, in punta di piedi, quasi a non voler disturbare nessuno, com’era suo costume. Uno stile di vita. Lui, ‘Nibel, così schivo di parole, innamorato del quieto vivere, del silenzio della natura, della campagna e dell’azzurro del cielo.  Di Offanengo, del Serio e della…  poesia.

 Dalla pubblicazione n° 20 

del Gruppo culturale ’Nturne al Sère 

dicembre 2001 

Biografia

 

Abbiamo ricostruito la biografia di Annibale con l’aiuto della figlia Ginetta e lasciandoci guidare da una raccolta di sue poesie: Saùr da pa surd, (Sapore di pane senza companatico) di cui lui stesso ci ha fatto dono quando, verso la fine del secolo scorso, abbiamo avuto l’occasione di conoscerlo.

Annibale Carniti (1925-2001) nasce a Santa Maria della Croce nella cascina Regasole. In paese frequenta la scuola elementare fino alla 5a classe. 

Lavora come operaio anche presso lo stabilimento della Olivetti, che nel 1968 decide di ampliare la propria rete produttiva, inaugurando a Crema un nuovo complesso industriale, che per quasi un quarto di secolo è stato in grado di offrire occupazione e ha rappresentato una speranza di sviluppo per il territorio, producendo macchine per scrivere e componenti elettronici. L’indotto creato e le competenze tecniche affinate sul posto, contribuirono a consolidare l’identità industriale della città, fino ad allora prevalentemente agricola. 

Un documento attendibile della presenza del Poeta nel mondo operaio, assume la poesia L’ustarea da la Feriera, scritta in occasione di un comizio nel 1966: è un omaggio agli operai della Ferriera, tra cui il padre e gli zii e a tutti gli operai dei laminatoi. Nel documento, con orgoglio, il soggetto titolare dell’osteria, racconta che sulla strada, in fronte al proprio locale, si è svolto il comizio in occasione del rinnovo del contratto per gli operai della fabbrica locale.

Quando si sposa trova ad Offanengo la sua seconda patria, anche se Crema resta per tutta la vita il luogo che ha amato di più, vuoi per la bellezza architettonica della città, vuoi per la presenza di persone che la rendevano una realtà vivace. Le sue passeggiate mattiniere, fino a Crema in bicicletta, sono rimaste per lui un appuntamento rituale.

 I ricordi dei parenti che hanno accolto la nostra richiesta lo ritraggono come il perno della famiglia: i figli e i nipoti diventano l’oggetto della sua attenzione e delle sue cure: cerca di trasmettere loro il rispetto e l’amore per la natura e per tutti gli esseri viventi: valori che sono stati alla base della sua esistenza e che si ritrovano in molti suoi componimenti.

L’incontro con la poesia nasce dalle frequentazioni con gli amici-poeti del tempo: il maestro Eligio Gorla, Piero Erba, ma molto probabilmente da un’innata propensione all’osservazione del mondo circostante e da un’indole dolce e capace di emozionarsi anche della semplicità. 

La malattia che l’ha accompagnato verso la fine della sua vita, non gli ha tolto la lucidità e la capacità di aiutare gli altri ad accettare l’estremo saluto.

Bibliografia

Le opere più conosciute sono le poesie dialettali. Tra queste ricordiamo:

La nòt da Santa Lüsea, una poesia dedicata alla notte di Santa Lucia, molto amata e condivisa dal pubblico cremasco. 

Créma da na olta al de mercat, ricordi del giorno di mercato a Crema tra il 1935 e il 1955, da lui stesso recitata più volte in pubblico.

Per chi volesse ascoltarlo leggere alcune sue poesie, può trovarle sulla rete, digitando Annibale Carniti sui social locali. Sono video realizzati da Emilio Marchesi, che ne ha valorizzato la memoria.

Poesie

Il titolo della poesia di Carniti dedicata alla città di Crema di una volta, riecheggia altre poesie di autori dialettali che hanno omaggiato Crema con i loro testi. In realtà è una lode alla giovinezza, al vivere semplice nella piccola cittadina di un tempo, dove gli incontri erano con gli amici, con i clienti di piccole attività commerciali, con i compagni di merende, con i quali era facile fare bisboccia nelle tante osterie sparse in tutte le contrade. Alcuni passi del componimento sottolineano questo inno alla gioventù: Passàe fora töcc an sö i spassèt: (superavo tutti sui marciapiedi) quando allora era più veloce di tanti altri. Si interessa più delle bellezze della città 'ndàe dentre ulentera al bèl salòtt: Piassa dal Dòm… che di andare a far merenda con gli amici più anziani. Lascia la città per tornare al suo paese, contento di quello che ha visto: saltàe magazì da gèra e paracàr, (saltando mucchi di terra e paracarri). La gitarella lo soddisfa, ma ancor più, il ricordo di quando era un ragazzo con tutta la vita davanti.

