27 maggio 2026

Lo "Sciancòl", una scuola di vita, nel racconto di don Carlo Bellò nel Borgo Antico di San Michele

Ci siamo già occupati del gioco dello "Zgnìingol" o "lìpa" raccontati da Agostino Melega (leggi qui) come precursore del baseball. Questa volta torniamo sull'argomento perchè abbiamo ritrovato un vecchio bellissimo racconto di don Carlo Bellò dedicato a quel gioco amatissimo dai ragazzi di un tempo in città e provincia. Don Carlo lo pubblicò su "Borgo Antico", un libro che è un insieme di racconti, descrizioni e rievocazioni di "persone vere e fatti autentici di mezzo secolo fa, avvenuti nelle adiacenze del rione tra Porta Venezia e Porta Romana" nella zona attorno a San Michele. Il titolo del capitolo è "Sciancòl". 

Per chi non lo sapesse, dato il termine dialettale e come di gergo a «sciàncol» era un rito frequentato dallo sciame di ragazzi della piazzetta. Consisteva lo sciàncol in un pezzo di legno affusolato per permettere alle due punte di rimbalzare, se fossero percosse da una paletta, anch'essa di legno o da un bastone. Chi lo lanciava stava in un cerchio segnato per terra; costui urlava: «Sciàncol» e gli altri in coro chiamavano: «Vegna», «Tòo» replicava il lanciatore incurvandosi per battere con la pala il torso di legno e scaraventarlo più lontano possibile.

Se uno lo raccoglieva con le mani prima che cadesse o lo toccava con la paletta mentre era in volo, il battitore era eliminato. Se il legno invece passava immune fra i ragazzi, uno di loro dopo averlo raccolto da terra aveva cura di lanciarlo verso il cerchio: se cadeva dentro avveniva la eliminazione; diversamente al battitore rimanevano tre colpi per lanciarlo lontano. L'intervallo fra l'ultima posizione dello sciàncol e il cerchio costituiva il bottino della squadra che lo batteva trenta palette, cento, duecento palette. Il gioco poteva continuare all'infinito.

Di solito si concludeva per esaurimento numerico dei giocatori che dopo una lunga serie di lanci erano ancora come uccelli affamati nel nido ad aprire il becco per urlare «vegna» e non riuscivano mai a battere. Altre volte si ritirava fra nugoli di gloria la squadra vincitrice così che il gioco si scioglieva spontaneamente.

Non pochi erano gli accidenti che concludevano tutto prima della fine legale: ora lo "sciàncol", sorvolando trenta teste intente, cadeva sulla trentunesima che passava ignara di quel volo e il meno che capitasse era una imprecazione da rimanere tutti a bocca aperta più la confisca del corpo del reato. Alcune volte il colpo sbilenco finiva sui vetri dei negozi ed era una fuga generale. Poteva passare di là un vigile rigoroso, che estraeva un taccuino a registrare i giocatori abusivi -lo eravamo tutti per il regolamento del Comune- così che bastava l'apparizione di qualche divisa, fosse pure di guardia campestre o di acchiappacani, perchè i quaranta o cinquanta ragazzi si trasformassero in capannelli ignari del gioco.

Tra i battitori c'erano i «paria», quelli cui non riusciva neppure di lanciare l'aggeggio di legno ed erano i primi e più svelti ad essere sostituiti. Poi arrivava l'eroe, il campione leggendario, l'invitto. Si poneva nel centro del cerchio palpando lo sciàncol, stringeva la paletta con una morsa da piccolo Ercole, allargava le gambe, inarcava la schiena, roteava gli occhi e urlava la parola convenzionale.

Dopo l'invocazione «vegna» il pezzo di legno volava per l'aria come una farfalla gigante; la si poteva osservare contro luce sorvolare tutte le palette che pretendevano di ostacolarne la traiettoria. Qualcuno tratteneva il respiro. Passavano i balilla in marcia e il capomanipolo doveva far torcere gli occhi con un comando iracondo e competitivo «Capo a dest..., dest... capo a sinist, sinist. Avanti march, uno due uno due».

Si fermavano a guardare nel silenzio solenne del rito perfino i cavalli da tiro che sostavano al mercoledì e al sabato nella piazzetta lasciandovi i segni fumanti del fieno digerito. Sostava qualche donna, ma preoccupata che quel pezzo di legno non le grandinasse sulle meningi. Perfino gli artigiani della piazzetta, il bottaio, il sellaio, il canestraio, il marmista, il meccanico, la Dora, la Marta, Pepo el barbéer, il negoziante di vini molto affezionato ai suoi prodotti fermavano le pupille, fissandosi nella posizione nella quale si trovavano al momento del lancio, seduti o eretti o storti sul piede, sulla gamba, sull'anca, col cappello o senza, con le dita divaricate o col pugno che tratteneva lo strumento.

Poi riprendeva la vita, si risentivano i rumori della città, giravano gli occhi e si muovevano le mani e le vertebre, gemevano i ciottoli del selciato al traino dei carri. Lunghi erano quei meriggi pieni di sole o scintillanti di neve, inondati dal vento o umidi di pioggia.

Ma sciáncol era il rito di quei ragazzi che senza compitare la sociologia, sapevano affrontare con disciplina, il giuoco comunitario obbedendo alle regole.

Vi era chi doveva misurare con le palette le lontananze, chi doveva decidere se lo sciáncol era dentro o fuori il cerchio, chi doveva testimoniare se fosse stato veramente colpito in volo, chi segnava i punti, chi doveva correre a riprenderlo se giaceva lontano, sospinto da un'accanita percussione.

A costoro spettava il compito più glorioso e più ingrato: perchè il giacere del torso di legno nei pressi d'un negozio non era scevro di pericoli; il volare nella Marchesana sottostante suscitava problemi di topi e di ortiche; e se il cane della vecchia signora di via Tofane l'afferrasse per i denti, come un osso, la preda svaniva col furfante nella misteriosa abitazione di lei. 

Carlo Bellò


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