31 marzo 2026

Le catene del Sabato Santo: la cadèena da sgüràa

Si dice che, per Pasqua, quando si slegavano le campane, le donne che avevano bambini piccoli corressero fuori a farli camminare nei solchi delle cavedagne perché si credeva che imparassero a camminare bene e più in fretta, e che le gambe crescessero diritte. E come non ricordare i chierichetti che giravano per le strade con in mano la trabàcula, il crepitacolo dal suono gracchiante che serviva a sostituire le campane poste in silenzio. Ma un altro «gioco calendariale», con il coinvolgimento di tutti i bambini, era la lucidatura delle catene del fuoco del camino, che avveniva il sabato santo. Quel giorno, i bambini in campagna iniziavano ad andare in giro scalzi dopo la stagione fredda. Non a caso abbiamo, per la circostanza, tratto alcuni versi di Gianni Triacchini proprio dalla poesia intitolata Caminada 'n pée per tera.

(Da) Caminàa in pée per tèra

Spetàavi 'l sàbet de Pàasqua

per bagnàame j ùc cư l' àaqua sàanta,

per sgüràa li cadèeni de 'l fóoch,

fàali végner beli lööstri pòoch a pòoch

sö li noostri stradéli geraadi.

Entàant, sbaciucàava de màt

li campàani apèena sligàadi.

Aspettavo il sabato di Pasqua/ per bagnarmi gli occhi con l'acqua /per lucidare le catene del fuoco,/ farle tornare lustre poco a poco/ sulle nostre stradine ghiaiose./ Intanto suonavano forte e a lungo/le campane appena slegate.

Questa azione tradizionale ci viene anche raccontata da parte di Giancarlo Pandini, sul libro Stagioni castelleonesi:

La cadena de'l fùuch

Aprile arrivava con la Pasqua bassa, tra san Giuseppe col suo falò e la fiera dei primi di maggio. Era allora che ai ragazzi veniva affidata la cadéna de'l fùuch, incro- stata di fumo, calözen, una coda di diavolo e vi attaccavano una corda, per trascinarla nelle vie e nei sentieri di campagna, nella polvere come una vittima, finché a sera riluceva fiammante, trofeo prezioso nelle mani vittoriose. En pée per tèra fino a sera, con la custodia di quella treccia di ferro che doveva durare un altro anno, fino a tarda sera per le strade e sui sentieri, fino agli estremi bagliori del sole dietro ai gelsi degli ultimi prati...

Una testimonianza collettiva, trascritta da Uberta Lena, aggiunge due particolari interessanti alla descrizione del rituale della cadèena da sgüràa. Il primo è il risciacquo della catena nell'acqua: «Quando si arrivava ad un fosso la buttavamo dentro per risciacquarla». Il secondo è l'areale esclusivo "di spolvero" di ogni banda di ragazzi itineranti:«Noi di Pescarolo arrivavamo fino alla Ciria, perché lì era facile prenderle da quelli di Vescovato perché il ponte fa da confine. Se i maschi trovavano una squadra dell'altro paese andava quasi sempre a finire a botte». Questo è il segno più evidente che anche un "gioco calendariale" come quello delle catene da lucidare, legato al rinnovo tipico d'ogni Pasqua, potesse all'improvviso trasformarsi in un gioco caro alle löge, ossia il darsele di santa ragione. Stessa cosa avveniva fra i ragazzi di Pieve san Giacomo e quelli di Gazzo, ed immagino di tanti altri posti ancora.

I ragazzi, di tanti anni fa, si sentivano come investiti di un ruolo rappresentativo del loro territorio, ed ovviamente del loro esclusivo areale di gioco. E non è che a questa funzione ci si arrivasse con un ragionamento, con una elaborazione del pensiero. Era un dato di fatto. Un dato ritenuto scontato. Il campanile del paese e le loro giovani vite erano un tutt'uno, in una sorta di ravvivato "totemismo". Era tutt'uno del quale i ragazzi si sentivano fortemente gelosi, in un rapporto di affetto esclusivo. Divenuti più grandi, la contesa non si sarebbe per nulla smorzata, ma solo spostata. Dall'area contesa dove lucidare le catene, si sarebbe infatti ravvivata nell'area del cuore con la proibizione agli "stranieri", abitanti anche ad un paio di chilometri dal prorio paese, di venire a smorosare con le ragazze del luogo, ap- partenenti al proprio clan. Questa intromissione sgradita era considerata semplicemente inaccettabile, un «tabù», alla cui profanazione non c'era altra via che quella di rispondere preventivamente con delle fitte sassate (còodoi e sghie) o col lancio di pezzi di terra indurita (gazòon).

 

 

Agostino Melega


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