«L’Epifanìa töte le féeste la spàsa vìa». Quando c'era la Festa benefica del Marò in piazza del vecchio ospedale
Nella liturgia cristiana occidentale, l’Epifania celebra la manifestazione di Gesù Bambino ai Magi d’Oriente, dopo quella avvenuta, nell’ambito temporale della Natività, nei confronti dei pastori presso la grotta di Betlemme. Inizialmente questa festa, nata in Oriente intorno al 120-140, celebrava pure il battesimo di Cristo. Un fatto, questo, dirompente sul piano teologico, perché un filone di pensatori, gli gnostici basilidiani, credevano che l’incarnazione di Dio fosse avvenuta non alla nascita di Gesù, ma successivamente, attraverso il battesimo nel Giordano. Anche questo avvenimento veniva fatto coincidere con il 6 gennaio, data paleo-egizia del solstizio invernale, nella quale per tradizione si festeggiava il nuovo sole.
L’Epifania, in seguito, una volta purificata dagli elementi gnostici, venne adottata dalle Chiese orientali, trasformandosi in una quadruplice celebrazione, comprensiva della nascita di Cristo, della parallela adorazione dei Magi, del ricordo del battesimo di Gesù e del primo miracolo a Cana.
Questa sovrapposizione di episodi evangelici, questa serie di anelli concentrici di sacralità, si è venuto a proporsi come un’aureola sulla data del 6 di gennaio. E lo stesso fenomeno convergente di filoni concentrici è avvenuto pure nell’ambito delle tradizioni popolari.
A raggiera confluiscono, infatti, verso l’Epifania, una molteplicità di segni e percorsi folklorici propri di una tradizione da sempre in mutuo dialogo con la religiosità dell’evento, attirati fortemente da esso, e che si sovrappongono ad esso, ma che non hanno alcun nesso d’origine con la festa cristiana.
Questi meteoriti folklorici, che prendono le fattezze di fuochi rituali, di questue itineranti, di doni, di balocchi, di dolciumi, di presagi, di canti e nenie, di animazioni, si pongono come nuclei satelliti sull’astro calendariale della manifestazione di Dio, in una sorta di mutuo sincretismo speculare. E’ come se fossero confluiti nell’areale religioso cristiano substrati che appartengono a sensibilità ed interpretazioni che hanno radici nel pensiero e nella prassi di culture arcaiche, fiorenti molti secoli o millenni precedenti la nascita di Gesù.
Le tracce presenti nel folklore e nella favolistica di magia sono da collocare, infatti, nella vita comunitaria dei popoli cacciatori e raccoglitori, in una fase storica precedente l’invenzione dell’agricoltura. Sono personificazioni e segni che provengono dal mondo lontano della selva, probabilmente partoriti dall’immaginario di uomini e donne del paleolitico superiore.
La complessità dei fattori convergenti sull’Epifania, di questo antico Capodanno, è propria anche del nome della singola celebrazione cristiana, che mutò nel tempo il proprio significato: inizialmente era Epipháneia, ovvero in greco «apparizione» e in senso traslato «manifestazione sensibile di una divinità». Nel corso degli anni la stessa definizione si trasformò in tà Epiphánia, ‘le Epifanie’, per indicare le tre manifestazioni del Cristo: la nascita nella grotta di Betlemme, il battesimo nel Giordano, il primo miracolo di Cana.
Va pure ricordato che gli orientali chiamarono la ricorrenza del 6 gennaio anche «festa delle luci», come scrive Alfredo Cattabiani, rifacendosi alla testimonianza di san Gregorio Nazanzieno.
La sacra qualificazione della data si irradiò, in seguito, in varie direzioni sostenuta dal cristianesimo che si stava affermando ovunque. E fu così che, intorno al quarto secolo, la festa delle Epifanie penetrò in Occidente, e all’inizio del secolo successivo fu adottata a Roma. Qui, però, l’evento subì una modificazione, o meglio una semplificazione, perché, nello stesso periodo, i cristiani di Roma trasferirono il Natale di Cristo verso il giorno in cui veniva celebrata, da parte dei pagani, la nascita del Sol Invictus, vale a dire il 25 di dicembre.
Da tale processo e trasferimento di festività, divenne così prevalente, per il 6 gennaio, l’ esclusiva celebrazione dell’adorazione dei Magi, che si realizzò in modo graduale nel corso dei secoli. Pertanto la festa fu tradotta in Epiphânìa, «manifestazione» al singolare.