Crèma da na olta...

Ricòrde, Crèma cara, i temp passàt 

quand le piasse le gh'ìa i sò mercàt, 

salüdàe i laandér an sö le rie,

curìe al muimént da le tò vie.

Passàe fora töcc an sö i spassèt: 

sö 'l Viàl trutàa i caài sota i carèt 

di cuntadì che ignìa dal circundare

per fa scòrta da sumense o per afàre.

E quante done passàa da le Pòrte 

coi caagnói al bras e con le spòrte: 

le 'ndàa 'n sö 'l mercàt a vent i poi 

e dopo le ga fàa la spesa ai fjoi.

Da sura dal cincèll e dal viavai 

risente 'l sùn giujùs da j'articàl, 

Melini 'n gir a cercàa sö i desghèi 

e ‘l va a laùra 'n vèrs i Cantunsèi...

An mèzz a tanta fèsta e tant fulclur,

cunuscent che i sa ciamàa con tant calùr: 

i sa salüdàa 'n da na tal manéra

che... i sa tegnìa le mà e pò i 'ndàa 'n Ciudéra.

     …

Arent alla Curt Granda e al Poss Vècc 

'n udurì da fojolo e salamècc,

e al vusà di strassér e limunér

fàa coro e rispundìa i cradighér.

Passàe le Quatre Vie e 'l rebelòtt

e 'ndàe dentre ulentera al bèl salòtt: 

Piassa dal Dòm da la me Crèma cara 

co la sò storia prestigiusa e rara!

     …

Sunàa le ciribàre, curìe al paìs car,

saltàe magazì da gèra e paracàr,

e ma ultàe per salüdà le Müra

che amò le parla… da glòria e da sventüra!

Crema di una volta- Ricordo, Crema cara, i tempi passati/ quando le piazze avevano i loro mercati. / Salutavo i lavandai sulle rive, / correvo al via vai delle tue vie. // Passavo davanti a tutti sui marciapiedi: / sul Viale trotterellavano i cavalli attaccati ai carretti/ dei contadini che venivano dal circondario/ per far scorte di semi o per affari. // E quante donne passavano dalle Porte/ con i cesti al braccio e con le borse: / andavano al mercato a vendere i polli/ poi facevano spesa per i figli. // Sopra ai rumori e al viavai risento il suono gioioso degli organetti e Milini, in giro in cerca di denaro/ che va a lavorare verso i Vicoli. // In mezzo a tanta festa e tanto folclore, / conoscenti che si chiamano calorosamente: / si salutano in modo particolare… / si stringono le mani e poi vanno all’osteria. // Vicino alla Corte Grande e al Pozzo Vecchio/ un profumo di foiolo e salamini/ e ai cori degli stracciaioli e limonai/ rispondevano gli impagliatori di sedie. / Passavo le quattro vie, la confusione/ e entravo volentieri nel bel salotto: / Piazza Duomo della mia Crema cara/ con la sua storia prestigiosa e rara! // Suonava il concerto di campane, correvo al mio caro paese/ saltavo mucchi di ghiaia e paracarri/ e mi voltavo per salutare le Mura/ che ancora parlano di gloria e di sventura.

 

Nella poesia Nedài da ‘na ólta ‘n casìna, è racchiusa quella parte della memoria popolare della quale Annibale Carniti rievoca l’atmosfera intima e comunitaria del Natale di una volta: immagini poetiche che riportano a chi legge o ascolta,  la poesia di una vigilia vissuta nella stalla, cuore pulsante della vita contadina. Non è solo una descrizione: è una scena sacra, dove l’umanità si raccoglie per condividere il mistero della nascita. Il divino si fonde con gli elementi quotidiani: non c’è distinzione tra luogo profano e luogo sacro: la stalla diventa una chiesa e la comunità il coro. 

