Considero (quindi non senza sidero) la peritivo (s'enza la postrofo) la quintessenza della vita: non sai chi trovi, non sai quanto dura, non sai dove e come va a finire. Qualcuno, della propria vita, conosce le risp'oste (strafalcione a gratis) a queste domande?
Il bello della bisboccia è insito nell'inter pocula dell'alzare i lieti calici, soprattutto quando, nel bisbocciodromo, nessuno sventola la bandiera a scacchi e il conteggio dei giri rimanenti, più che nebuloso è nebbioloso, barberoso, malvasioso, lambruscoso e chi più ne ha, più ne versi.
Nella Bassa, il principe casalingo degli aperitivi è il bevèer in vìn, il sorbìr:
bróot & vìin (grafìa del contado) bróot & vèen (grafìa citadéna).
Necessita però di lesso borbottante con sventurato quadrupede o bipede o entrambi, in gioiosa coabitazione fluttuante nell'idromassaggio con bagnoschiuma alla carota sedano e cipolla.
Il medesimo infuso, fatto tirando il collo al dado, non dà risultati soddisfacenti, occorre percorrere l'iter apposito, abitualmente attenentesi a questi principi...
Quando è stato morto il quadrupede o il bizampiede (in dialètt i gàa cavàat èl vìsi dè respiràa) e il cadavere del defunto presenta evidenti segni di decesso (da cui de cuius) si andava al suo funerale (in dialètt 'ndàa a òbit*) fidando più nell'estumulazione dal forno che nella sua cremazione. Questo in caso di arrosto cardiaco, in caso di bollito stomatico, va calato nella Jacuzzi dotata di manici e coperchio che diventa semaforo per gli effluvi.
*ndàa a òbit: l'assonanza da obitorio, dovrebbe dare esaustiva spiegazione dell'argomento in essere, anzi in fu, riguardante il giretto turistico nell'ade che comunque è seguire, nell'ultimo e definitivo domicilio, una persona.
Se il suo vuoto, lascia un profondo senso di sollievo, la cosa si svolge in corteo, se la dipartita avviene anzitempo o il/la non invidiato/a protagonista era ben visto/a, allora diventa un lungheo.
Fatterello occorsomi al riguardo del mondo ctonio suaccennato.
Agosto. Caldo della madonna (e se è suo, perché non se lo tiene?) entra da me, in negozio, un signore, titolare di un'impresa di pompe funebri, una sorta di agenzia ultimi viaggi, tipo Sepol Tour (per la cronaca, ha aperto accanto a lui, una boutique che si chiama Eternity; una bazzecola in confronto al "Lavasecco Acquarius" poco distante)
Subito gli chiedo se, in questo periodo di grande sfoltimento degli anziani che il caldo depenna con una certa celerità (ci sono ristoratori che, se un anziano chiede un uovo alla coque, glielo fanno pagare in anticipo) ha molto lavoro.
"Sì, è un periodo morto"
Sto ancora sbellicandomi dalle risa, quando entra un assicuratore, col quale avevo un appuntamento e lo accolgo indicandogli la reclame del 2 novembre dicendogli: "I suoi clienti non si lamentano mai, al contrario dei tuoi!"
L'assicuratore: "Perché, in che campo lavora?"
Il pompefunebrista , rivolto a me, con sorrisino malizioso: "In che campo lavoro?"
"Camposanto!"
A questo punto vengo chiamato fuori e mi assento due minuti, appena rientro, l'assicuratore mi rassicura: "Non ho rubato nulla"
Allora non stai lavorando!
Eravamo rimasti al brodo in "pause". Play...
Per un buon bollito e conseguente brodo, alla mucca, deve muccadere -anzi, vaccadere- dapprima un qualcosa di spiacevole; tipo un frontale col macellaio che non va tanto per il sottile (coltelli esclusi).
Non che di questo sia contenta, ma comunque va a finire che non sta più nella pelle.
Stressata dalle attenzioni in oggetto, accade che si faccia per noi in quattro -i famosi quarti- e che si conceda un bagnetto molto caldo in vasche pentoliformi capienti e in verdurosa compagnia delle sempiterne carote più sedano e cipolla che io prediligo rossa.
Di solito, a tagliarla, vengono le lacrime, mai però quanto i tagli alla finanziaria.
