19 agosto 2021

Gli amanti diabolici di Grumello (13)

Sono le 22,30 di domenica 14 marzo 1948 quando la moglie Lina trova riverso nella cucina della propria abitazione  di Grumello Cremonese il marito Giuseppe Schiavi, agricoltore trentottenne, con il cranio fracassato in due punti e varie ferite ed escoriazioni sul corpo. Tracce di sangue imbrattano la cucina, la stretta scala che conduce alla camera da letto e le stesse federe e lenzuola. Il cadavere dell'uomo è coperto da una corta camicia da notte. Si ricostruisce la possibile scena del crimine: sembra che l'agricoltore sia stato sorpreso nel sonno, colpito una prima volta, seppur non mortalmente, ed abbia poi trovato la forza di reagire mentre l'assassino avrebbe infine avuto la meglio, lo avrebbe sopraffatto e colpito ripetutamente al collo ed al capo con un corpo contundente, che però non è stato trovato, e, dopo averlo trascinato, oppure gettato, lungo la scaletta, lo avrebbe finito nella cucina sottostante. Il particolare più incredibile della ricostruzione è che la moglie, che dorme nello stesso letto col marito, non si sia accorta di quanto stava accadendo attorno a lei. Lina Groppaglio offre però una spiegazione: verso le dieci di sera si sarebbe svegliata ed avrebbe visto il marito che usciva dal letto. “Gli ho chiesto dove andasse – racconta la donna agli inquirenti – ed egli mi rispose che scendeva un momento perchè si sentiva male”. Ma la Polizia non crede alla donna, e contesta a Lina che le tracce di sangue lasciate sulle lenzuola non lasciano dubbi sul fatto che l'uomo sia stato colpito mentre era ancora a letto, probabilmente addormentato. Difficile credere che la consorte non si sia accorta di nulla.

Insieme alla donna viene fermato un altro personaggio: è un prigioniero russo che la famiglia aveva ospitato in casa nei giorni della Liberazione. In paese lo conoscono tutti, comprese le due figlie dell'ucciso. A loro si appella il russo, su cui cadono subito i sospetti, nella ricerca di un alibi: quella sera afferma di averle accompagnate al cinema e di essere stato in loro compagnia almeno fino alle 23. Questa circostanza sembra escludere la sua partecipazione all'omicidio in quanto, secondo il medico Verdelli, il delitto sarebbe avvenuto tra le 10 e le 10,30 di sera. Le due ragazze, però, aggiungono il particolare che il russo sarebbe uscito dal cinema per mezzora per poi ritornarvi verso le 23. Le cose per l'uomo si complicano e nell'interrogatorio mostra visibilmente la sua preoccupazione, mentre la moglie dell'ucciso mantiene un atteggiamento freddo e composto, non mostra alcuna commozione e continua a ripetere come un mantra la sua versione dei fatti: “Non ho sentito nulla, non mi sono accorta di nulla. Solo quando vidi che mio marito non tornava, scesi in cucina a vedere se avesse bisogno di aiuto. Lo trovai disteso in una pozza di sangue e chiamai la Polizia”.

L'interrogatorio dei due prosegue senza sosta, il paese è sconvolto. Qualche mese prima, ad Acquanegra era avvenuto un altro delitto passionale, e l'impressione nella gente del posto è ancora viva. Tutti ne parlano; nei bar, agli angoli delle strade, nelle case. Si formano congetture, ognuno dice la sua, e il cerchio si stringe inevitabilmente intorno ai due sospettati. 

La moglie Lina, trattenuta nella caserma dei Carabinieri di Pizzighettone, insiste nel dire che il marito non è stato ucciso, ma è semplicemente caduto dalla scala, anche se nel frattempo viene rivenuto l'oggetto con cui sarebbe stato colpito lo Schiavi: è un pezzo di ferro lungo una ventina di centimetri, ancora sporco di sangue ad un'estremità. Accanto viene trovato anche un grosso bastone su cui sono visibili tracce di sangue e di materia cerebrale. Viene nuovamente interrogato anche il russo per verificare dove si trovasse esattamente al momento del delitto, ma il suo alibi viene confermato da altre persone che quella sera erano al cinema di Grumello. Si fa strada, dunque, l'idea che ad uccidere l'agricoltore sia stata la moglie. Tra questa ed il marito non correvano buoni rapporti, ottimi erano invece quelli tra l'agricoltore ed il suo dipendente russo che, dunque, difficilmente si sarebbe prestato a fornire un aiuto a Lina nel suo disegno criminale.