 È un Natale che non ha bisogno di luci artificiali o regali scintillanti. Basta la presenza, la fede e il calore umano. Il poeta celebra la forza del rito comunitario e la bellezza delle tradizioni semplici, custodite con devozione e tramandate con amore.

Nedài da ’na ólta ’n cassìna  

Filastròca di Nedài 

che ricòrde da bagài… 

col patù e i saculòc, 

con le piàghe ’n sö i zinòc 

(che sa fàem an casìna 

’n dal giugà a caalìna) 

e con le candéle al nàs 

che netàem an sö ’l bràs, 

’ndàem sémpre, dòpo séna, 

nótre amìs a la nuéna. 

 

Stràde bröte da ’na ólta, 

gh’éra giàs, spaciüch e mólta, 

n da la bùrda néf o brìna, 

fósche, fósche ’nfin matìna. 

’N da la stàla, a la vigìlia, 

cumè töta ’na famìglia, 

gh’éra töta Regasóle: 

nóne, màme, òm e fióle 

con an bràs i fradelì 

che i vardàa l’altarì

 tacàt sura la traìs 

andù gh’éra ’l caàl grìs 

e ’na pégna da sternàm 

per le àche e ’l manzulàm. 

 

A mezanòc, o près a póch, 

desmetìa töc i gióch 

per pregà al Bambì bèl 

’n mès al bó e l’asinèl, 

San Giüzèp e la Madòna, 

i pastór e ’na quai dóna.

I Natali di una volta in cascina- Filastrocca dei Natali/ che ricordo da bambino… / col pannolone e gli zoccoli, / con le piaghe sulle ginocchia (ce le procuravamo in cascina/ giocando a cavallina) / e con il moccio al naso/ che pulivamo sul braccio, / andavamo sempre, dopo cena/ noi amici alla novena. // Strade pericolose di una volta, / c’erano il ghiaccio, le pozzanghere e il fango/ nella nebbia neve o brina, / buie, buie fino al mattino. // Nella stalla alla vigilia, / come tutta una famiglia, / c’era tutto Regasole: / nonne, mamme, uomini e ragazze/ con in braccio i fratellini/ che osservavano l’altare// attaccato sopra la mangiatoia/ dove c’era il cavallo grigio/ e un mucchio di strame/ per le mucche e i manzi. // A mezzanotte, circa, / si smettevano tutti i giochi/ per pregare il Bambino/ in mezzo al bue e all’asinello, / San Giuseppe e la Madonna, / i pastori e qualche donna. 

 

Attraverso La nòt da santa Lüséa, l’autore ci offre un ritratto poetico di un frammento d’infanzia cremasca, avvolto in una tradizione che si tramanda con un rituale affettuoso. La poesia dialettale racchiude il fascino di questa notte fin dalle prime strofe, come un affresco di attesa e magia: all’esterno i masulì tacàt e all’interno i curesì agitàt, un’emozione che rende eterno ogni minuto della vigilia. 

Nella notte più lunga dell’inverno si spera e si ricorre alla fantasia. Ogni rumore nella cuntrada fa sobbalzare i piccoli, che invocano mamma e papà per sapere: Ela riàda?  Una domanda sospesa tra timore e desiderio, è il cuore dell’intera poesia le cui strofe si fanno ténere: l’autore non descrive semplicemente una notte, la trasfigura in un simbolo di dolcezza, nel profumo del miele dei ricordi (le g’ha saùr dal mel). Il finale allude a mani misteriose che nella nebbia, tipica allora della bassa pianura lombarda, disperdevano i massulì di fieno.  

 La nòt da santa Lüséa

 Quante finestre

con i masulì tacàt

quanti bagai 

col curesì agitàt

 

La brama la matina 

’n da le ure… etèrne;

l’è prope la nutada 

püssè lunga da l’Invèrne.

i sent per la cuntada

i ciama… Mama, papà

Ela riàda? 

    …

Nòt da l’inucensa,

da sogn da fantasia

nòt da intimità, 

da afèt, da puesìa 

nòt da galavrode

da nef, da zel.

Not che a ricurdàle

le g’ha saùr dal mel

     … 

’Ntant che i bagài i varda

 qual giugatulì preferì, 

ma fressuse ’nda la nebbia

le distaca i… massulì.