(Notare, please, la cipolla rossa, sarebbe d'obbligo, qualora -non ora- ci fosse un governo di sinistra)
Da quanto scritto fin qui, si evince che lo scrivente ama gli animali con una certa predilizione per quelli cotti.
Dato che la mucca sta diventando bollito e che in concomitanza si adopera pure a fare il brodo, la cui formula chimica è vacca due o (VH2O, la stessa del latte, Bergonzoni dixit) approfittiamo di quest'ultimo e sfruttiamolo come ouverture dell'opera (manzo-niana?) vertente sui bolliti misti.
A Cremona è d'uso iniziare lo sfruculio dei bolliti, aprendo loro la strada col bevèer in vìin o sorbìr che ber si voglia.
Nel brodo per sé solo o in compagnia di qualche rado marubino o altra pasta ripiena o non [vedi foto di riso con le verze matte in vìin a comprovarne la veridicità] mentre nella pentola si svolge il film "Torna a casa lesso", entra in scena il vino rosso -col ruolo di apripista- alla leccorniosa ex mucca.
Qui ci starebbe una foto, ma non c'è e ci vorrebbe proprio (date la stura alla fantasia) per mancanza di spazio, di teneri vitelline, future costolette alla milanese, mucche in attesa (ma non incinte) di abluzione prima di diventare ex mucche... e marubini (e ci sono le foto di cui sopra) in t(r)iepidante attesa di finire in pentola, in compagnia delle modelle, repetita iuvant- di cui sopra.
Qui avviene il battesimo -per immersione, nel brodo, anzi nei tre brodi manzo, gallina, salame- di marubini, tortelli, o similia.
Non tutti vengono battezzati in fumanti e occhieggianti ristrette piscine riscaldate e nelle quali vengono fatti affondare bastimenti carichi di aromi, ai quali si aggiungono leggiadre naiadi (galline, salami da pentola e scaramella) sguazzanti felici e che, per osmosi, cedono i loro umori in una girandola di effluvi che, con questa descrizione, dovrebbero giungere fino a te.
Altri vengono cresimati col sacro crisma del burro fuso e ammantati di grana di nostra signora frisona: una signora dalla discutibile moralità, una vera vacca.
Tutti vengono un(i)ti in matrimonio, dopo eventuale aggiunta di untuoso condimento (chiamata estrema unzione) e sposati a bottiglie di lambrusco, dalla cui unione nasce il bevèer in vìin o sorbìr che, ultimo retaggio maschilista, va (leggasi andava) sorbito dai soli uomini in piedi, col volto rivolto al camino (non potevo scrivere con la faccia rifaccia al camino).
Tutto questo per un malcelato pudore nei confronti dell'angelo del focolare che abitualmente soffre di mal di testa per via dell'aureola troppo stretta.
Se, un giorno, gli angeli (angelesse) del focolare si decidessero a dimissionare il sorriso da cherubini e col bastone della polenta far sentire il loro peso sul groppone di chi nemmeno considera il loro gravoso lavoro, ne trarrebbero convincenti deduzioni.
Non si scordi, che ai tempi dei romani esisteva lo ius osculi: il pater ave(gloria)va il diritto di baciare la moglie per saggiarne l'afflato e comprovare che dalla cantina il numero delle anfore del vino (piene) era immutato dal più recente inventario.
In caso contrario gli ossicini della consorte sarebbero diventati molto friabili.
Questione di accento: botte, bòtte. La differenza è nelle ossa rotte.
Torniamo al nostro aperitivo molto antico e sempre nuovo.
Il purpureo colore dell'enoico liquido concorre a marezzare il biondo colore del brodo di riflessi che si possono trovare nei quadri di Chagall; una vera opera d'arte, anzi d'arti (mi pare quelli inferiori) dei vari bipedi e quadrupedi che -ho il sospetto, non consenzienti- hanno dato il loro contributo alla riuscita del tutto.
Dato che in queste cose non sono un semplici8, ti renderò edotto sulla perfezione di questo bevèer in vìin che, da noi, si usa come aperitivo.
Abitualmente si assumono, non passando dall'ufficio assunzioni del personale, alcolici come aperitivo, a stomaco ancora da arredare e con gli enzimi disoccupati.
