18 ottobre 2021

Graziella, la zingarella venuta dal mistero (21)

Il tenente Gherardo Capotorto non avrebbe mai immaginato che la giovane ragazza incontrata quella mattina di febbraio del 1961, lungo il breve tragitto che percorreva ogni giorno per raggiungere la caserma dei Carabinieri di Casalmaggiore, lo avrebbe precipitato in una delle storie più torbide e raccapriccianti di cui le cronache si sarebbero mai occupate. “Tenente, le posso parlare?”, chiede timidamente la piccola donna, poco più di una bambina si direbbe, anche se ha già ventun anni. “Le devo dire cose che mi tormentano da troppi anni, devo dirle tutto perché non ne posso più”. Il giorno dopo, in ufficio, sono seduti alla scrivania uno di fronte all’altra, e la ragazza inizia a raccontare la sua storia: Giuseppina Rossi, questo il suo nome, accusa il patrigno Cesare Zambroni, che aveva sposato la madre nel 1949, quando lei aveva dieci anni, di ogni nefandezza perpetrata non solo ai suoi danni, ma anche nei confronti di un'altra bambina di nove anni, di nome Graziella, che sarebbe morta 48 ore dopo la violenza. Graziella sarebbe stata poi seppellita una notte di luglio del 1952 nell'orto di casa. Il tenente è sconcertato: un racconto minuzioso nei particolari, vivido e crudo nella sua tragica semplicità. Il fatto  sarebbe avvenuto nel 1952 nella cascina Longhinore di Casalsigone, tra Pozzaglio ed Olmeneta, condotta in quegli anni dai fittabili fratelli Seghizzi. Nel 1958 nella conduzione dell'azienda erano subentrati i proprietari, i fratelli Fiorini, e Zambroni con la sua famiglia si era trasferito a Vicobellignano, a pochi chilometri da Casalmaggiore. Capotorto, ascoltata la ragazza, chiama in caserma Zambroni, che nega ovviamente ogni addebito. Poi viene convocata anche la madre di Giuseppina, che nega. L'indagine sembra destinata a concludersi con un buco nell'acqua quando, trascorso poco più di un mese, nel corso di un nuovo interrogatorio Cesare Zambroni confessa il delitto e si accusa anche di un infanticidio fino a quel momento sconosciuto. Viene nuovamente interrogata anche la moglie, che finisce anch'essa per ammettere. Nel corso della notte il tenente Capotorto con altri carabinieri arriva alla cascina Longhinore, accompagnato dallo stesso Zambroni che indica il punto dove avrebbe seppellito il cadavere di Graziella, aiutato dalla moglie. Si inizia a scavare e verso il mattino arriva da Cremona  in aiuto un'altra pattuglia di Carabinieri, ma la ricerca, durata l'intera notte, è del tutto infruttuosa. Verso mezzogiorno Zambroni viene accompagnato nella caserma Santa Lucia di viale Trento e Trieste, ed interrogato dal comandante, il capitano Marchisso, ed in seguito dal Sostituto Procuratore Fulvio Righi, al quale nel corso della mattinata è stato riferito l'episodio.