Da allora, con tale festa, la Chiesa volle chiudere il ciclo natalizio, dedicando il giorno dell’Epifania all’adorazione di Gesù bambino da parte dei Re venuti dall’Oriente, gli affascinanti Magi. Da qui il detto che viene tramandato come preciso confine temporale: «L’Epifanìa töte le féeste la spàsa vìa», «L’Epifania tutte le feste spazza via».
Collegata al viaggio dall’Oriente di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, al seguito di un singolare astro «provvisto di chioma, da cui è nato dal greco il termine cometa» (Antonio Mori), si presenta la tradizione molto diffusa della stella. E’ una usanza popolare, questa, per la quale, nella settimana ante- cedente il 6 di gennaio, gruppi di giovani e meno giovani si muovono per le case delle loro contrade, preceduti da un festaiolo che regge una pertica, in cui è appesa un simulacro della ‘stella cometa’, in questo caso una stella di carta, con un lumicino al centro. Tutta la compagnia canta in coro: «Dall’Oriente siam partiti con la guida di una stella», augurando prosperità ed ogni bene a tutti i presenti e ricevendo poi dagli astanti dolci e libagioni.
E’ presente nei borghi del Triveneto pure la tradizione di una comitiva formata da tre bimbi che inginocchiandosi davanti alle porte delle case incominciano: «Noi siamo i tre Re – vegnudi tutti tre – vegnudi dall’Oriente – per adorar Gesù...», con una differenza fondamentale – una sorta di rovesciamento del rito – rispetto ai Magi venuti da lontano. I bambini, infatti, non offrono doni, ma solo la loro simpatia. Niente di più. Ne ricevono però altrettanta. Il che è molto in un mondo qual è quello di oggi, in cui i bambini possono anche sparire a causa dell’insania di balordi. E’ una sorta di semplice metafora quella della stella, che privilegia la dimensione dell’affetto, e che fa corri- spondere all’oro, all’incenso e alla mirra offerti tanti anni fa a Gesù Bambino, il dono della relazione comunitaria, della gioia di stare insieme nel presepio protettivo dei borghi, in uno spazio di attenzione e di amo- revole aiuto reciproco.
La Befana che vien di notte... Nel segno delle ‘Madri degli animali’ e delle ‘Nonne del fuoco’
La figura della Befana è stata molto studiata da Claudia e Luigi Manciocco, i quali hanno riscontrato nei dialetti italiani i tratti arcaici della sua personificazione, quali la capacità di trasformarsi in animale, il legame con la foresta e con le pelli, il nesso col fuoco.
Tutti questi aspetti si ritrovano in figure affini a quella della Befana presenti presso i popoli cacciatori, raccoglitori o pescatori, nelle cui tradizioni orali si riscontrano le personificazioni delle ‘Madri degli animali’ e delle ‘Nonne del fuoco’. Stessa cosa dicasi sulle analogie che si trovano in culture di tipo mediterraneo. Basti pensare al legame con il culto dei bovini e degli asini propri di culture arcaiche; culti che traspaiono nelle immagini della Befana accompagnata dall’asinello, come avviene in Calabria, al pari del san Nicolò ladino e della santa Lucia padana. In Sicilia, la Befana incede al suono del-
la campana delle mucche, mentre da altre parti si cuociono per l’Epifania delle paste in forma di bue per i bambini.
L’uso è noto anche nelle campagne polacche e russe, dove durante le feste natalizie si distribuiscono ai gruppi di koledari, che visitano le case, dei pani a forma di mucche e montoni. E’ proprio questa antica usanza ad aver determinato il nome di korovaj dato in Russia al pane natalizio e nuziale, dall’antico slavo krava ‘mucca’. Talvolta i pani dedicati agli antenati assumono la forma umana. A Vicari, in Sicilia, il giorno della Befana, si offrono ai poveri dei pani in forma di «pupe rappresentanti le anime dei defunti».
Le focacce rituali sono particolarmente legate alla festa di Capodanno. Alle calende di gennaio si offriva a Giano un dolce sacro fatto con frumento e sale, detto janual. Per questo Giano era chiamato popànon ‘il dio dei dolci’. Nel basso impero si continuò ad offrire al dio i popana, dolci fatti col miele e avvolti in foglie dorate.
Pappu viene chiamato il pane in Calabria, e Pappu è anche il nome di un essere misterioso, un fantasma, uno spauracchio dei bambini. Papparutu o pacciarutu è un altro nome della Befana. Pappus ha in latino il significato di ‘avo’. E’ indicativo, dunque, il nesso semantico tra la figura dell’antenata e il pane che la rappresenta. Ricordiamo, a conferma di questa identificazione, che Befana è anche il nome di un dolce in forma di vecchia. Non possiamo tralasciare di citare, a questo punto, sull’asse semantico di Pappu e Pappus, il verbo italiano pappare e il cremonese papàa, per riferirsi ad un modo di mangiare intenso, al confine con l’ingordigia, come di soddisfazione per una fame risolta venuta da lontano.