Il vino, nel suo breve viaggio verso sud in tanta e desolante solitudine, subisce un impatto col fegato (l'im..patè di fegato) che, libero dall'intasamento del traffico che abitualmente dirima, gli dà libera circolazione sanguigna.
Questo ci obnubila quel tantinello, fino a renderci mappamondici i piedi, creandoci non poche difficoltà nella deambulazione e ancor di più, nell'incappare nella prova del palloncino, davanti ad una pattuglia dei carabinieri, dove si consiglia una prudenziale ritirata al fine di evitare un altro genere di ritiro.
Simpatici iscritti [altra foto mancante, ci starebbe bene, di avvinazzati instabili bipedi] alla lega antianalcolica, prima della loro iscrizione al club delle patenti ritirate.
Il sorbir, essendo già una felice coabitazione di grassi che intasano l'epatotraffico, permette al vino di percolare attraverso il coraggioso fegato (se non ha del fegato il fegato...) in maniera quasi omeopatica e questo sì che aumenta la motilità della stomaco rendendo euforici gli enzimi che, infatti, cominciano ad applaudire, smaniosi di mettersi al lavoro senza quell'ottundimento da alcool che avrebbero, se il vino brigolerebbe nella sua discesa non a braccetto del brodo.
Per motivi di cristiana pietà, non dirò nulla su aperitivi analcolici: bevande in bottigliette sulle cui etichette manca la dicitura "Per uso esterno" e dove, al contrario dei vini [iniv ied oirartnoc] la vita latita, essendo bevande morte che mai miglioreranno (come succede ai nostri politici, altra cosa che dobbiamo sorbirci senza il piacere del sorbir).
Tutto questo ragionamento unicamente perché la gola è più vicina al cervello che allo stomaco, chissà per quale motivo?
Come detto nell'incipit dello scritto (assai improbabile articolo, certamente fesseria certa) l'aperitivo è anche occasione di approfondimento di amicizie e di insensataggini tipo queste...
Osteria "Per Bacco" gestita da un alpino talmente votato al Pinot da ritenersi un alpinot.
Qui è di casa Michele (non ricordo se era di 3viso o Bell1, comunque veneto) in quanto ad alzare il gomito è in gamba (anche se si dovrebbe scrivere in braccio ma poi non si può dire alza il ginocchio) se sta per cadere si aggrappa alla grappa.
Da bocia la maestra gli correggeva i compiti con la grappa. Sbagliava apposta. Piovesse vino, l'ombrello girato al contrario è il suo.
La sua specialità è il tiro al bicchiere. Non colpisce un paletto nello slalom della discesa libera della sambuca, specialità che gli permette ("slalomando") di driblare, più che i paletti, le palette della polizia.
Mi chiede una dozzina di volte -lui dice "senza insistere"- se voglio una sambuca, una sambuchina, una sambuchetta, 'n sambuchin; no, ma prenderei volentieri un ultimo sorso di Agricanto (sciropposo liquore gay, per gente col fisico da giocatore di dama, ottenuto da Raboso e amarene e dalla virulenta gradazione oratoriale adatta a novizie, mammolette, lupetti, educande e agli incursori dell'esercito del club di Topolino).
Va al banco e torna dopo sette nanosecondi (quasi un biancaneveminuto) accozzagliando consonanti con vocali rammendate: "Agricanto no ghe xe, ma sambuca quanta ne vuoi".
Altro giro...
Trattoria "La Resca", circamenoquasi mezzogiorno, ora aperitivistica; entrano due disavventori il primo dei quali con i piedi sferiformi che non potendosi aggrappare alla grappa, appiglio per etilisti, riesce a mantenere un precario equilibrio vacillantemente tenendosi al bordo del banco.
Entra -autoscaraventandosi- il secondo che inciampando nelle ossa di formica imprudentemente parcheggiate sulla soglia, rovina violentemente a terra misurando -de visu- il residuo spessore tra la cera e il pavimento.
Il primo addetto alla cirrosi chiede, facendo leva sul risicato residuo contegno, una birra e con imperturbabile professionalità, l'oste -data l'avvezza esperienza personale con la bottiglia, ma più col contenuto della medesima- domanda cosa debba servire all'amico mimetizzato sulle mattonelle "Niente, lui deve guidare."