 

La notte di Santa Lucia- Quante finestre/ con i mazzolini appesi/ quanti bambini col cuore agitato// Il mattino desidera che passino quelle ore eterne. / È proprio la notte più lunga dell’inverno.  // A tutti i rumorini che/ si sentono per la strada/ chiamano. “Mamma, papà lei è arrivata?” // Notte di innocenza, / notti di sogni, di fantasie/ notte di intimità, / di affetto, di poesia/ notte di galaverne/ di neve, di gelo. / Notti che a ricordarle hanno il sapore del miele. // Intanto che i bambini guardano / quale giocattolino scegliere, / mani frettolose nella nebbia/ staccano i mazzolini di fieno.

L’introduzione della raccolta delle poesie di Annibale Carniti, Saùr da pa surd, riporta per la successiva poesia una presentazione del prof. Pasquale Riboli.

Temi semplici quelli della sua poesia, ma per questo certamente genuini e lirici intimamente legati al vissuto: il Serio confidente discreto che porta via le pene di un uomo; le ricorrenze della vita contadina che svelano la genuinità dei rapporti interpersonali nella società preindustriale; la pace interiore che gli consente di cogliere suoni, colori e profumi delle stagioni.

Le immagini dialettali  della poesia successiva scorrono fluide, come le acque che vi sono descritte: il fiume non è soltanto una presenza territoriale, ma un protagonista emotivo: rinfresca la pelle (la mé pèl) e risveglia i sensi tra le sue (ciàre ùnde) e invita a divertimenti sommersi sott’acqua (andàe sot’àqua a bàlbe ‘n da le tàne). 

È un rifugio, una sorgente di ricordi, un luogo in cui si condivide pane e silenzio. Le ultime strofe racchiudono un inno affettivo al fiume: la relazione si fa più intima, perché diviene un luogo a cui confidare le pene e i pensieri, quasi come un amico fedele che ascolta senza giudicare. L’autore vi torna cumè ’na ólta (come una volta) ,cercando la carezza delle sue acque e la pace dei suoi sentieri. Il fiume diventa simbolo di autenticità, luogo sacro e personale che accoglie l’individuo e gli restituisce memoria, sollievo, appartenenza. È poesia che scorre, come il tempo, come certi ricordi che non smettono mai di nutrire il cuore.

 Per chi volesse vedere le immagini ed ascoltare la voce di Annibale che legge l’intera poesia, trascriviamo l’indirizzo facebook: https://www.facebook.com/groups/703014223052258/posts/1872428719444130/

Al mé càr Sère   

Ricòrde amó, quand da bagài 

’n dal témp da le vacànse e da la gran calüra,

ignìe a giugà ’n sö le tò sàbie, ’nsöma i tò gerài; 

tè ta sìet al mé mar, la mé vilegiadüra! 

 

’N da le matìne afùze, piéne da ruzàde 

(per còmpiti e lesiù gh’ìe pö pensér), 

curìe ’n pé per tèra ’nvèrs le tò palàde, 

legér cumè ’na fòia gulàe söi tò sentér.

 

Rinfrescàe la mé pèl an da le tò ciàre ùnde, 

andàe sot’àqua a bàlbe ’n da le tàne: 

cuma l’éra bù ’l pà sùrd mangiàt sö le tò spùnde! 

A mapamùnt in ària g’o biìt a le funtàne! 

 

Végne amó da te  cumè ’na olta

ma… a cunfidàt le pene

e töcc i me pensér;

végne amó da te e qualche olta 

per caregnà ’n sö le tò acque e i tò sentér. 

 

Il Serio, a me caroRicordo ancora, quando da bambino/ al tempo delle vacanze e del gran caldo, // venivo a giocare sulle tue sabbie, e sopra il greto: / tu eri il mio mare, la mia villeggiatura. / Nelle albe afose, piene di rugiada/ (per compiti, e lezioni non c’era più pensiero), / correvo a piedi nudi fino allo sbarramento/ leggero come una foglia, volavo sui tuoi sentieri. // Rinfrescavo la mia pelle nelle tue chiare onde, / andavo sott’acqua a caccia di balbi nelle loro tane: / come era buono il pane senza companatico, mangiato sulle tue sponde! / col sedere in aria ho bevuto alle fontane. // Vengo ancora da te come una volta/ ma a… confidarti i dolori e tutti i miei pensieri. / Vengo ancora da te qualche volta/ per piangere sulle tue acque e sui tuoi sentieri. 