A Casalsigone, dove la famiglia è molto conosciuta, il fatto desta un'enorme impressione. Cesare era giunto alla cascina Longhinore nel 1950, assunto come bergamino, insieme alla moglie, alla figlia di questa, Giuseppina, ed ai figli nati dal matrimonio: Alba, nata nel 1947, Carlo del 1949, e Guido nato nel 1950, a cui si era aggiunta, nel 1955, l'ultima nata, Santina. Cesare aveva incontrato la moglie Andreina ad una fiera di paese e poco dopo l'aveva sposata, sottraendola ad una carovana di zingari. Una volta sistematasi nella cascina, sembrava che la vita della famiglia scorresse normalmente, seppure in condizioni di estrema indigenza, aiutata dal parroco di Casalsigone, che si era preoccupato di trovare vestiti ai bambini e qualche suppellettile per arredare le due stanze della casa, squallide e sporche. Tuttavia, dalle testimonianze raccolte, sembra che i bambini girassero in cascina seminudi ed alcuni abitanti del paese, impietositi, avessero regalato i letti di cui erano sprovvisti, ma Zambroni li avesse venduti, costringendo la famiglia a dormire su pagliericci in un'unica stanza. In questo ambiente di totale degrado morale e sociale sarebbero maturati l'infanticidio e l'omicidio di Graziella, una bambina zingara di nove anni che Zambroni aveva trovato abbandonata lungo la strada. La vicenda, ricostruita nel corso degli interrogatori, è allucinante nella sua drammatica crudezza. Una sequenza dell'orrore, forse troppo dura da sopportare per chiunque. Una sera di luglio del 1952 il bergamino, rientrato a casa, si sarebbe avvicinato alla moglie incinta pretendendo di avere un rapporto sessuale, ma quest'ultima che già accusava i dolori delle doglie, lo avrebbe indirizzato alla figlia Giuseppina, che allora aveva solo 13 anni. La piccola avrebbe cercato di opporre resistenza, ma Zambroni l'avrebbe minacciata puntandole al fianco un coltello da cucina, ferendola, poi si sarebbe avventato anche su Graziella. Tutto questo sarebbe avvenuto mentre nell'altra stanza Andreina dava alla luce un figlio prematuro, senza ricevere alcuna assistenza. Zambroni avrebbe poi preso e gettato il neonato in un catino, dove sarebbe morto mezz'ora dopo.  La piccola salma sarebbe stata poi gettata in un pozzo nero della cascina. Ma il bergamino non era ancora contento e, nonostante lo stato in cui giaceva la zingarella sul pagliericco, continuò a seviziarla per altri due giorni, fino a quando morì. Allora, deciso a farne sparire il corpo, lo richiuse in un sacco di carta, se lo caricò sulle spalle e, accompagnato dalla moglie, si diresse verso l'appezzamento di orto che gli era stato riservato dal fittabile, dove i due scavarono una buca di circa un metro deponendovi il corpo della zingarella.

Il racconto, confermato davanti al magistrato dopo un lunghissimo interrogatorio, incrociando le versioni dei tre protagonisti, è talmente allucinante da risultare paradossale. Solo trovando i resti della zingarella si potrebbe avere la certezza di un delitto così efferato che lascia attoniti gli stessi inquirenti. Si scava nella personalità di Zambroni, raccogliendo le testimonianze di chi lo conosce a Casalsigone dove ha vissuto per otto anni. Si viene a sapere che il bergamino aveva la mania di girare per le cascine suonando un organetto, dicendo di essere stanco del suo lavoro e di trovare soddisfazione in quest'attività alla quale si sentiva destinato. Ma dopo qualche tempo aveva rinunciato a quest'idea perchè diceva che era troppo faticoso trascinarsi dietro un organetto, ed era tornato a lavorare nella stalla. Nella cascina Longhinore abita anche una sorella di Cesare, che si rifiuta di parlare. Il capo bergamino, Carlo Bardelli, racconta di Zambroni che “non aveva molta voglia di lavorare. Inoltre quando le bestie muggivano, pareva preso da attacchi epilettici ed a volte batteva il capo contro il muro”. Ma non sa nulla di Graziella, la piccola zingara. Dice di non averla mai vista, eppure gira voce che la bambina fosse rimasta in cascina una settimana, sempre chiusa in quel tugurio, nonostante la porta di casa fosse lasciata costantemente aperta. Nel passato di Zambroni vi è effettivamente una condanna a 4 anni di reclusione, poi ridotti a 2 anni e 6 mesi in appello, inflitta dal Tribunale di Cremona nel 1953, per le attenzioni riservate alla figliastra. Ma in virtù di un'amnistia in carcere era rimasto solo sei mesi. Al processo aveva deposto, in qualità di testimone, Giuseppina, ma in tale occasione aveva omesso l'altra circostanza. Perchè tornare su quei fatti, confermati del resto dalle confessioni della madre e del patrigno, solo nove anni dopo? La vicenda presenta numerosi punti oscuri, a partire dalla mancanza di una prova inconfutabile, come potrebbe essere il rinvenimento del cadavere.

Si decide di far entrare in azione le ruspe, scandagliando l'intera superficie dell'orto e non solo la parte indicata dallo Zambroni. Inizia a farsi strada la convinzione che i due coniugi abbiano confessato il duplice omicidio solo suggestionati dalle pressioni psicologiche esercitate nel corso degli interrogatori. Nel corso di un fugace incontro con il parroco di Casalsigone, sembra infatti che i due abbiano ritrattato. 

