I bambini e le conte magiche
Nei dialetti italiani sono presenti alcune reliquie linguistiche particolari e curiose, che qui andremo a “spigolare” e a definire “conte magiche”. Esse sono le formule o filastrocche usate nei “preliminari di scelta”, messi in atto dai bambini all’inizio dei loro giochi.
Infatti, prima di dare l’avvio all’azione ludica, un tempo era ed è ancor oggi indispensabile stabilire fra i bambini stessi “chi debba andar sotto”, ovvero chi debba essere il predestinato a recitare la parte più antipatica e faticosa del divertimento. Come, ad esempio, nella individuazione del “cacciatore” nel gioco del nascondino, dove un bambino scelto con la “conta”, deve andare alla ricerca degli altri coetanei fuggiti in fretta a nascondersi, al pari di quanto avviene alle lepri vere, in situazioni di pericolo nei campi e nei prati.
Il bambino-cacciatore che “sta sotto” in tale gioco, deve stanare, come si sa, tutti gli altri compagni spariti di botto alla vista. Egli deve scoprire “le lepri” e, se del caso, rincorrerle e catturarle, prima che qualcuna di esse, all’improvviso, dica, battendo la mano contro la parete o contro l’albero di partenza del gioco: “Tàna, liberi tutti!”, una modalità espressiva ritornata in auge nei commenti riferiti al Corona Virus.
Ebbene, all’inizio di tale gioco, chiamato in dialetto cremonese urbano scóonda léegor (nascondi lepre), oppure definito in campagna chìta o cùta, come nei paesi di Annicco ed Olmeneta, oppure in Emilia cùcco, come avviene fra i bambini di Sant’Agata Bolognese, vengono usate ovunque “conte” diversificate nella loro tipologia e struttura verbale.
Del pari, nell’accordo preliminare decisivo fra bambini, le stesse tiritere vengono impiegate, oltre che per il gioco del nascondino, anche per tutti gli altri passatempi messi in atti all’aperto o in casa o a scuola.
Ebbene, alcune di queste formule giocose sono formate da parole facilmente comprensibili, sia in italiano che in dialetto, altre invece appartengono totalmente a fabulazioni poste sul filo di un orizzonte misterioso.
Sono proprio queste le “conte” che abbiamo definito “magiche”, ossia costituite da formule linguistiche che noi ipotizziamo e riteniamo appartenere al mondo della fiaba di magia, studiato dal grande folklorista russo Wladimir Jakovlevic Propp (1895-1970). Né più né meno.
Esse sono da equipararsi ai pesciolini preistorici del Baltico ibernati e fossilizzati nell’ambra. Nel caso specifico delle “conte magiche”, l’ambra è costituita dal vernacolo usato nei secoli, che pur inevitabilmente modificandosi ha lasciato e conservato nel proprio seno questi straordinari “fossili verbali”.
Una di tali formule infantili, dalla traduzione impossibile, dice:
Ali bàli kutìli kutàli stukkalì kalù kalàali. Ali bàli kutìli kutò stukkali kalù kalò.
Un’altra “conta” contiene invece termini senza alcun riferimento preciso o particolare, se non con quello dell’uso e dell’utilità del conio verbale per definire la rima:
Giànga bürànga porta a la stànga
gìca bürica la fùurca t’impìca leòon speròon dènter fóra e vàga.
Una terza “conta”, che affonda anch’essa le proprie radici ed origini chissà dove e chissà da quando, è quella che dice:
Am, stàm, blàm, tike, tike, tàm, bùra-bùra rataplàm, a stàm blàm.
E che dire allora della quarta “conta”? Eccola:
Enghile, pènghile, bùfa tiné; àbile, fàbile, dominé: èm, pèm, bùf, lùf, stràu; dèenter, fóora, pàsa e và.
Ricordiamo pure una “conta ibridata” dall’incontro della lingua appresa a scuola con quella natia, propria della tradizione di famiglia:
Unci dunci trinci, quari quarinci, meri merinci un, frànch, gès!
Rispetto a quest’ultima formula abbiamo raccolto pure una variante, quale segno manifesto della metamorfosi linguistica sempre in atto:
Unsi dunsi e trinsi, quali qualinsi meli melinsi, ruffe, raffe e duè!
Certo bisogna stare attenti a non prendere lucciole per lanterne. Alcune “conte” possono essere state coniate a causa di strafalcioni infantili, oppure nel tentativo di tradurre in linguaggio locale frasi o motti pronunciati da stranieri giunti da lontano.
Si veda ad esempio la “conta” raccolta da Matizia Maroni Lumbroso sulla spiaggia di Viareggio, che apparentemente ci offre come un straordinario suono dai toni che sembrano ancestrali. Invece questa tiritera non è altro che una imitazione in pseudo-ligure di una “conta” inglese che fa il verso del nostro “Ambarabà Cicci Coccò”.
Inimini mani mò chissanìa baistò effiala retingo iniminimanimò.
Detta “conta” è stata ulteriormente trasformata, sempre in Liguria, attraverso la seguente modalità:
Igne migne magna mo caciu nigra baracio la fioriva larago igne migne magna mo.
Tale ibridazione linguistica, detta e formulata dalla creatività di moderne fantasie verbali, non inficia per nulla però la nostra ipotesi sulle “formule fossili” degli antichissimi riti di iniziazione. (1-continua)
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