 

La  Pulenta è un omaggio di Annibale a questo nostro cibo: una celebrazione di vita, di radici, di famiglia e un sapore autentico di terra: in un testo vivido e sonoro, sembra quasi che la polenta prenda voce propria, come una protagonista teatrale. Sul fuoco: ribolle, brontola, borbotta e fischia. Le rime e le allitterazioni danno un’energia giocosa, ma anche una struttura ancestrale precisa, come il gesto sapiente di rigirare col mestolo.

Il poeta ricorda che la polenta non è solo cibo, ma memoria condivisa, collante sociale e calore domestico (profuma casa e contrada) creando un senso di festa diffusa; egli diviene invece ironico e affettuoso con un gesto che chi ama la polenta conosce bene: come lucidare il fondo del piatto, perché nulla deve essere sprecato. La paragona, con una metafora gioiosa, a una bella, irresistibile luna piena: il desiderio poi  di “sbranarla” rivela un impeto sincero, da vero goloso!

La pulenta

La scatègna, la bruntùla, 

la barbòta, la sifùla: 

con vigùr e bùna léna 

sa la ména, sa la ména…

 

Sa la ména ’n po a foch lént 

’n fina a vègn cum’è ’n inguént: 

quand la sent ben bé da còtt

sa ga dà amo ’n menòtt. 

 

’N sö ‘l taér i l’à ultàda: 

la prüföma cà e cuntràda 

e la mànda alegrìa 

an faméa e per la vìa. 

L’è ’na bèla lüna piéna 

da mangià a mesdé e sena: 

basta doma a vardàla… 

ve la v‘òia da sbranala! 

 

Le l’è buna con al lacc, 

col butér o col furmàcc

col merlöss o col dunèll 

con le còste o il pulastrèll. 

Quand la mange col rüstìt 

ma sa ciöce ’n fina i dit;

’nvece quand gh’è la bagnina

 löstre ‘n fina la fundina. 

 

’N da j’albérghi gh’o mangiàt

 na quai piatt sufisticàt:

preferese la pulenta 

bianca e gialda, la cuntenta, 

la va zo püsé ulentera

se… bagnada dal Barbera.

 

La polenta- Ribolle, brontola, / borbotta, fischia: / con vigore e buona lena/ va mescolata e rimescolata. // Si gira un po’ a fuoco lento/ fino a che diventa un unguento. / Quando la senti che è ben cotta/ le dai ancora un giro. // Sul tagliere l’hanno versata/ profuma casa e contrada. / Manda allegria in famiglia e per la strada. / È una bella luna piena/ da mangiare a pranzo e cena. / Basta solo guardarla / e ti vien voglia di sbranarla. / È buona col latte/ col burro e col formaggio/ con il merluzzo e col coniglio/ con le costine (di maiale) / col pollastrello. / Quando la mangio con l’arrosto/ mi lecco fin le dita. / Invece, quando c’è l’intingolo/ lucido perfino la fondina. // Negli alberghi ho mangiato/ qualche piatto sofisticato: / preferisco la polenta bianca o gialla, lei accontenta. / La si mangia più volentieri/ se accompagnata dal Barbera.

Un testo evocativo Utobre, porta con sé l’autunno in un paesaggio quasi pittorico, che profuma di malinconia, memoria e mistero: le prime nebiuline l’aria ömida, aprono la scena come una tela sfumata, dove ogni cosa si ammorbidisce nel grigio e nell’umidità; il sole, an po malàt, è l’immagine del giorno che si ritira, stanco, mentre la stagione cambia umore.  Ogni finestra, che si affaccia su uno spesso strato di nebbia, è una piccola lanterna nel mistero della sera: un quadro lombardo autunnale riconoscibile in ogni parte dei paesi della bassa pianura. Così il poeta con tocchi lievi e profondi, fa entrare il lettore in un tempo sospeso tra vita e memoria, tra interno e esterno, tra luce e ombra.

  Utobre

Sa lasa do le prime nebiuline,

l’aria ömida la sent 

da funs da gnòcc brüsàt,

i tira sö i melgot ’n da le casine, 

ve sera… va do al sul an po malat.

 

Ogne finestra la dienta illüminada 

la lüss velada ’n dala nebbia da la sera, 

le slunga ’l pass le umbre per la strada,

croda le foe, le sfrega ’n söma l’era, 

 

Sa sent luntà sunà ’na campanèla 

i sèra sö i cancèi dal simitere,

ma e ’n ment töcc i me mòrcc,

al löm da la candela,

ma e ’l magù e barbòte ’n Miserere. 