Si arriva alla mattina del 17 marzo, un mercoledì: sono le 10 quando Lina Groppaglio, dopo due giorni di estenuanti pressioni, confessa di aver ucciso il marito Giuseppe Schiavi insieme al prigioniero russo Antonio Humbatov, il suo amante. 

Un amante russo in un piccolo paese di provincia, alla vigilia di elezioni politiche che si preannunciano combattute fino all'ultimo voto, accompagnate da una campagna elettorale tesissima, senza esclusione di colpi! Ce n'è abbastanza per ricamarci sopra, ed il cronista de “La Provincia”, in un clima ormai da guerra fredda e tra le reminiscenze razziali di una decina d'anni prima mai dimenticate, non si lascia scappare l'occasione per una tirata elettorale contro il pericolo “rosso”: “E' la logica conclusione di un crimine quanto mai spaventoso che è stato originato dai morbosi istinti della donna e del russo. Quest'ultimo ci è apparso ieri in tutta la sua meschinità. E' l'esemplare caratteristico della sua razza il russo Humbatov: le spalle larghe, il cranio molto sviluppato, gli occhi dell'adolescente e l'atteggiamento costantemente impacciato”. Non c'è alcuna possibilità di dubbio: “Tutti così i russi ucraini. Appaiono eternamente dei bambinoni. Ma quando si destano in loro passioni ed odii e soprattutto quando qualcuno cerca di acuire in loro queste passioni, perdono completamente il controllo e diventano del tutto simili agli animali feroci. Humbatov conserva intatte le caratteristiche della sua razza: dopo aver confessato di essere stato d'accordo con la donna per attuare il criminoso atto, si è coperto il viso con le mani ed è scoppiato in lacrime”. 

Ma non basta ancora, c'è anche tempo per un attacco all'altro quotidiano, “Fronte democratico”, nato con il CLN: “Concludendo il resoconto del fatto sul quotidiano comunista Fronte Democratico, un cronista aveva detto ieri: «Fra poco il russo uscirà di galera e tornerà al lavoro nei campi». No. Humbatov non tornerà ai lavoro nei campi. Rimarrà il galera a scontare l'orrendo delitto”. E la donna, sua complice? No, ovviamente, perchè la confessione di Lina Groppaglio, è stata invece “molto dignitosa”: “Non posso più resistere e ho deciso di raccontare tutto” dice la donna mentre nella piccola stanza della caserma cala il gelo. Qualche minuto prima il maresciallo dei carabinieri ha deciso di giocare l'ultima carta che ha a disposizione, facendole intendere che il russo sarebbe stato rilasciato in giornata. La donna vuota allora il sacco raccontando con grande freddezza il delitto nei minimi particolari. Il marito, come ogni sera, per dormire prendeva una pastiglia di Gardenal; lei aveva atteso che si fosse addormentato, poi lo aveva colpito una prima volta non molto forte. Il secondo colpo, però, era stato mortale. Accortasi che il letto si era macchiato di sangue, aveva chiamato il russo, ed insieme avevano trascinato il cadavere di Schiavi lungo la scaletta fino in cucina. “Qui – aggiunge il cronista con una nota macabra – i due assassini, eccitati dalla vista del sangue, infierirono sul cadavere, al punto di far uscire il cervello dalla scatola cranica”. Poi Lina si sarebbe ricomposta e sarebbe uscita in strada per chiamare aiuto: “Il suo viso era duro, non piangeva. Parlava con voce ferma e ripeteva continuamente che brutta disgrazia!”. Anche in carcere Lina mantiene il suo contegno imperturbabile, mentre il russo continua a piangere. “Anche questa è una caratteristica della sua razza!”, conclude beffardo il cronista. Ma non è finita.

