12 maggio 2023

I maestosi capolavori del Tiepolo a Verolanuova e il vino

Sospendo per un momento il nostro viaggio da Cremona alla scoperta del vino, per raccontarti, amico mio lettore, amica mia paritaria, di una bellissima visita guidata che ho avuto il piacere di effettuare a due importantissime opere pittoriche conservate a pochi chilometri dalla nostra Provincia.

Sto parlando delle due famosissime tele del Tiepolo posizionate all’interno della Cappella del Santissimo Sacramento della Basilica di San Lorenzo a Verolanuova.

Senza nessuna velleità di esperto d’arte -cosa che non sono assolutamente-, ti voglio raccontare un aneddoto legato alla loro realizzazione, in cui c’entra anche il vino.ù

Partiamo dall’antefatto: nel 1709 la Confraternita del Santissimo Sacramento, proprietaria della Cappella di sinistra della Basilica di Verolanuova, delibera di affidare al pittore Veneziano -ma ormai Bresciano di adozione- Andrea Celesti la realizzazione di due tele per adornare la propria Cappella. Il Celesti, che aveva già realizzato la pala dell’altare maggiore e le due tele posizionate nella Cappella di destra della stessa Basilica (commissionate dalla Confraternita del Rosario) accetta il lavoro, ma la sua morte nel 1712 pone fine al sogno di realizzare uno dei più grandi progetti pittorici dell’epoca.

Passano quasi 30 anni prima che la Confraternita del Santissimo Sacramento ritorni sulla propria decisione e manifesti nuovamente la volontà di adornare la propria Cappella. Grazie all’intercessione del conte Carlo Antonio Gambara (una delle famiglie più influenti della Capitale della Bassa Bresciana) e soprattutto della moglie Elisabetta Grimani, nobildonna Veneziana, la commissione viene proposta nel 1740 a Giambattista Tiepolo, all’epoca già molto famoso e oggi considerato il più importante pittore della scuola Veneziana del 1700.

La speranza che Il Tiepolo accettasse il lavoro non era molto viva, in quegli anni il Maestro era nel suo momento di maggiore successo, ed il lavoro commissionato era di imponenti dimensioni: la richiesta era infatti di realizzare due tele alte 10 metri e larghe 5, che le rendono le due tele più grandi mai realizzate dal pittore Veneziano.

Tuttavia il Tiepolo accetta il lavoro per la somma di 1200 scudi, che dopo una trattativa con la famiglia Gambara diventano 1000, a patto di ricevere “un regalo, che sarà di tella o altra cosa a disposizione”.

I temi scelti dal pittore Veneziano per la realizzazione delle due opere sono “La caduta della Manna” e “Il sacrificio di Melchisedec” e l'impegno è quello di realizzare una tela all’anno, così da terminare i lavori nel 1742 (condizione, questa, ritenuta veritiera grazie alle missive ritrovate, che per tanti anni hanno tratto in inganno gli storici, tanto che questa notizia errata è ancora oggi riportata anche su Wikipedia).

Tuttavia il 1740 finisce, il 1741 anche e della tela non vi è traccia. Elisabetta Grimani allora incarica il figlio Vincenzo Gambara, che dimorava a Venezia, di cercare notizie dal pittore. Vincenzo lo cerca per diverso tempo, prima di ritrovarlo una tarda notte in una delle tante osterie della capitale lagunare, che il pittore amava frequentare. Qui, probabilmente anche grazie alla comprovata sincerità che provoca l’alcol, l’artista confessa di non avere neanche iniziato la realizzazione delle opere, e viene sollecitato ad onorare l’impegno (e i soldi) presi.

Ci vogliono ancora due anni prima che una tela venga completata, e ne servono addirittura altri quattro prima che l’intera commissione sia realizzata, ma lo straordinario risultato è valso l’attesa: le due tele oggi restaurate, dopo un lavoro durato un anno, sono degli autentici capolavori, sia per dimensione che per dovizia di particolari, lucentezza dei colori e magnificenza dei temi affrontati.

Fino al 4 giugno è possibile ammirarle grazie ad un’impalcatura appositamente realizzata che raggiunge i 9 metri di altezza e che consente di vedere da vicino tutti i 110 metri quadri impressi dal grande Maestro Veneziano Giambattista Tiepolo.

L’invito è quello di non lasciarsi sfuggire quest’occasione, e di brindare alla grande passione per il vino del pittore lagunare, senza la quale probabilmente non avrebbe mai “ceduto” alle insistenze dei Gambara e realizzato i suoi due più grandi capolavori.

Andrea Fontana


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