L'ex chiesa di San Francesco dopo i sondaggi: restauro conservativo e una funzione consona
Apprendo da Cremonasera.it che il giorno 25 c.m. si terrà un importante convegno sui risultati di sondaggi e ricerche della Soprintendenza sull’ex chiesa di S. Francesco. Gli studi non son certo di poca importanza in quanto definiscono l’identità storico-culturale della fabbrica e al contempo stabiliscono la “diagnosi” per predisporre un progetto di conservazione che tuteli l’edificio e lo restituisca all’uso e alla fruizione.
- Credo che il lettore giustamente si chieda: perché affrontare il problema prima di conoscere i risultati degli studi, ricerche che verranno rese note da illustri studiosi? Non è forse mettere i buoi avanti al carro?
- Presto detto: perché i termini della questione, cui ho fatto riferimento, troppe volte sono stati “bistrattati”. Forse in assenza di competenze puntuali o per un’attenzione volta a finalità estranee all’edificio si è mantenuto un atteggiamento superficiale. Se la mancanza di conoscenze ha indotto con faciloneria ad individuare nell’edificio un “volume” da riutilizzare a scopi prefissati, ma ad esso non pertinenti, si è attribuito un riuso non pertinente. Troppe volte non si è tenuto conto che il costruito non è un contenitore, ma un’architettura che possiede proprie specificità.
Ma procediamo con ordine.
Prendo in prestito dalla medicina, non a caso, il termine “diagnosi”. Al pari della medicina il restauro è “arte” nella sua valenza etimologica: téchne (τέχνη). L’arte non è mero linguaggio espressivo, ma essa poggia su conoscenze e competenze. Analogamente alla medicina anche il restauro va supportato da un sapere che precede il saper-fare. Scontato!
- Obiezione: il valore di riferimento della medicina è la vita, il bene-essere dell’uomo. Il restauro ha così alta finalità?
- Risposta: sì, a ben vedere!
Il restauro ha il proprio riferimento valoriale nella “memoria”. La memoria è garante della vita non solo individuale, ma anche sociale. Un popolo che non ha memoria di sé è privo d’identità. La storia non è mera narrazione del passato, ma costituisce di per sé “cultura”. Non a caso Benedetto Croce, ateo, sosteneva perché non possiamo non dirci cristiani. Le sue riflessioni sono del 1942, anno non certamente facile per le sorti d’Italia.
Ancora, scendiamo temporalmente attraverso la storia del pensiero: il riferimento va ad Agostino che definisce la memoria un “santuario”, un “immenso palazzo” (libro X delle Confessioni). La memoria è garante dell’io, del “sé”, oggi diremmo dell’autocoscienza, ma è anche garante del sapere, della conoscenza, riferimenti che alludono alla vita della collettività. Non a caso nel De Trinitate Dei assieme all’intelligenza (intellectus) e alla volontà (voluntas) la memoria rispecchia la Trinità divina nell’uomo.
- Obiezione: cosa vecchia la filosofia, ancor più lo è la teologia! Lasciamo il passo alle scienze.
Ma i filosofi insistono ancor oggi sul tema, avvalendosi proprio delle scienze, per constatare la funzione attiva della memoria (costruttivismo). Il passo verso l’etica è breve. Tralasciando il vecchio Bergson come non citare P. Ricoeur, W. Benjamin, A. Margalit e anche il nostro U. Eco.
- Uffa!! Chi scrive non riesce propria a mettere da parte la filosofia!
- Mi scuso con il lettore. Spero mi consenta almeno di alludere alla funzione della memoria nell’Intelligenza artificiale. Si tratta di argomenti ormai noti a tutti vista la grande divulgazione e soprattutto gli effetti già riscontrati nel nostro quotidiano e non solo. In vero, in pochi hanno competenza su cosa sia effettivamente l’I.A., ma tutti ad essa alludono esprimendo “dotti” pareri. Rimane costante la considerazione che la memoria è argomento identificativo dell’io e del noi, della cultura passata e delle potenzialità che essa ci consegna per il futuro. La memoria non è il mero ricordo. Quest’ultimo è un “richiamo al cuore”; la memoria trascende il limite dell’emozione. La memoria va oltre le osservazioni proprie della scienza (dalla psicologia alla neurologia). Come osservava Parmenide la memoria è connessa alla Verità (Aletheia: ἀλήθεια). Il pensiero, strutturalmente “apertura sull’Essere”, attraverso la memoria si tiene ancorato all’Essere evitando l’oblio.