Dalle indagini emergono alcuni particolari inquietanti: Lina ed Antonio, pur essendo amanti ed avendo intenzione di sposarsi subito dopo l'eliminazione del marito, non avrebbero avuto alcuna intenzione di commettere un omicidio. Avevano deciso di affidare l'incombenza a due misteriosi personaggi che Humbatov aveva conosciuto in una città del Veneto in cui era rimasto a lungo alle dipendenze dei tedeschi, inquadrato tra i lavoratori arruolati dalla Todt: due individui senza scrupoli  pronti a tutto, su cui gravavano già condanne per furti e rapine a mano armata. Il russo, d'accordo con la Groppaglio, aveva incontrato i due sicari, anticipando un acconto di trentamila lire e fissando la data dell'esecuzione, che avrebbe dovuto essere il 10 marzo 1948. Ma dopo che questo termine era trascorso senza che accadesse nulla, il giorno successivo era arrivata una lettera in cui i due incaricati dell'omicidio chiedevano che, per la positiva conclusione della vicenda, venisse versata loro l'intera somma pattuita. Diversamente i due avrebbero avvertito lo Schiavi del pericolo che lo minacciava. Humbatov aveva tentato di correre ai ripari in extremis, ma non era riuscito a recuperare l'intera somma ed aveva incontrato i due per raggiungere un accordo, promettendo di consegnare l'intera cifra non appena fosse stata disponibile. Tuttavia non c'era stato nulla da fare. Il russo se ne era tornato a Grumello per decidere con la donna il da farsi, ma era chiaro che se i due avessero parlato per gli amanti non vi sarebbe stato scampo: li attendeva, in ogni caso, il carcere. Sarebbe stata proprio l'ineluttabilità di questa prospettiva a determinare la decisione di far tutto da soli nel più breve tempo possibile: Schiavi doveva essere ucciso prima che qualcuno lo avvisasse del progetto diabolico dei due amanti. Non vi era stata dunque la calma e la razionalità necessaria per poter compiere quello che avrebbe dovuto essere il delitto “perfetto”, i due agirono d'impeto e per necessità, senza la preoccupazione di costruirsi un alibi, senza pensare di essere individuati e, in ogni caso, senza il timore di essere ricattati da chi era al corrente delle loro intenzioni.

Quando la dinamica del delitto è ormai chiara, ecco il nuovo colpo di scena. Humbatov si accusa spontaneamente di essere l'autore materiale dell'omicidio a cui Lina avrebbe semplicemente assistito senza prendervi parte, anche se, per l'accusa, ne è stata istigatrice ed organizzatrice. La confessione coglie di sorpresa gli investigatori, senza convincerli del tutto: ritengono che l'ammissione di colpevolezza del russo sia solo un modo per alleggerire la posizione della donna, in modo da consentirne il rilascio in attesa del processo. Ma per esserne certi gli inquirenti devono mettere mano sui due sicari, di cui conoscono l'identità. Solo loro potranno spiegare come sono andati esattamente i fatti.

Il 21 febbraio 1949 alle 9 si celebra il processo in Corte d'Assise, davanti al pubblico che attende da ore, occupando anche il corridoio. Si calcola che in Tribunale vi siano almeno duemila persone. Nella gabbia sono rinchiusi i tre accusati: Antonio Humbatov, il russo, alto, snello, vestito di un abito nuovo color grigioverde, che ogni tanto getta uno sguardo verso il pubblico. Proprio oggi è il giorno del suo compleanno. Vicino a lui è seduto Luigi Migliorini, il sicario che avrebbe approfittato delle lettere inviategli per ricattare i due sospettati, e accanto a lui Lina Groppaglio, trentotto anni, una donna piccola, magra, priva di quel fascino ammaliatore che potrebbe spingere un amante all'omicidio. Veste un semplice soprabito color viola ed ha i capelli castani raccolti all'indietro. Tiene la testa bassa, ma lancia ogni tanto occhiate furtive ad Antonio, il russo. Raccontano che in carcere, dove è rinchiusa da quasi un anno, non faccia altro che parlare di lui, seppur non l'abbia più visto dal giorno del delitto. Nella quarta sezione sobbalza ad ogni rumore avvertito in lontananza, ad ogni chiavistello girato nella toppa, pensando che sia l'amante giunto a trovarla. 

I tre sono difesi rispettivamente dagli avvocati Bravi, Groppali e Mazza, mentre i parenti della vittima, costituiti in parte civile, sono assistiti dagli avvocati Cotticelli e Valdrè. Humbatov. originario dell'Azerbaigian, racconta della sua vita a Grumello presso la famiglia Schiavi, di come consegna il denaro guadagnato in cambio del necessario per sigarette, cinema e piccoli divertimenti. Racconta anche delle attenzioni di Lina, di quanto sia innamorata di lui, della sua intenzione di liberarsi di quel marito geloso e violento e della sua volontà di sposarlo non appena fosse stato possibile. E' lei che gli avrebbe suggerito l'idea di rivolgersi a qualcuno conosciuto in Veneto per “far quel mestiere” e lui avrebbe pensato a Migliorini ma, dopo averlo incontrato a Grumello, avrebbe cambiato idea di fronte alle sue parole: “Ma sei matto a pensare di voler uccidere una persona?”. Invece la donna insisteva nei suoi propositi, diceva che da Migliorini non ci si poteva attendere nulla, ed avrebbero dovuto fare da soli. Per cui, quella sera del 14 marzo 1948, Antonio aveva accompagnato al cinema le figlie di Schiavi ed alla fine del primo tempo era tornato a casa dove lo attendeva Lina, mentre il marito era a letto addormentato. “Io, allora – racconta il russo – presi quella maledetta asta di ferro ch'era per terra, salii pian piano, vibrai un colpo sulla testa del dormiente. Poi feci per ritirarmi nella mia camera. Ma in quell'istante vidi una scena che mi spaventò. Credevo che Schiavi fosse morto. Invece si alzò da letto e, tutto insanguinato e barcollante, si avviò verso la scaletta che porta in cucina, si aggrappò alla ringhiera della scala, perdette l'equilibrio e ruzzolò fino in fondo, ai piedi della moglie. Ormai ero pentito di quel che avevo fatto. Corsi fuori e chiamai il medico. Quando egli giunse, lo Schiavi stava per morire. Allora, piangendo, mi gettai sul corpo sanguinante e lo baciai!”. Humbatov sostiene di aver inferto un colpo solo. Viene mostrata ai giudici l'asta di ferro: è il perno in cui gira il rullo in legno che viene usato per schiacciare le zolle prima della semina, lungo mezzo metro e del peso di circa cinque chili. Vengono anche mostrati due nodosi pezzi di legno che, però, non vengono presi in considerazione. 

