5 dicembre 2022

Natale di guerra e di prigionia nella testimonianza di Umberto Cariani. Tra il ricordo del Presepe vivente e la nostalgia degli affetti

Era prossimo il Natale del 1944 e, nonostante gli eventi catastrofici nei quali eravamo immersi (la guerra e la prigionia in Germania), decidemmo di costruirci un albero di Natale. Chi poté, recuperò presso il proprio luogo di lavoro obbligato, quei materiali che potevano servire allo scopo.

In quelle sere, fra un bombardamento a tappeto e l’altro, confezionammo con alcune lamine colorate, stelle, lune e forme varie, mentre con della carta colorata, falsi pacchetti regalo e con della paraffina, candeline che risultavano rugose come i “brüt e bòon” e con funzionamento scoppiettante.

L’abete arrivò dalla periferia della città, alto come un uomo, sezionato e camuffato per il trasporto e successivamente ricostruito in loco; il giorno prima della vigilia era già tutto addobbato.

Risultò bello e guardandolo ci faceva bene al cuore che, per quanto appartenente a dei diciannovenni, da tempo era appesantito dai fatti che ci sovrastavano.

Alla vigilia di Natale ci consegnarono un pacchetto, dono dall’Italia, contenente due mele avvizzite, un rasoio di bachelite male in arnese, qualche lametta da barba, cartoline per la posta militare con la scritta “Vinceremo”, una matita, un pacchetto di biscotti con relative “camole”; era sempre meglio di niente...!

La sera, in un clima quasi allegro, ci riunimmo attorno all’albero a sgranocchiare quanto ci era arrivato, cercando di creare un’atmosfera... da vigilia di Natale.

Improvvisamente si aprì la porta dello stanzone ed apparve il capitano comandante, un tedesco dal volto umano, la cui mole riempiva il vano della porta: meraviglia, attimi di incertezza e poi scattò il cerimoniale dovutogli.

Rispose al saluto, ci disse di conoscere l’italiano avendo fatto certi studi a Padova, e ci invitò a rimanere a nostro agio senza formalismi.

Si compiacque per l’albero e per il dono giuntoci dall’Italia (certamente ne ignorava il contenuto).

Chiese se poteva restare con noi; facemmo posto, si sedette e cominciò a colloquiare con noi: studi, famiglia, provenienza e poi parlò di sé dicendoci, fra l’altro, che era l’unico superstite della sua famiglia.

Il clima si fece sempre più disteso, ci scappò prima qualche risata, poi alzammo il tono delle voci (all’italiana), i bresciani intonarono canti della montagna e si arrivò così verso mezzanotte.

Con un cenno della mano il capitano chiese di parlare e ci invitò, con molto garbo, a cantare “Va pensiero”.

Ce la mettemmo tutta per accontentarlo nel migliore dei modi e lui stesso si unì al coro.

Quando si giunse al pezzo “O mia patria sì bella e perduta...” si fece serio, tacque e, mentre il nostro canto sfumava, si alzò, augurò buon Natale, salutò militarmente ed uscì.

Restammo ammutoliti, sparì il clima allegro e pian piano, alla rinfusa, raggiungemmo in silenzio le nostre brande.

Mi sdraiai anch’io; fra tanti ricordi affiorò anche quello del “Presepio vivente” del nostro Oratorio, ricordo via via sempre più vivo, particolareggiato: le scene, i giochi di luce, gli inconvenienti, i battimani e mentre rivivevo quadro dopo quadro la rappresentazione, diminuiva in me lo sconforto.

Mi assopii ed il ricordo divenne sogno e poi sonno tonificante.

(Tratto dal periodico del Circolo Zaccaria di Cremona, Il Ventino)

La vignetta ispirata all'episodio è stata realizzata da Antonio Lupatelli socio del Circolo Zaccaria di Cremona

Umberto Cariani


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commenti


EMFerrari

6 dicembre 2022 10:25

Grazie, che emozione. Ciò che ammiriamo di più diventa per noi la misura di tutte le cose. Umberto non ti dimenticheremo.