Tuttavia all'alba nell'orto della cascina Longhinore si presenta un piccolo esercito munito di pale e picconi, coadiuvato da un plotone di artiglieri al comando di un sergente. Sono presenti il sostituto procuratore della Repubblica Righi, gli ufficiali dei Carabinieri, i componenti della squadra giudiziaria al completo. Viene chiesto nuovamente a Zambroni dove avesse seppellito la piccola vittima, dopo averla chiusa in un sacco di carta che aveva contenuto concime. Il bergamino, seguito dalla moglie, si dirige senza esitazione in un punto preciso verso il piccolo fossato che divide l'orto dalla strada comunale per Casalsigone. Si scava ben oltre un metro, ma dal terreno non emerge nulla. Secondo i due coniugi il macabro rituale della sepoltura sarebbe avvenuto verso le 20,30, ma a quell'ora, a luglio, è ancora giorno e in cascina di solito ferve ancora il lavoro. Perchè correre il rischio di essere visti? Arriva la ruspa che scava ancor più in profondità. Ogni volta che viene rivolto il terreno tutti trattengono il fiato. Ma non emerge nulla, fino a quando trapela una certa agitazione nel momento in cui la ruspa porta alla luce alcuni frammenti di ossa. L'illusione dura poco, Righi esclude che si tratti di ossa umane, e dunque si va avanti a scavare. In preda all'eccitazione anche Cesare e la moglie corrono da un punto all'altro dell'orto, si gettano in ginocchio per scavare la terra a mani nude, urlano indicando ora un punto ora l'altro dove scavare, ma senza alcun risultato. Alle 13 l'orto è stato ormai interamente setacciato e sconvolto e la ruspa viene lasciata ripartire. E' in questo frangente che Cesare ed Andreina dicono al parroco di Casalsigone, che si era avvicinato per scambiare qualche parola, di aver confessato il falso, ma subito dopo, interrogati nuovamente dagli inquirenti, ripetono la loro allucinante verità. Eppure in paese sono in molti a dubitare che Graziella possa essere rimasta in casa degli Zambroni per una decina di giorni senza che nessuno l'abbia mai vista giocare con gli altri figli della coppia, sporchi e laceri, nell'aia della cascina. A meno che Zambroni non avesse deciso di tenerla nascosta proprio in virtù dei propositi che nutriva nei suoi confronti. Ma questa ricostruzione cozza contro la verità raccontata da Graziella. A complicare il quadro giunge la dichiarazione della cugina di Cesare, abitante nella cascina, che riferisce al magistrato di aver visto dagli Zambroni una bambina sconosciuta. Ma il racconto è subito smontato dal padre della ragazza che conferma l'esistenza della bambina, ma spiega che si trattava della figlia di una sorella di Andreina, giunta in cascina con la madre e ripartita dopo una brevissima sosta. Mentre i Carabinieri iniziano le ricerche di quest'altra bambina, Andreina Rossi offre un'altra versione completamente nuova: la misteriosa Graziella non sarebbe stata altro che un'altra sua figlia, nata dopo Giuseppina, ma prima del matrimonio con Zambroni. Quando si era sposata, l'aveva lasciata a Volongo ospite di alcuni parenti che, dopo qualche anno, stanchi di doverla mantenere, l'avevano consegnata al padre naturale perchè la riportasse dalla madre. La tragedia si  sarebbe consumata dieci giorni dopo l'avvenuta consegna. Ma le indagini estese a Volongo smentiscono la storia raccontata dalla donna: è nota a tutti l'esistenza di Giuseppina, ma di Graziella nessuno ha mai sentito parlare. Giuseppina, a sua volta, nel corso della sua denuncia ai Carabinieri ha chiamato in causa anche uno zio, fratello del patrigno, residente a Busseto, che avrebbe avuto occasione di vedere Graziella in cascina. Ma anche quest'ultimo, rintracciato, nega decisamente di aver mai sentito parlare i propri congiunti della bambina. Emerge un altro particolare inquietante: gli abitanti della cascina smentiscono che Giuseppina Rossi a quel tempo fosse in attesa di un nuovo figlio, escludendo, dunque, l'aspetto forse più raccapricciante della vicenda. Ma, ci si chiede, a chi giova tutta questa messinscena, a meno di non trovarsi di fronte a tre improbabili e maldestri mitomani? 