- Ho già sbuffato, adesso se non si torna al tema del restauro, al restauro architettonico, abbandono questa lagna.
- D’accordo, mi scuso nuovamente e rientro nei ranghi. Il restauro ha il proprio riferimento nella “memoria” ed è in essa che si fonda il valore della tutela attiva.
Riprendiamo quindi le fila del discorso circa il significato del restauro architettonico. Si vada alla ricerca del suo significato più profondo per l’uomo contemporaneo.
La teorizzazione del restauro, dal XIX secolo in poi, ha tentato di sancirne il significato. Fra posizioni discordanti, fra E. Viollet-le-Duc e J. Ruskin, fra riferimenti scientifici (Positivismo) e riferimenti estetici (dall’Idealismo al Neocriticismo) si è arrivati al secolo ventesimo. Ma ancora una volta, la questione è rimasta insoluta. Tanta teorizzazione però è servita ad implementare la ricerca. Oggi noi ci avvaliamo di tali competenze e, al contempo, ci sentiamo eredi e custodi delle opere del passato.
- Obiezione: perché tanta importanza al restauro architettonico?
- L’architettura è il luogo dell’abitare: del vivere uno spazio e ad esso conformarsi per conformarlo ai bisogni dell’uomo. Nozione arcinota!
Se si riflette ulteriormente si osserva come proprio nell’architettura si assiste massimamente all’avvicinamento dell’uomo ai “materiali” e al loro uso sapendo compiacere alle loro qualità intrinseche. In altre parole, seguire il verso del legno per ottenerne il massimo dei risultati. Solo per fare un esempio: l’argilla lungo il Po è materiale che costituisce lo “archetipo” del nostro saper-costruire.
L’architettura, inoltre, è segno che attesta come l’uomo abbia modificato nel tempo le funzioni abitative: dalla casa con l’organizzazione dei suoi spazi (edilizia, palazzi signorili, ecc.) agli edifici per la collettività (chiese, comuni, teatri, ecc.).
Oggi non si tratta di riprendere usi superati, obsoleti: la storia non si ripete. Ma se è necessario essere coevi al secolo nostro, è altresì necessario mantenere l’identità della città allo scopo di mantenere l’autocoscienza di cui, ad oggi, l’Intelligenza artificiale non ci ha ancora privato. Neppure ci ha privato una sociologia che dimentica troppo spesso la specificità delle relazioni. Queste si costruiscono solo quando si mantengono i termini di riferimento: perché siano significativi debbono possedere valenze specifiche. Il dialogo è una relazione. Se da una parte l’I.A. può essere ritenuta potenzialmente un’opportunità o un pericolo, se dall’altra un processo di globalizzazione non si è ancora definito rispetto a potenziali confronti o a potenziali scontri, se dobbiamo aspettare domani per capire come la storia si evolverà, stiamo attenti a conservare ciò che di più prezioso abbiamo: le nostre città.
Cremona deve essere consapevole che S. Francesco è una realtà importante sia architettonicamente sia da un punto di vista urbanistico. Si ha l’obbligo d’intervenire con un restauro conservativo, avvalendosi delle competenze che i sondaggi hanno evidenziato, e al contempo individuare una funzione consona all’edificio.
– Da ultimo, mi sia permesso un ricordo.
Il mio Papà, nato nel 1910, mi raccontava che quando era bambino vedeva passare sotto il voltone dell’ospedale, appunto S. Francesco, malati trasportati su carretti con giacigli in paglia. Chi, se lo poteva permettere, aveva un pagliericcio.
Questa “memoria” di bambino ha indotto il mio Papà a fare il medico.
Presidente protempore della sez. di Cremona di Italia Nostra
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commenti
Marco Ermentini
20 marzo 2026 13:52
Ottimo contributo, la conoscenza deve precedere il progetto di riuso…