 

 Ottobre– Scendono le prime nebbie leggere, / l’aria umida profuma di funghi, di fusi bruciati, / portano al riparo il granoturco nelle cascine, / viene la sera… tramonta il sole un po’ malato. // Ogni finestra si illumina, / brilla offuscata dalla nebbia della sera, / vanno di fretta le ombre sulla strada, / cadono le foglie, scricchiolano sull’aia. // Si sente lontana suonare una campanella/ chiudono i cancelli del cimitero, / mi rammento i miei parenti morti, / alla luce della candela/ mi ritorna la tristezza e borbotto un Miserere.

Il Poeta si rivolge anche al mese di Novembre invitandolo a partecipare al lutto che gli uomini vivono in questo mese. La sua immagine ha il culùr malincunea di nòst mòrt, che colpisce all’inizio del testo: è quella di un mese che diventa simbolo della memoria, del dolore e di tutto ciò che resta dopo l’addio. Il ciel vestìt da scür e lo squalùr da la campagna, evocano un paesaggio cupo e silenzioso, quasi sospeso, dove il dolore collettivo si fonde con la natura. 

Quel dulùr che ’l ma spuns e che ’l ma sgagna, è fisico, come se il dolore mordesse e strappasse l’anima. È un lamento, ma anche un atto di resistenza, per ricordare, nonostante tutto! 

Questi versi appartengono a una tradizione dialettale che dà ancora più forza e autenticità alle emozioni.  

Nuèmbre

Oh! … Nuembre,

culùr malincunea,

di nòst mòrt

ta set che a ricurdàm

le parole, l’aspètt

i turmént da l’agunéa,

la fadiga che i g’ha fatt

per salüdàm…

 

Al tò ciel 

vestìt da scür,

al squalur 

da la campagna

i s’antùna 

al nòst dulùr

che ’l ma spuns 

e che ’l ma sgagna.

 

Al nòst lüto

ta ót partecipà! 

Vé, carègna ’nsèma notre:

 “Requiescant in pace” … 

e t’ancumincet a piuisnà.

 

Novembre. Oh!... Novembre, colore della malinconia, / dei nostri morti/ sei qui a ricordarmi/ le parole, l’aspetto/ i tormenti dell’agonia, / la fatica che hanno fatto / per salutarmi… // Al tuo cielo/ vestito di buio, / allo squallore / della campagna/ si accorda / il nostro dolore/ che mi punge e che mi morde. // Al nostro lutto/ vuoi partecipare! / Vieni, piangi con noi: / “Riposino in pace…” /  e tu inizi a piovigginare.

La poesia Alba d’estàt è costruita su tre momenti: il primo è il risveglio della luce; poi il passaggio dalla notte al giorno, con i dettagli naturali; infine l’arrivo del canto e della vita. Il testo è ricco di immagini evocative, di musicalità e si affida a diverse tecniche poetiche che ne amplificano il fascino, con l’uso di figure retoriche e immagini visive. Con una metafora il poeta trasforma la luce dell’alba in una lama che fende le ombre; personifica la notte che va… la lassa la frescüra e il giorno ’l nas, come se fossero esseri viventi in transizione. Così la poesia stimola immagini sensoriali:  pruföm che dà l’estàtle pèrle da ruzada e il canto degli uccelli, creano una contaminazione percettibile. Il ritmo è sostenuto da rime alternate e baciate, in particolare nella seconda e terza strofa. Il dialetto dona autenticità, calore e radicamento territoriale, rendendo la scena poetica più vicina al lettore, come se l’alba sorgesse proprio davanti alla sua finestra.

Alba d’estàt

Cumincia i prim barlöm de la giurnada,

le umbre le ciapa furma a poch a poch:

cumè lame da lüs dal sul sguainàde

le trapassa i nigui e i’ampiena da foch.

     …

Pèrle da rusada sö la verzüra

la spècia i culùr dal ciel pitüràt:

 la nòt la va… la lassa la frescüra

’mpregnada da pruföm che dà l’estàt.

 

Gh’è tant da urchèstra a cumpletà ’l spetàcol

che ve dal ciel, dai tècc, da la spinada:

i’è töcc i usèi che i canta al gran miràcol

che sa ripèt al nas da la giurnada.