La mattina del 3 aprile 1961 vengono notificati ai coniugi Zambroni due mandati di cattura emessi dal sostituto Procuratore della Repubblica con l'accusa di duplice omicidio volontario, di sevizie nei confronti di minorenne e di occultamento di cadavere, nonostante i molti punti oscuri da chiarire richiedano ancora mesi di indagini. Prima di essere condotta in carcere, nel corso di un ultimo interrogatorio, Andreina Rossi ritorna nuovamente sui propri passi ed ammette che tutta quanta la vicenda di Graziella è frutto della sua fantasia. Una volta che le sbarre si richiudono alle spalle dei due coniugi, Giuseppina, che ora ha 22 anni, è fidanzata ed abita a Vicomoscano dopo aver lavorato come domestica a Motta San Fermo, rilascia un'intervista al quotidiano “La Provincia”, spiegando di non aver potuto denunciare l'episodio al momento del processo nei confronti del patrigno, in quanto minacciata di morte da quest'ultimo se avesse parlato. Ricostruisce i momenti di quella notte di luglio del 1952: “Il mio patrigno quella sera salì nella stanza verso le 10. Si avvicinò a mia madre che da poco tempo aveva accusato i dolori del parto. Ella lo respinse indicando me. Io spaventatissima incominciai ad invocare aiuto ma dovetti desistere perchè lo Zambroni brandendo un coltello a punta me lo appoggiò su un fianco. Mi penetrò nella carne per un centimetro circa”. Mentre avveniva tutto questo era sola o aveva vicino qualcuno?

“Di fianco a me vi era Graziella che ad occhi sbarrati assistette alla scena”

Cosa accadde dopo?

“Io mi sentii mancare: ma vidi lo Zambroni che si avvicinava a Graziella che incominciò come me ad invocare aiuto. Vidi distintamente che lo Zambroni metteva un fazzoletto in bocca alla bambina perchè non gridasse. Poi svenni”

A che ora si svegliò?

“Dopo parecchie ore”

Era buio o chiaro?

“Non saprei dire con esattezza: so però che non era né buio né chiaro”

Saranno state le 3,30?

“Sì, può darsi”

Cosa vide appena svegliata?

“Vidi Graziella al mio fianco che si lamentava e poi vidi lo Zambroni salire dalla scaletta che portava nella stanza e deporre presso Graziella un sacco di juta”

Ma vide il suo patrigno mettere nel sacco Graziella?

“No perchè dopo fui condotta in ospedale”

Si ricorda se quando vennero i lettighieri la prelevarono nella stanza da letto oppure dalla cucina a piano terreno?

“Non ricordo”

Da quanto tempo Graziella era ospite in famiglia?

“Da circa tre mesi”

Come entrò in casa? Fu accompagnata dal padrino oppure si presentò spontaneamente?

“Mi ricordo che un mattino verso le 10 uscii di casa con un pezzo di pane e cioccolato ed andai a giocare con alcune amiche nel cortile della cascina. Quando rientrai a mezzogiorno trovai la bambina già in casa”

Cosa le disse il patrigno quando rientrò?

“MI disse che ora avrei potuto giocare con Graziella anziché andare con le altre bambine”

Durante quel periodo non domandò mai a Graziella da dove venisse?

No

Ma questa Graziella non è mai uscita nell'aia della cascina?

“Sì veniva a giocare con me e con le altre bambine”

Giuseppina Rossi era stata convinta a rivolgersi ai Carabinieri dal fidanzato Renato Camicia, incontrato quattro mesi prima, al quale aveva confidato il suo segreto. I Carabinieri avevano convocato immediatamente Cesare Zambroni che dapprima aveva tergiversato, poi aveva ammesso gli addebiti, fornendone tutti i particolari. Vi era però un punto in cui le due dichiarazioni divergevano: secondo Giuseppina sarebbe stato sepolto nell'orto il corpicino del neonato e Graziella gettata invece nel pozzo nero, mentre sia Cesare che la moglie affermavano il contrario. Andreina Rossi, sentita subito dopo senza aver potuto incontrare il marito, una volta ascoltata la  confessione del coniuge, ne aveva confermato la veridicità. Peraltro altre discordanze erano emerse nel corso degli interrogatori. Giuseppina aveva dichiarato che ad avvertire l'ambulanza che il giorno dopo l'avrebbe portata all'ospedale per alcuni giorni di degenza, sarebbe stato il fittabile della cascina Seghizzi, che però aveva smentito questa circostanza.  Graziella avrebbe indossato una piccola veste scura con una camicetta grigia, avrebbe avuto i capelli lunghi e lisci che le scendevano lungo le spalle, e parlato il dialetto mantovano. Gli abitanti della cascina Longhinore hanno sempre sostenuto di non averla mai notata, ma ai Carabinieri si erano presentate invece due persone affermando che Graziella era effettivamente esistita, avrebbe avuto all'incirca sette anni e sarebbe stata figlia di Andreina, nata verso il 1945 quando la madre si era aggregata ad alcune carovane di zingari. Ma al comune di Cà d'Andrea, dove secondo Andreina sarebbe stata registrata la nascita, non se n'é trovata traccia. Sconcerta gli inquirenti il fatto che i coniugi Zambroni, al momento del loro interrogatorio, non vedessero Giuseppina da quattro mesi, e, ascoltati separatamente, abbiano fornito gli stessi particolari, senza averli potuto concordare precedentemente. Stupisce ancor più il fatto che nessuno degli altri abitanti abbia notato la sua presenza in cascina quando invece, a detta di altri, Graziella è veramente esistita. Quale segreto nasconde dunque la cascina Longhinore?