Quando Cerri (famoserrima trattoria in piazza S. Giovanni Ics Ics I I I [il santo protettore delle schedine del totocalcio]) era anche oasi per nullafacenti (potevo mancare?) con sosta obbligata per èn bisóol dè biàanc, v'era un gruppo eletto di sciagurati* (potevo mancare?) che dè scundiòon** nel cortile retrostante venivano imbeccati di colesterose meraviglie e robuste dosi autosomministrabili di malvasia, dall'Aristidina, nuora vèscuadina dèla Walda.
Prima spiego gli asterischi poi provo a riportarvi un fatterello, con protagonisti gli inaffidabili soggetti professionisti dello scansafatichismo...
*sciagurati: Lanfro, Napo, Vaia, Cèco, John, Fanfòon, Triòon, me, non potevo mancare!
**dé scundiòòn: in maniera non eccessivamente legale, come dire era vietato (dalla Walda, la patronne, una vera rèsidùura) ma non vietatissimo
Ho amici con un pizzico di follia a quintali. Una quasi sera di gozzovigliamento cerrico, questi portatori sani di cazzeggio in dose industriale, gli amici ♤□$£♤●□》《》♡ (presidente dell'associazione culturale Cirrosi Epatica) e □{$}●■》♡♡ (membro del fancazzismo olimpico, difensore strenuo del minimo sindacale delle transaminasi, pennichellologo di vasta e comprovata esperienza certificata ISO 9002, vero pozzo di scienza della birra nelle sue più recondite accezioni soprattutto quella sgargarozzabile) decidono, post diverse paole* svuotate, un tour tra le varie santelle disseminate qua e là nella campagna per rendere loro un pìo omaggio.
Dette santelle ivi son poste...
Dalla cristiana devozione dei villici.
Dai previdenti proprietari dei prati e terreni che così si portano avanti con l'indulgenza quando sarà il caso di salire al piano di sopra e vedere i grandi prati di Manitou.
Dai parroci invocanti la madonna e revocanti la fecondazione assistita non mettendo sullo stesso piano le locali bellezze dai lombi freschi e la bella figliola from Nazareth alla quale un certo Gabriele (pare si chiamasse Angelo Q. Stode) dovette annunciarle che era incinta ma non era stato suo marito.
La cosa avvenne con partenza a razzo, fumo di pneumatici, ricerca delle santelle medesime con tortuosi ghirighori stradali, precipitose discese dal mezzo, genuflessioni al volo con sbandata controllata, segni della croce modello pit-stop Ferrari e scattante ripartenza per santella successiva.
Per rendere omaggio di persona ai titolari delle santelle andranno poi un giorno con molta più calma e lo stesso sorriso.
*paola: scritto minuscolo, non nome proprio, trattasi di scodella
ceramicosa, col piede a sbalzo, atta a decurtare i punti della patente e rendere tondiformi i piedi, inficiandone problematicamente l'equilibrio.
Erano, assieme alla còsa, scodella di legno, i contenitori enoici per eccellenza nelle rurali gargotte, nelle povere bettole, nelle semplici osterie.
Osterie per i rurali avventori, i poveri poveri, i semplici paisàan.
Con poco bevevano, ovvero vivevano, approfondivano (ora si direbbe socializzavano, interagivano) e -orrore- spendevano poco.
Rendo l'idea, anche se non so chi me l'ha prestata, così...
Una coperta ti scalda più a lungo se ti ci infili sotto, meno se le dai fuoco. Il consumismo non la pensa così.
Adesso l'aperitivo, non solo non è più improvvisato, ma addirittura programmato (e qui con la quintessenza della vita ghè suntèen mija) è diventato apericena e la sua estemporaneità è andata a farsi friggere, assieme alle polpette di Cinto e al merlöss dèla Lüna.
Certo creava dissapori con la bilancia, la cintura stretta parlava chiaro: anche la bilancia se ne accorgeva, ma la mia, omertosa, taceva sul da farsi.
Con questo è chiaro che ho la cucina nel sangue, nei quattro angoli del cuore?
Tutti angoli cottura!
commenti
Mauro
5 febbraio 2026 10:06
Sempre uno spasso!!
Però te peerdet, un paio di aneddoti già raccontati :)
Ma d'altra parte è tipico delle telenovelas aperitivistiche.
Un grande