     …

Alba estiva- Iniziano i primi bagliori della giornata, / le ombre prendono forma poco a poco: / come lame di luce dal sole sguainate/ trapassano le nuvole e le incendiano. // Perle di rugiada sul verde/ rispecchiano i colori dipinti nel cielo; / la notte se ne va… lascia una frescura/ impregnata di profumi dell’estate. // C’è anche un’orchestra a completare lo spettacolo/ che viene dal cielo, dai tetti, dalla siepe spinosa: / sono tutti gli uccelli che cantano per lo stupendo miracolo, che si ripete all’arrivo di una giornata.

Il prossimo testo non è solo un canto alla primavera, ma una supplica alla propria donna: una richiesta di riprendere quei gesti d’amore che caratterizzano la profondità di un sentimento, un’ode sincera all’amore che sboccia con la primavera: proprio come i fiori nei campi.  Il risveglio della stagione diventa metafora di quello emotivo: è il desiderio che torna a scorrere, segno di vitalità e amore; è il bisogno di lasciarsi alle spalle pensieri e affanni per ritrovare l’intimità nei gesti semplici che un tempo erano i loro.  Il canto dell’usignolo accompagnerà l’incontro, come se fosse il loro cantastorie: la serenata è un richiamo antico, da innamorato gentile. L’autore sogna che. con il canto dell’uccellino, la natura stessa sia partecipe del sentimento. Il gesto di offrire un fiore è tenero e simbolico: esprime il desiderio di riconquista non con parole altisonanti, ma con attenzioni delicate. Il vernacolo arricchisce l’autenticità del sentimento. 

L’ è Primaera

Oh, Teresì

gh’è riàt la primaera

e ma sente ’l sangh che boi…

Ve con me ’nda la campagna,

söta mia ardà ai nòst fioi.

 

Mèt da part töcc i penser,

spassetù e pò i brus’cì

ve con me adré a sucàde

che i teré j’è töcc giardì…

    … 

Cercarèm ’na bèla umbréa,

ta daró ’l püssé bèl fiór.

Al russsignol ’n dal fuscù 

 da la sucàda 

 al capesarà töt quant

 e ’l ma farà la serenada

      … 

 È primavera- Oh, Teresa, / è arrivata la primavera/ e io mi sento il sangue ribollire… / Vieni con me in campagna, / non continuare a badare ai nostri figli. // Lascia perdere tutti i pensieri, / gli spazzoloni e anche gli straccetti; / vieni con me vicino alle piante capitozzate/ che il terreno è tutto un giardino. // Cercheremo un po’ d’ombra, / ti donerò il fiore più bello. / L’usignolo dal buio / della capitozza/ capirà tutto quanto/ e ci farà una serenata

 

Pasegiade al sul da Mars è una narrazione affettuosa che lega generazioni e stagioni. Marzo è un mese poco affidabile, ma generoso. che gioca con le emozioni. Reca una promessa: quella di qualcosa che cambia, che germoglia. È il confine tra l’inverno che si ritira e la primavera che avanza. La rondine cinguetta mentre viene sera: la promessa è mantenuta, la primavera finalmente è arrivata. Il bambino che accompagna il nonno è il centro della poesia. Camminano insieme, osservano la gente che lavora, imparano con lo sguardo: il nonno è memoria e radici, il bambino è sogno e possibilità. Proprio come Marzo, anche la vita del bambino sarà fatta di contrasti: giorni freddi e caldi, ostacoli e sorprese. Il Poeta evoca intimità e autenticità anche attraverso la struttura di una narrazione parlata: le immagini concrete e quotidiane si alternano, scandendo il tempo e il lavoro della gente. Nel testo traspare questa naturale trasmissione di senso: il ciclo delle stagioni diventa il ciclo della vita, in cui anche le promesse più insicure possono fiorire.  

Pasegiade al sul da Mars

    …

Nono e neudì

i pasegia per la via

i varda chi laura

’ndale urtaae,

chi semina le cole,

chi bruza le sterpae,

chi cata con cüra 

e con amor

brasade da zermoi 

dai bei culur.

     … 

Mars, frèt, calt,

e traajuss  

cumè ’n po da töt

fat sö da fresa

ta set sempre 

an gran bèl mes 

e ’na prumèsa…

 

’Na rundana la ciciara 

 e vee la sera,

la prümèsa 

l’è dientada 

primaera.