Tocca poi a Lina: “Ho sofferto molto con mio marito – racconta ai giudici – Aveva persino comprato una rivoltella, forse per minacciarmi. Veniva a casa all'una o alle due di notte e quando era ubriaco mi picchiava”. Parla poi dell'arrivo di Antonio in casa: “Io non lo volevo in casa e lo dissi a mio marito. Non avevamo da dormire neppure per noi. Ma lui mi ha risposto ch'era il padrone e che faceva quello che voleva. Per trovare posto al russo, abbiamo messo a dormire la figlia di 15 anni insieme a noi. Quella di 16 anni, dormiva invece nella stessa stanza dell'ospite”. E la relazione con Humbatov? “Era già un po' che era in casa. Mi sono affezionata a lui e ho perduto la testa”. Sulle lettere scritte a Migliorini, spiega che non avevano alcun senso, perchè “si scrivevano tante cose assieme. Le prime cose che capitavano in mente. Perchè lui voleva imparare l'italiano e io la sua lingua”. La folla rumoreggia, mentre Lina racconta che “quando si comprese che il Migliorini non aveva intenzione di far nulla, Humbatov mi disse: mi arrangio io: risparmiamo i soldi”. 

Differenti le due versioni offerte dagli imputati sulla dinamica dell'omicidio. La donna: “Ero a letto, mi sono dovuta alzare per uscire un momento: Quando sono rientrata, mio marito stava rotolando giù dalla scala”. Il russo: “Quando sono rientrato dal cinema lei era a letto. Mi ha sentito entrare, si è alzata, è scesa, mi ha detto che quello era il momento buono. Io sono salito, ho trovato la sbarra a portata di mano e ho colpito”. Grande l'emozione in tutta l'aula e anche fuori, quando all'uscita alcune donne tentano di aggredire la Groppaglio, che fredda commenta “Ci vuol ben altro...”. Il giorno dopo è dedicato alle arringhe degli avvocati e, alla sera del 27 febbraio, il presidente Colace pronuncia la sentenza: Lina Groppaglio viene condannata all'ergastolo, Antonio Humbatov a 24 anni di reclusione e Luigi Migliorini a due anni. Subito dopo la sentenza Lina Groppaglio annuncia il ricorso in Cassazione, mentre per Humbatov i termini del ricorso sono scaduti. Scrive però una lettera al padre della vittima, in cui esprime tutto il suo dolore e pentimento, affermando di aver agito soggiogato da Lina. La Groppaglio viene trasferita al carcere femminile di Venezia, mentre Humbatov viene inviato al terribile penitenziario di Portolongone (oggi Porto Azzurro), dove è già rinchiuso un altro cremonese, Guido Acerbi, accusato di aver ucciso Pietro Piccoletti. Il 7 giugno 1950 la prima sezione penale della Corte di Cassazione respinge il ricorso presentato da Lina Groppaglio, teso ad ottenere una mitigazione della pena invocando la seminfermità mentale. Lina non si è mai mostrata pentita ed ha sempre professato il suo grande amore per quel russo, alto, bello e affascinante. Lei, una pallida e semplice dattilografa di città, che non si era mai adattata alla vita dei campi in compagnia di quel marito rude, che forse non l'aveva mai veramente amata, ed aveva visto in quel gigante buono venuto dall'est la possibilità di una vita nuova.

 

Fabrizio Loffi


© RIPRODUZIONE RISERVATA




commenti


Giovi

22 agosto 2021 12:28

"Accortasi che il letto si era macchiato di sangue, aveva chiamato il russo". Con il telefonino?LOL