In dodici giorni la squadra formata dal tenente Gerardo Capotorto, dal brigadiere Luciano Colombo, dagli agenti Mercurio e Arrigoni della giudiziaria passa al setaccio l'intera provincia interrogando almeno trecento persone, estendendo le ricerche in provincia di Como ed in Piemonte. Basterebbero le dichiarazioni rilasciate dagli Zambroni per inchiodarli, ma in tutta la vicenda c'è ancora qualcosa che non convince fino in fondo. Solo una cosa sembra ormai certa: Graziella è esistita veramente.  Nella caserma di Ostiano vengono interrogati tre uomini, prelevati a Volongo dalla solita Fiat 1100 nera, ormai presenza abituale nella zona compresa tra Casalsigone e il mantovano. Vengono rilasciati verso le 22, ma di nuovo interrogati il giorno successivo. Si tratta di Silvio Molinari, 52 anni, e dei suoi due figli Primo e Giannino, abitanti in via Selve di Sotto a Volongo. Il primo è cognato di Cesare Zambroni, avendone sposato la sorella, ed ha quattro figli, oltre ai due maschi altre due ragazze, Silvana, cameriera in un ristorante di Como, ed un'altra di 15 anni che lavora come operaia a Cremona. I figli sono bergamini e Silvio non lavora più nei campi perchè è cieco dall'occhio destro, ma un tempo viaggiava per tutta la provincia con un organetto trainato da un asino, accompagnato dai bambini piccoli che danzavano e cantavano per qualche moneta. Una vita grama trascorsa a percorrere chilometri su chilometri di strade sconnesse e polverose. Poi un giorno del 1951 si era stancato ed aveva deciso di far ritorno a Volongo, lasciando la vita girovaga e sistemandosi in cascina. La sua testimonianza è fondamentale, perchè Silvio sostiene di aver incontrato Graziella nei pressi di Robecco d'Oglio, ai carabinieri ha detto “che è stata con me qualche giorno e che poi passando dalla cascina Longhinore l'ho lasciata a Cesare Zambroni”. Il motivo? “Io ho detto che lo Zambroni aveva intenzione di andare in giro come me con l'organino e che mi domandò la bambina: l'avrebbe fatta cantare e ballare”. Si rende conto che quanto ha dichiarato potrebbe portare all'ergastolo i coniugi Zambroni? Chiede il cronista. Sconcertante la risposta: “Si, ma io a lei dico che non è vero niente. Io ho parlato perchè volevo tornare a casa, non volevo rimanere in caserma”. Come sconcertanti sono anche le dichiarazioni dei due figli: Giannino dice di non saper nulla di Graziella e di averne fatto il nome solo perchè per primo ne aveva parlato il fratello, però di averne descritto l'aspetto ai Carabinieri, “piccola, magra, con i capelli neri e corti” così come fatto dal padre e da Primo. Ma lascia tutti sbigottiti la dichiarazione fatta dalla figlia Silvana al tenente Capotorto e al brigadiere Colombo, giunti appositamente nel comasco per interrogarla, che sostiene di aver giocato con Graziella. 