 

Passeggiate al sole di MarzoNonno e nipote/passeggiano per la via. / Guardano chi lavora/ negli orti, / chi semina/ chi brucia le sterpaglie/ chi raccoglie con cura/ e con amore, / una grande quantità di germogli/ di vari colori. // Marzo, freddo… caldo/ e instabile/ con di tutto un po’ / fatto di fretta/ sei sempre un gran bel mese/ e una promessa… // Una rondine chiacchiera/ e arriva la sera. // La promessa/ è diventata/ primavera.

L’ultima poesia che scegliamo, fra le tante scritte da Carniti, ha un’energia tutta sua, come se le parole giungessero come una carezza che attraversa il tempo. La neve che cade sembra quasi fermare il mondo attorno per permettere al legame, fra mamma e bambino, di brillare in tutta la sua tenerezza. La ripetizione: ’l fiòca... ‘l fiòca..." dà al testo un ritmo ovattato, proprio come il silenzio che accompagna i fiocchi quando cadono. E il dettaglio del fratellino in arrivo aggiunge una nota di dolce attesa, di nuova vita. Lo stile di questa poesia è semplice e delicato, ma proprio per questo riesce a toccare corde profonde.  

E ’l fioca, ’l fioca 

’N bagaì a la finéstra

da la casa 

’n bras a la mama

che ’l la carèssa e i la basa,

a buchina èrta 

e j’òcc spalancàt

al varda la nef 

che töt la g’ha sbiancàt.

Pö nissün capresse

sota i risulì,

pö nissün giugàtol

che i la fa giuì.

’L balòs al got

a usservà ’n cuntrada

la zent dal pas incert

e ’mbacücàda.

 

E ’l fiòca e ’l fiòca… 

ve l’ura da la nana

e ’l popo ’l gösta 

al calùr da la sò mama.

La mama arent arent

al sa la tègn: 

la ga fa sent

al fradelì che ga da vègn…

 

La ’ntuna sota us

’na filastròca 

e ’l crapù, bèl bèl

al s’andurmenta.

E ’ntant al fiòca, al fiòca, al fiòca…  

 

E nevica… e nevicaUn bambino alla finestra/ della casa, / in braccio alla mamma/ che lo accarezza e lo bacia, / con la boccuccia aperta/ e gli occhi spalancati, / guarda la neve/ che tutto ha imbiancato. // Più nessun capriccio/ sotto i riccioli, / più nessun giocattolo/ lo rallegra. // Il furbetto si diverte/ a guardare in strada/ la gente dal passo incerto/ e imbacuccata. // E nevica, nevica… // Viene l’ora della nanna/ e il piccolino gusta/ il calore della sua mamma. // La mamma vicino vicino / se lo tiene: /gli fa sentire/ il fratellino che deve nascere… // Lei intona sotto voce/ una filastrocca/ e il bambinello piano piano/ si addormenta/ E intanto nevica… / nevica… nevica.

Conclusione

I poeti dialettali cremaschi si soffermavano spesso su temi quotidiani, terreni, talvolta persino burleschi: la nostra scelta per far conoscere Annibale Carniti vuole evidenziare una voce che cerca il divino nel semplice, il silenzio nella meraviglia; un ricercatore della bellezza nascosta nei dettagli della natura e nei legami affettivi. Un tono misurato, lieve, ma profondamente sentito. Con sguardo attento alla natura e ai sentimenti quotidiani, ha scelto di non alzare la voce, ma di ascoltare i battiti del cuore, il ritmo delle stagioni, il sussurro di un’emozione che nasce dai piccoli gesti. Le sue poesie dialettali sono finestre aperte sulla bellezza, sulla tenerezza dei legami, su quel quieto stupore che il mondo regala a chi lo osserva con rispetto. Non un cantastorie rumoroso, ma un ricercatore di armonie nascoste.

Nelle foto Annibale Carniti, Santa Lusea, la pulenta, al fioca, la me Crèma cara

Graziella Vailati


© RIPRODUZIONE RISERVATA




commenti


lucianagroppelli481@gmail.com

29 gennaio 2026 18:52

La presentazione di Graziella Vailati di questo poeta misurato,sensibile, apparentemente semplice,si legge tutta d'un fiato e dà conto della meritata notorietà del poeta di S. Lucia.