Tornando alla mitica nonnina, sappiamo che essa, dopo aver deposto i doni per i bambini, s’invola su per la cappa del camino, per la stessa strada da cui era arrivata. Questo spazio del focolare e del camino costituisce l’ingresso più antico alla casa adottato dalle più arcaiche civiltà umane; un passaggio prescelto, talvolta, come nella città di mattoni risalente all’età della pietra di Catal Hüyük, in Anatolia, per far uscire dalla casa pure i defunti. Questa è la via che seguono gli antenati per ritornare, la stessa che da secoli la Befana percorre ogni notte magica, alla scadenza della vigilia dell’Epifania.
Un segno di questo viaggio lungo il tempo ci viene dato dalle modalità con le quali è stata pensata in passato. Domenico Maria Manni (1690-1788), direttore della Biblioteca Strozzi, filologo e studioso del medioevo e autore di una dissertazione intitolata ‘Istorica notizia dell’origine e del significato delle Befane’, così annotò: «Si dice che la Befana abiti di soppiatto nella gola dei camini, che vada a zonzo magicamente in tale notte, perché è la festa dei Magi, che pregata lasci regaletti ad alcuni putti nelle loro calze; e altri nullamente ne cerca per forare loro il corpo: a evitare il quale male, il rimedio è trovato di mangiare fave, la che si usa tuttora da molte persone in quella sera (...)». Interessante è pure la ‘Lettera di Madonna Befana ai signorini Borghese’ (fondo Borghese, busta 60), rivolta al principino di Sulmona, Marcantonio Borghese, nel cui scritto il nostro personaggio non si dimentica del fratellino dello stesso principino: «E dica al signor don Giovanni Battista che, se non studia, io non gli manderò nulla. E se seguita a far le impertinenze, ed a ciarlare quando studia, ed a piangere per non ubbidire, io mi metterò quattro denti nuovi di ferro, e verrò a condurlo via per mangiarlo. E perché ho fretta di partire le fo riverenza e sono, di vostra Eccellenza, amatissima e liberalissima Madonna Befana».
Un altro aspetto truce della Befana ce lo riferisce Arturo Lancellotti, in ‘Feste tradizionali’, un testo del 1951, in cui parla di una rappresentazione itinerante del personaggio epifanico: «La Befana, che fa apparizione in questa notte, è un uomo travestito da donna, anzi da strega dai capelli di stoppa, un brutto ceffo proibito, che ha infilato al braccio vigoroso una sporta per mettervi dentro i rifreddi (ciccia fredda e avanzi di uccellame e di pollame rifreddati dal gelo notturno), e alle spalle tarchiate una bambola di latta, a pancia rotonda e collo torto, da riporvi vino d’ogni qualità e colore. Intorno alla Befana strepitano i befanotti, gente furbesca, raschiatura della città e della campagna, che si è messa barbe finte, giubbe rovesciate, tubettacce schiacciate, e imbrattano il viso con l’uso della padella».
A Cremona non si sono mai sentite dicerie sulla antropofagia e sull’aspetto truculento della Befana. Qui è giunta nell’immaginario già truccata col belletto del candore. All’opposto, per molti anni la ‘simpatica vecchietta’, come la definì Luciano Dacquati, è stata tramite di gesti di stima e di so-lidarietà umana. Mi ricordo da adolescente la ‘Befana del Vigile’, di fronte alla Galleria XXV Aprile, dove i cremonesi portavano piccoli doni di simpatia agli agenti della Polizia Urbana. Così mi ricordo, con affetto, quando la Befana faceva la sua apparizione nel rione di san Francesco, in piazza Giovanni XXIII, il 6 di gennaio, dove un’orchestrina allietava gli infreddoliti presenti, mentre il popolarissimo Ademaro Morandi, el Màro, distribuiva vin brülé, vino caldo speziato, e beligòt, castagne secche lessate, accogliendo i doni dei cittadini. Doni che la maschera della Befana (sotto le cui spoglie spesso si celava Giorgio Gregori) si preoccupava di consegnare poi agli Istituti di Beneficenza della città.
Raccolta di doni e di offerte in via Aselli con la Befana benefica (anni ‘70) Accanto: la festa di Màro in piazza Giovanni XXIII (anni ‘70)
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