Chi mente, forse per la paura di essere a sua volta arrestato? Giuseppina ha sostenuto di essere stata condotta in ospedale la mattina successiva alla notte della tragedia, ma le verifiche lo escludono, confermando il ricovero in un periodo totalmente differente. I Molinari smisero di girovagare con il loro organetto alla fine del 1951, ma il duplice omicidio nella cascina Longhinore sarebbe avvenuto solo nel luglio 1952, dunque sette mesi dopo. I Molinari hanno dichiarato di aver trovato Graziella mentre girava sperduta nei pressi di Robecco d'Oglio, di averle chiesto chi fosse e lei avrebbe risposto in un dialetto non cremonese di essere stata abbandonata da una carovana di zingari. Graziella sarebbe stata alcuni giorni con i Molinari, cantando e ballando, fino a quando non sarebbe stata consegnata a Cesare Zambroni. Ma non coincidono le date: è vero che Giuseppina Rossi ha dichiarato che Graziella sarebbe stata alcuni mesi nella cascina, ma in tal caso perchè non l'avrebbero notata gli altri abitanti? Silvio Molinari ha riferito al cronista  di essersi recato il Lunedì di Pasqua al Longhinore a parlare con due sorelle di Andreina Rossi per sapere come fossero andate esattamente le cose, ma in realtà per concordare probabilmente una identica versione da fornire agli inquirenti. Ma davvero Molinari, disposto a dichiarare il falso per compiacere ai magistrati ed essere subito rilasciato, sarebbe stato in grado di articolare una strategia difensiva più complessa? Nel frattempo a Volongo vi sarebbero altre persone che si ricordano di Graziella, ed anzi sembra sia stata vista frequentare anche le scuole elementari, ma la maestra che l'avrebbe avuta come allieva non è più rintracciabile.

Si arriva alla mattina del 13 settembre quando il giudice istruttore Luigi Grande depone alla Cancelleria del Tribunale di Cremona un fascicoletto di dieci pagine contenente le conclusioni dell'istruttoria: si chiede di assolvere i coniugi Zambroni per insufficienza di prove per l'omicidio di Graziella e l'occultamento del suo cadavere, viene declassata ad omicidio colposo l'uccisione del neonato e viene richiesto il rinvio a giudizio di entrambi per la soppressione del cadavere e del solo Cesare per la violenza carnale ed atti osceni ai danni di Giuseppina Rossi. L'istruttoria cancella dunque totalmente Graziella, come non fosse mai esistita. Eppure i dubbi restano: Cesare Zambroni e Andreina Rossi, sottoposti a perizia psichiatrica dai dottori Gaffuri e Azzini, vengono riconosciuti seminfermi di mente, ma le loro confessioni, accanto a ricostruzioni fantastiche e allucinate, contengono anche molti frammenti di verità. La stessa Graziella aveva accusato il patrigno di ogni possibile nefandezza solo per vendicarsi della violenza subita? I coniugi Zambroni avevano confessato spontaneamente tutti gli orrendi crimini commessi, per poi ritrattarli. Tuttavia, seppur derubricato a omicidio colposo, il decesso del neonato che, in mancanza di prove, viene ritenuto alla totale assenza di norme igieniche, è realmente accaduto.

Il sipario su questa oscura vicenda cala definitivamente il 21 novembre 1961 quando Cesare Zambroni, 43 anni, e la moglie Andreina Rossi di 47 anni vengono definitivamente assolti per insufficienza di prove nell'udienza a porte chiuse in Tribunale. Quando il pubblico viene fatto entrare per la lettura della sentenza sono in molti ad osservare stupiti l'imputato che, dopo otto mesi di carcere, si è presentato ai giudici in un elegante abito blu con camicia bianca. Un'altra persona, rispetto al relitto umano di un anno prima. A farne le spese è solo Giuseppina, considerata dai giudizi una mitomane psicopatica, turbata dalle esperienze vissute in giovinezza, incapace di intendere e volere. Improvvisamente tutti le volgono le spalle, dal giudice Fulvio Righi, per il suo “livello mentale tale da non superare quello della bestia” alla stessa suora, Annunciata Zani, sua assistente in collegio, che giudica Giuseppina “assoluto stato di deficienza mentale e intellettuale, priva di ogni nozione di civiltà” che “non ha il concetto del giorno, del mese, dell'anno, né dell'età, non conosce i biglietti di banca”. Solo il Pm Torri non è convinto, e chiede che venga ricoverato in manicomio il patrigno, ma la sentenza ormai è già scritta.

 

Fabrizio Loffi


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